Andrea Scarpellini

Nato a Cesena nel 1975, si avvicina all’arte sin da giovane, avviando e intensificando alla fine degli anni Novanta una ricerca pittorica orientata all’informale e all’astrattismo gestuale. Il suo immaginario…

BIOGRAFIA

#Andrea Scarpellini

Nato a Cesena nel 1975, si avvicina all’arte sin da giovane, avviando e intensificando alla fine degli anni Novanta una ricerca pittorica orientata all’informale e all’astrattismo gestuale. Il suo immaginario nasce dall’azione e dal gesto pittorico, in dialogo con l’eredità di maestri come Emilio Vedova, Hans Hartung, Scanavino e Georges Mathieu.

Nel 2014 questo percorso trova una sintesi nel progetto Slow Motion, una serie di opere che indagano il passaggio temporale tra il pensiero razionale e l’inconscio. La pittura diventa uno spazio di sospensione, dove campiture cromatiche calibrate sono attraversate e interrotte da sferzate di colore cariche di energia e tensione. Il gesto non assume mai un valore decorativo, ma si configura come evento e frattura, traccia di un pensiero che si materializza nel momento stesso in cui perde la propria forma razionale.

Il segno è materico, fisico, profondamente gestuale. La superficie pittorica si carica di una dimensione introspettiva che invita lo spettatore a un’esperienza al tempo stesso sensoriale e concettuale, sostando in quell’intervallo in cui il tempo si dilata e il gesto diventa testimonianza di un pensiero in movimento.

Tra il 2014 e il 2019 partecipa a numerose mostre collettive in Italia e all’estero, per poi dedicarsi negli anni successivi esclusivamente alla produzione artistica. Per l’anno in corso è previsto un ritorno alle fiere espositive.

Parallelamente al percorso artistico ha sviluppato una carriera professionale come operation manager. Due mondi apparentemente distanti che per lungo tempo si sono sovrapposti: la razionalità del quotidiano e l’urgenza dell’immagine che affiorava come disegno mentale, come visione da trattenere prima che svanisse. Oggi questa tensione si è trasformata in equilibrio e il progetto pittorico Slow Motion rappresenta una bussola, uno spazio conosciuto entro cui muoversi con libertà.

Cos’è per te l’arte?

Per me l’arte è una qualsiasi forma espressiva che si trasforma in emozione. E’ tutto ciò che genera stupore, meraviglia, ma anche dibattito, discussioni, pensieri. Per questo non è sinonimo di sola bellezza e il fatto che ognuno di noi le attribuisce una personale definizione ci fa capire quanto possa essere esteso il suo significato. Ed è arte anche per questo.

In che modo il gesto pittorico diventa per te un atto di conoscenza e non solo di espressione?

Per me il gesto pittorico diventa un atto di conoscenza nel momento in cui smette di essere una semplice traduzione di un’emozione. La parte razionale dei miei dipinti è chiara e definita nella mia testa mentre quello che succede dopo con la parte istintiva è tutto da scoprire anche per me. Non so davvero cosa può succedere finché il gesto non accade. Il risultato finale di quei gesti potrebbe non soddisfarmi esteticamente ma devo in qualche modo accettarlo.

Cosa accade, dentro di te, nel momento esatto in cui il pensiero razionale lascia spazio all’inconscio sulla tela?

In verità il pensiero razionale non scompare del tutto, ma si ritrae, smette di dirigere e lascia che siano il corpo, il ritmo, la memoria del gesto a prendere la parola. È una soglia molto sottile: non è abbandono né automatismo, piuttosto una vigilanza diversa, più fisica che mentale. Resta il fatto che io cerco solo di rappresentare in maniera astratta e metaforica quello che succede ad ognuno di noi ogni giorno nei rapporti con gli altri o per quello che ci succede. Nel momento in cui perdiamo il controllo parole e gesti non sono più controllate dalla ragione.

Quanto il progetto Slow Motion continua a trasformarsi nel tempo e quanto, invece, rappresenta un approdo stabile della tua ricerca?

Inevitabilmente tutto si evolve per cui anche il mio segno cambia. Il progetto invece resta centrale nella mia ricerca perché è esattamente quello che voglio rappresentare nei miei dipinti.

Che rapporto hai oggi con il tempo, dopo averlo messo così profondamente al centro della tua pratica pittorica?

Il mio rapporto con il tempo è fatto di attrito e riconciliazione. E’ un compagno di vita, da adolescenti pensiamo di averne all’infinito poi man mano che passa capiamo che non è così e allora cerchiamo di ottimizzarlo, di non perderlo, di recuperarlo…ma si sa che lui ha la cattiva abitudine di non fermarsi mai e quando ci sembra che rallenta è perché stiamo vivendo momenti difficili. Nelle mie giornate di operation manager scappa via, scandisce scadenze e obiettivi mentre quando dipingo si comporta in modo opposto: si dilata, si contrae, a volte si arresta del tutto. Come? Beh mi piace pensare che gli “slow motion” hanno questo potere di fermare porzioni di tempo per sempre.

In che modo l’eredità dei grandi maestri dell’astrattismo gestuale dialoga con una tua necessità personale e contemporanea?

Loro hanno dimostrato che il gesto può essere messaggero di un pensiero anche se oggi non può essere semplicemente ripetuto. La mia necessità è contemporanea perché nasce da una condizione diversa: vivo in un tempo iper-razionale, accelerato, saturo di immagini e di controllo. Il gesto, oggi, non è più un atto di rottura storica come lo è stato per loro, ma un atto di resistenza intima. Però possiamo dare continuità cercando ognuno di noi di trasmettere qualcosa di nuovo ed io nel mio piccolo vorrei lasciare una traccia che possa essere ricordata nel tempo.

Come reagisci quando il gesto prende una direzione inattesa rispetto all’intenzione iniziale?

Ho imparato ad accettarlo nel tempo. Inizialmente tanti lavori li distruggevo perché non rispecchiavano il mio visivo emozionale ma poi ho capito che la parte irrazionale non deve avere schemi predefiniti e quindi va bene così perchè fa parte del progetto.

Quanto la tua esperienza professionale extra-artistica ha influenzato la disciplina, il controllo o il rischio nel tuo lavoro pittorico?

Inizialmente tantissimo, gestisco tante persone e devo per forza attenermi a schemi, procedure e regole nella vita di tutti i giorni. La razionalità del quotidiano contrapposta alle idee che improvvisamente affioravano da trattenere e riprodurre su tela successivamente. Per esempio i cicli dei dipinti su doppia tela e su specchio sono nati nel bel mezzo dei miei problemi da risolvere! Oggi questa tensione si è trasformata in equilibrio, la costruzione del progetto “Slow Motion” è diventata una bussola, uno spazio conosciuto dentro il quale posso muovermi liberamente senza interferire con le altre attività.

Che tipo di esperienza desideri che lo spettatore viva di fronte alle tue opere: osservazione, immersione, confronto interiore?

Hai usato tre parole che mi piacciono molto, direi tutte e nello stesso ordine in cui le hai poste. E’ difficile capire un astratto se non si conosce l’idea che l’artista vuole trasmettere, per questo cerco di spiegarne i contenuti. Vorrei semplicemente far capire che non è colore a caso, che non è un dipinto da abbinare alle tende ma che è qualcosa di più profondo. Poi se un dipinto ti colpisce e ti arriva dentro va bene anche se lo interpreti in maniera personale.

C’è un momento preciso in cui senti che un’opera è conclusa o è il tempo stesso a decretarlo?

La parte irrazionale deve durare pochi istanti perché deve rappresentare quel passaggio temporale. Ed è davvero difficile fermare l’impulso di quei gesti liberatori dopo aver preparato la tela con lenti passaggi ragionati e schematici. Quindi sì c’è un tempo più o meno prestabilito ma capita di non riuscire a rispettarlo.

Quali nuove tensioni o domande senti emergere oggi nella tua ricerca, dopo anni di lavoro sul gesto e sulla sospensione?

Semplicemente cerco di evolvere l’opera entro i confini del progetto stesso alla ricerca di nuove cromie e sfumature da abbinare, giocare sulla luce riflessa o sui contrasti tra finiture lucide e opache. Insomma questo è un campo di gioco infinito e sento di essere solo all’inizio.

Descriviti in tre colori.

Blu di prussia, bianco di titanio e nero d’avorio rigorosamente ad olio! E che non si dica che il bianco e il nero non sono colori..

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