nato a Ozieri, in Sardegna, Angelo Mazza coltiva fin da sempre una profonda passione per la recitazione e per il mondo della voce, trasformandola nel tempo in un percorso di formazione e crescita professionale. Dopo aver conseguito il diploma presso una scuola teatrale a Venezia, ha approfondito le proprie competenze a Roma, specializzandosi nel doppiaggio, nel doppiaggio pubblicitario e successivamente nell’insegnamento della dizione italiana.
La sua attività professionale si sviluppa oggi tra il lavoro artistico e quello formativo. Come attore e doppiatore presta la propria voce a documentari, spot pubblicitari e audiolibri, dando vita a progetti differenti attraverso una particolare attenzione all’espressività, alla versatilità e alle sfumature del linguaggio. Parallelamente, si dedica all’insegnamento della dizione italiana, collaborando con accademie e seguendo percorsi individuali rivolti ad allievi e professionisti che desiderano migliorare la propria comunicazione. Attraverso il lavoro sulla pronuncia, sull’articolazione e sull’espressività, accompagna ciascuno nella scoperta delle potenzialità della propria voce. Un percorso che intreccia esperienza artistica, ricerca e formazione, sostenuto dalla passione per la recitazione e dal desiderio di trasmettere le proprie conoscenze.
La passione per la recitazione e per il mondo della voce: quando è nata e quale percorso personale ti ha portato a trasformarla in una professione?
La passione per la recitazione mi accompagna fin da quando ero bambino. Ricordo che mi costruivo piccoli palcoscenici e ripetevo a memoria interi spettacoli, oppure recitavo i copioni dei film, modificando le battute e facendole mie. Era un istinto naturale, qualcosa che faceva già parte di me. La passione per la voce, invece, è nata successivamente, quando mi sono avvicinato al mondo del doppiaggio. Approfondendone lo studio, ho scoperto le infinite possibilità espressive della voce e quanto possa essere uno strumento straordinario per comunicare, emozionare e dare vita a personaggi diversi. È stato proprio questo percorso a farmi capire che volevo trasformare quella passione in una professione.
Sei nato a Ozieri, in Sardegna, e successivamente hai intrapreso il tuo percorso formativo a Venezia e a Roma. Quanto hanno influito queste esperienze e questi luoghi sulla tua crescita artistica e professionale?
Essere nato in Sardegna ha sicuramente contribuito a formare la mia identità, portando con me le mie radici e il mio modo di sentire. Venezia è stata una tappa fondamentale per la mia crescita artistica: lì ho avuto modo di approfondire il mondo del teatro, imparando a conoscere meglio il palcoscenico, il corpo e le dinamiche della recitazione. Roma, invece, ha rappresentato l’incontro con il mondo del doppiaggio, permettendomi di avvicinarmi concretamente alla professione della voce e di scoprirne tutte le sfumature. Sono state due esperienze diverse, ma complementari, che mi hanno arricchito sia umanamente che professionalmente.
Hai conseguito il diploma presso una scuola teatrale a Venezia. Quali insegnamenti ed esperienze di quel periodo porti ancora oggi con te nel tuo lavoro?
Il periodo trascorso a Venezia è stato fondamentale per la mia formazione. Mi ha insegnato soprattutto il valore della disciplina, dell’ascolto e della consapevolezza del proprio corpo e della propria voce. Ho imparato che recitare non significa semplicemente interpretare un personaggio, ma mettersi in ascolto, osservare e comprendere le emozioni, per poi restituirle in maniera autentica. Sono insegnamenti che porto ancora oggi nel mio lavoro, sia sul palcoscenico che davanti al microfono, perché alla base di ogni interpretazione c’è sempre la capacità di entrare in relazione con ciò che si racconta.
In seguito ti sei specializzato nel doppiaggio a Roma. Cosa ti ha affascinato maggiormente di questo mondo e quali sono state le difficoltà più significative nell’imparare a dare voce a personaggi e storie diverse?
Ciò che mi ha affascinato maggiormente del doppiaggio è la possibilità di dare vita a personaggi molto diversi tra loro attraverso il solo utilizzo della voce. È un mondo in cui tecnica, sensibilità e interpretazione devono convivere costantemente. La difficoltà più grande, inizialmente, è stata imparare a gestire la voce in tutte le sue sfumature, senza perdere la naturalezza della recitazione. Bisogna entrare nell’emotività del personaggio, rispettarne intenzioni e tempi, riuscendo a far dimenticare allo spettatore che dietro quella voce c’è un attore diverso. È un lavoro di grande precisione, ma anche di continua scoperta, che richiede studio e allenamento costanti.
Il doppiaggio richiede una particolare capacità di interpretazione, sensibilità e controllo vocale. Quali caratteristiche ritieni indispensabili per diventare un buon doppiatore?
Credo che la prima caratteristica indispensabile sia essere prima di tutto un bravo attore. La tecnica vocale è certamente importante, così come il controllo, la dizione e la capacità di utilizzare la voce in tutte le sue sfumature, ma da sole non bastano. Servono sensibilità, capacità di ascolto, empatia e soprattutto la capacità di mettersi nei panni del personaggio, comprenderne le emozioni e restituirle in maniera autentica. Il doppiaggio, infatti, non è semplicemente prestare la propria voce a qualcuno, ma interpretare e dare vita a una storia attraverso di essa.
Nel tuo lavoro presti la voce a documentari, spot pubblicitari e audiolibri. Come cambia il tuo approccio interpretativo in base alla tipologia di contenuto e al pubblico a cui ti rivolgi?
Ogni tipologia di lavoro richiede un approccio diverso e una sensibilità specifica. Nel documentario, ad esempio, cerco di trovare il giusto equilibrio tra chiarezza, autorevolezza e coinvolgimento, accompagnando lo spettatore nel racconto senza sovrastarlo. Nello spot pubblicitario, invece, è fondamentale riuscire a trasmettere un messaggio in pochi secondi, trovando subito il tono e l’intenzione giusti. Con gli audiolibri il lavoro è ancora diverso: bisogna mantenere viva l’attenzione dell’ascoltatore, dare identità ai personaggi e creare un ritmo che permetta alla storia di prendere forma. In ogni caso, l’obiettivo è sempre lo stesso: entrare in sintonia con il contenuto e arrivare in modo autentico a chi ascolta.
Quanto conta, secondo te, la voce nella comunicazione quotidiana? Pensi che il modo in cui parliamo possa influenzare la percezione che gli altri hanno di noi?
Credo che la voce abbia un ruolo fondamentale nella comunicazione quotidiana, spesso anche più delle parole che scegliamo. Il tono, il ritmo, le pause e il modo in cui utilizziamo la voce trasmettono emozioni, intenzioni e stati d’animo, influenzando inevitabilmente la percezione che gli altri hanno di noi. La stessa frase, pronunciata con intonazioni diverse, può assumere significati completamente differenti. Spesso non comunichiamo soltanto attraverso ciò che diciamo, ma soprattutto attraverso il modo in cui lo diciamo. Per questo ritengo importante conoscere e saper utilizzare la propria voce, non per cambiarla, ma per imparare a esprimersi in maniera più consapevole ed efficace.
Parallelamente all’attività di doppiatore, ti dedichi all’insegnamento della dizione italiana. Cosa ti ha spinto a intraprendere anche questo percorso e quale soddisfazione trovi nel trasmettere le tue competenze agli altri?
Mi ha spinto il desiderio di condividere qualcosa che considero estremamente prezioso: la bellezza e l’importanza della dizione. Spesso si pensa che sia una competenza riservata agli attori o a chi lavora con la voce, ma in realtà riguarda tutti, perché tutti comunichiamo. Un medico, ad esempio, deve saper spiegare con chiarezza una diagnosi, così come un insegnante deve riuscire a trasmettere concetti in modo comprensibile e coinvolgente. Lo stesso vale per avvocati, professionisti, imprenditori e per chiunque si trovi a parlare con gli altri. Avere una buona dizione non significa perdere la propria identità o cancellare le proprie origini, ma imparare a utilizzare la voce con maggiore consapevolezza, chiarezza ed efficacia. La soddisfazione più grande, nell’insegnamento, è vedere le persone acquisire sicurezza e scoprire potenzialità della propria voce che magari non immaginavano di avere.
Quando lavori con allievi e professionisti, quali sono gli errori più frequenti che riscontri nella pronuncia e nell’articolazione? E quanto è importante imparare a riconoscere e valorizzare la propria voce naturale?
Gli errori più frequenti riguardano sicuramente la pronuncia delle vocali aperte e chiuse, l’accentazione delle parole e, spesso, una scarsa articolazione, che porta a mangiare le parole o a parlare troppo velocemente. Ma credo che l’aspetto più importante sia imparare a conoscere e valorizzare la propria voce naturale. Ognuno di noi ha una voce unica, con caratteristiche e sfumature che lo rendono riconoscibile. L’obiettivo della dizione non deve essere quello di uniformare tutte le voci o cancellare le proprie origini, ma fornire gli strumenti per parlare in modo corretto, chiaro e consapevole, senza perdere la propria identità.
Oggi, tra podcast, video, social network e contenuti digitali, siamo sempre più abituati a comunicare attraverso la voce. Come valuti questa evoluzione e quale consiglio daresti a chi desidera migliorare la propria dizione e acquisire maggiore sicurezza nel parlare?
Credo che questa evoluzione sia molto positiva, perché oggi la voce è tornata ad avere un ruolo centrale nella comunicazione. Podcast, video e social hanno dato a tutti la possibilità di raccontarsi e raggiungere un pubblico, ma proprio per questo è diventato ancora più importante saper comunicare bene. Il mio consiglio a chi desidera migliorare è innanzitutto quello di studiare, affidarsi a professionisti e frequentare corsi specifici. La dizione, come qualsiasi altra disciplina, richiede esercizio, costanza e ascolto di sé. È importante allenarsi quotidianamente, registrarsi, riascoltarsi e imparare a riconoscere i propri errori. Soprattutto, bisogna avere voglia di mettersi in gioco: la sicurezza nel parlare nasce dalla conoscenza e dalla consapevolezza dei propri strumenti.
Guardando al tuo percorso, c’è un’esperienza professionale che consideri particolarmente significativa o che ti ha lasciato qualcosa di speciale?
Più che una singola esperienza, credo che siano stati tanti piccoli momenti a lasciare un segno nel mio percorso. Sicuramente, però, una delle cose più importanti che ho imparato è stata quella di non avere paura di sbagliare. Ho sbagliato tante volte, e proprio quegli errori mi hanno permesso di conoscermi meglio, di scoprire nuove possibilità espressive e di imparare a utilizzare al meglio gli strumenti vocali che possiedo. Ho capito che la voce è qualcosa di profondamente personale: ognuno di noi ha uno strumento unico, con caratteristiche e potenzialità proprie. La vera sfida è imparare a conoscerlo, accettarlo e valorizzarlo, senza cercare di imitare qualcun altro. È una scoperta continua che, ancora oggi, considero una delle parti più belle del mio lavoro.
Quali sono i tuoi progetti futuri e quali nuovi traguardi ti piacerebbe raggiungere sia nel mondo del doppiaggio sia in quello della formazione vocale?
Per il futuro mi piacerebbe continuare a crescere professionalmente nel mondo del doppiaggio, affrontando nuove sfide e dando voce a personaggi e storie sempre diverse. Allo stesso tempo, negli ultimi tempi mi sto dedicando sempre di più all’insegnamento della dizione e della voce, un’attività che mi sta regalando grandi soddisfazioni. Il mio desiderio è quello di incontrare sempre più allievi, accompagnarli nel loro percorso di crescita e fornire loro gli strumenti necessari per raggiungere i propri obiettivi, qualunque essi siano. Credo che non ci sia soddisfazione più grande che vedere qualcuno scoprire le proprie potenzialità e acquisire sicurezza grazie al lavoro fatto insieme.