per tutti semplicemente Alice, nasce il 19 giugno 1984. Coordinatrice di scuole dell’infanzia, è laureata in Scienze dell’Educazione e prossima alla laurea in Scienze Pedagogiche. Crede profondamente nella formazione continua, intesa come atto di responsabilità verso sé stessi e verso gli altri. Per lei la scuola è vita autentica, uno spazio in cui ogni alunno dovrebbe sentirsi visto, accolto e mai giudicato.
Scrive poesie da oltre vent’anni: le prime prendono forma durante i viaggi tra casa e università, nei silenzi che chiedono di essere ascoltati e abitati. La scrittura rappresenta per lei rifugio e necessità, un movimento spontaneo dell’anima. È come se dentro di lei convivessero più voci, più donne capaci di soffrire, amare e rinascere continuamente.
Si definisce una sognatrice, romantica, vulnerabile e profondamente empatica. Ama rifugiarsi nelle parole così come negli abbracci delle persone che ama, affidando alla scrittura il compito di dare voce a ciò che spesso resta invisibile. Famiglia e amici sono i suoi pilastri. Pur definendosi insicura, ha imparato a convivere con le proprie fragilità, scegliendo di mostrarsi per ciò che è, senza maschere e senza paura.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è un posto da abitare, un luogo interiore, è un rifugio. Uno spazio in cui posso entrare quando fuori mi sento persa, stanca e fragile: dove non devo dimostrare niente a nessuno, quando posso semplicemente essere. È un luogo in cui ci si salva, in cui si cresce per non perdersi. È quel bisogno di dire che non riesce a uscire in nessun altro modo e allora si trasforma in arte. Per me l’arte è bellezza e quando la abiti perdi la cognizione del tempo. Credo che la quantità di cose belle nella nostra vita dipenda anche dalla capacità di notarle. Io le noto scrivendo. Senza la scrittura, tante emozioni mi sarebbero scivolate addosso senza lasciare traccia invece restano, mi salvano. Per questo continuo a credere che la bellezza possa salvare il mondo… Quella vera, quella del cuore, che nasce dal dolore e diventa luce.
Cosa rappresenta per te la scrittura oggi rispetto a quando hai iniziato, nei viaggi tra casa e università?
Io ho sempre scritto, da quando ero ragazza, perché nelle parole riuscivo a respirare. A scuola ero più portata per le materie umanistiche e la matematica non è mai stata il mio mondo. Io vivo di emozioni, ci vivo dentro. Credo nel cuore più che nella logica. Credo che le cose belle nascano quando ti perdi un po’ mentre le fai. All’inizio scrivevo soprattutto per amore: inseguivo ideali, sogni, illusioni. Oggi la scrittura per me è vita, è il posto in cui riesco a vedere quello che nella fretta dei giorni non vedo. Nei momenti in cui scrivo, le parole non sono solo parole, diventano magia, diventano un mondo parallelo. Quando scrivo, a volte non so chi sono. Non so quale parte di me sta parlando. So solo che lì dentro mi sento vera e quando mi distacco, è come se mi separassi da una parte profonda di me e tornassi in superficie. Poche persone conoscono davvero questa parte. quella che vive nei miei testi, quella che scrive.
In che modo il tuo lavoro nella scuola dell’infanzia influenza il tuo modo di osservare il mondo e di trasformarlo in poesia?
Alla base di tutto, per me, ci sono tre parole: bellezza, sguardo, cura. Ma non la bellezza di superficie, non quella che colpisce subito. La bellezza vera. Quella che si scopre quando impari a guardare davvero, quando ti fermi sulle sfumature, quando cogli i particolari e quando ti prendi cura dell’altro. Queste parole fanno parte di me come persona, come educatrice, come donna che prova a costruire qualcosa per il futuro. Perché i bambini sono il futuro e ogni progetto che penso, ogni relazione che costruisco, parte da lì. Io devo vedere bellezza nell’altro. Devo avere cura dell’altro. Devo posare uno sguardo gentile sull’altro. E la stessa cosa vale per me: prendersi cura di sé è un atto d’amore. È imparare a sentirsi bene dentro e quando stai bene dentro, lo vedi anche fuori. Non vi è mai capitato di sentirvi sereni, in pace, pieni…?! E nel mentre qualcuno che vi dice: “Ma come sei bella oggi”. Non è il trucco, non è il vestito. È la luce. È quella bellezza che nasce dal cuore. Per questo dico sempre che dovremmo ricordare ai genitori di dire ai loro figli: “Sei bella/o”. Ma non per l’aspetto, ma per i gesti, per lo sguardo e per quello che sono. Nel mio lavoro questo è fondamentale e nelle mie poesie entra tutto. Perché la poesia è bellezza, è guardarsi dentro e imparare a vedersi davvero. Poi ci sono loro: i bambini. I miei maestri più grandi. Mi hanno insegnato lo stupore, la meraviglia, il guardare il mondo come se fosse sempre la prima volta. Il mio lavoro mi ha insegnato questo: a restare aperta, a restare viva. A restare capace di meravigliarmi. Ed è da lì che nasce anche la mia poesia.
Ti senti più educatrice che scrive o poetessa che educa?
Questa è una domanda che mi mette un po’ in difficoltà. Perché, in fondo, credo di aver già risposto senza accorgermene. Per me educare è già poesia. È già arte. Quando fai questo lavoro con passione, con amore, con qualcosa che ti nasce da dentro, non può essere solo tecnica. Non può essere solo regola. Non può essere solo metodo. La poesia nasce dalle viscere. Da un bisogno profondo di sentire e anche educare nasce da lì. Educare è un atto di ribellione. È scegliere ogni giorno di credere nell’altro, di non arrendersi, di restare empatici, di continuare a meravigliarsi, di emozionarsi e di essere felici per le piccole cose. Non credo che chi insegna possa essere una persona fredda o lineare. Se lo è, prima o poi si perde. È un lavoro bellissimo, ma anche faticoso. Ci sono giorni in cui arrivi stanca, ferita, piena di pensieri e fai fatica a vedere la bellezza. Ma poi torni lì, perché sai che quello che fai può salvare teste, può salvare cuori, può cambiare storie. Se proprio devo scegliere, mi sento più una poetessa che educa: oggi uso le parole anche nel mio lavoro. Perché non progetto più solo seguendo schemi rigidi. Perché mi sento più libera, pù romantica. Studio, mi formo, mi confronto. Ma dentro ci metto sempre il mio sentire e questo cerco di portarlo anche nelle scuole in cui lavoro. So che non tutti lavorano così, so che non sempre è facile. Ma è il mio modo di stare nel mondo e poi so che il mio cammino non finisce qui: sto per laurearmi, un’altra volta (e sono più consapevole rispetto alla prima volta). Ho scelto una tesi lontana dal mio lavoro quotidiano: parlerà di adolescenza, di devianza, di giustizia riparativa, di contesti complessi. Perché sento il bisogno di allargare lo sguardo, di andare oltre, di continuare a crescere. Non voglio definirmi solo educatrice, non voglio definirmi solo poetessa. Forse non sono nessuna delle due in modo perfetto. Sono un’anima inquieta. E credo che sia proprio questa inquietudine a farmi camminare ogni giorno.
Quando scrivi, parti da un’emozione precisa o da un’immagine che ti attraversa improvvisamente?
Quasi sempre nasce da un’inquietudine, da qualcosa che si muove dentro di me. A volte, nella vita di tutti i giorni, resto in silenzio e in quel silenzio cerco di raccogliere quello che sto provando e me lo fisso nel cuore. So che in quei momenti la vita mi sta dando carburante, qualcosa che, un giorno, diventerà scrittura. A volte, mi sveglio e sento già un’irrequietezza leggera, come se qualcosa mi stesse chiamando poi le parole arrivano lentamente e diventano immagini e infine storie. È come fare un viaggio, a volte nella mia vita, a volte in quella degli altri: scrivo cose che ho vissuto, che forse abitano il mio inconscio, scrivo ciò che vorrei vivere e cose che ho solo sentito passare vicino. Mi fermo, scrivo frasi, pezzi della mia anima.
Le “più voci” che senti dentro di te dialogano tra loro o entrano in conflitto?
No, non parlerei di conflitto. È più un dondolio: un andare e venire, un oscillare continuo. Dentro una poesia posso “morire” e rinascere, spezzarmi e poi ricompormi. È come se, in quel momento, convivessero più donne in me: quella che soffre, quella che si sente fragile e c’è anche quella che si guarda allo specchio e dice: “Dopotutto, ce l’ho fatta”. C’è quella che si è arresa, quella che è stata ferita, che ha abbandonato e si è sentita abbandonata, ma c’è anche una donna amata, che sa amare… Una donna felice e una donna angosciata. Non si fanno la guerra ma si tengono per mano. Credo che la vita sia questo, in fondo: mai lineare, non è una fiaba con un inizio e una fine ma un’oscillazione continua. A volte le parti di me sono disarmoniche, stonate, in disaccordo. Poi piano, tornano a vibrare insieme come un’orchestra, è da lì che nasce la poesia.
Quanto spazio ha la vulnerabilità nei tuoi testi: è un atto spontaneo o una scelta consapevole?
Tutto o quasi. Prima non mi sarei mai definita vulnerabile, oggi sì e non me ne vergogno. Sono fragile, mi ferisco, mi emoziono e mi espongo. Ma ho imparato a proteggermi quando serve, a lasciarmi andare quando posso. Preferisco sentire tutto, anche se fa male, piuttosto che non sentire niente. Perché sentire è restare vivi. Se non fossi stata vulnerabile, non avrei mai scritto. Le parole più vere nascono sempre da lì.
C’è una poesia che senti particolarmente legata a un momento di rinascita della tua vita?
“Al mio ieri”: alla bambina che sono stata. Scriverla è stato come abbracciarmi, come dirmi: “Ce l’hai fatta”. Anche “Vattene dalla mia tana” segna un passaggio importante: lì ho chiesto al fantasma di andarsene, a quella parte di me che permetteva agli altri di farmi del male. Ora quella parte non ha più sangue da versare. È stata una rottura totale, una liberazione: capire chi merita il nostro cuore e chi no. Scrivere queste poesie mi ha insegnato a proteggere ciò che do, a non regalare pezzi di me a chi non li apprezza.
Le poesie di oggi parlano di una me diversa, più consapevole, più esigente. Non mi accontento più. Do tutto solo quando sento che vale davvero la pena. E sì, credo ancora che a volte soffrire serva a crescere, ma so anche riconoscere il calore di chi merita il mio tempo e il mio amore.
Che rapporto hai con il giudizio degli altri, considerando la tua sensibilità e il tuo ruolo educativo?
Ho sempre fatto fatica con il giudizio degli altri. Da giovane volevo piacere a tutti. Avevo paura di perdere le persone, dicevo sì anche quando avrei voluto dire no. Mi portavo addosso i problemi degli altri come fossero miei, annullandomi per aiutare. Poi ho imparato, a mie spese e ho capito che aiutare non significa annullarsi. Oggi ascolto, accolgo, osservo. Soprattutto ho imparato a “posare” lo sguardo, posarlo con delicatezza sui bambini, sugli adulti, su chi soffre e su chi è fragile. Penso al lavoro con i bambini a quanto sia importante posare lo sguardo su chi ci sta di fronte, con delicatezza e senza giudizio. Uno sguardo che spesso a me, nella vita, soprattutto a scuola, è stato negato. Se non avessi incontrato quegli sguardi accoglienti, forse oggi non sarei quella che sono, non scriverei come scrivo, non vivrei come vivo. Il giudizio degli altri può fare male, può ferire. Ma so anche che parte della nostra autostima nasce da noi stessi e parte dal contesto in cui viviamo, dalle esperienze che attraversiamo. Oggi so proteggere la mia pace (non permetto più a nessuno di invaderla se non è invitato), scegliendo con attenzione chi può avvicinarsi al mio cuore.
Se la scuola è “vita vera”, cosa ti ha insegnato l’infanzia che porti anche nella tua scrittura?
L’infanzia mi ha insegnato lo stupore, a guardare il mondo come se fosse sempre la prima volta, a cogliere i dettagli, le sfumature, le piccole cose che spesso da adulti smettiamo di vedere. I bambini mi hanno insegnato la verità delle emozioni: si arrabbiano, piangono, ridono, perdonano… e poi ricominciano. Mi hanno insegnato a vivere il presente, a non rincorrere il tempo, a stare dentro i momenti. Questo lo porto nella mia scrittura: lo sguardo, la cura, la bellezza delle cose vere quella che nasce dal cuore. Scrivo cercando quello stesso stupore, quella stessa capacità di meravigliarmi, di restare aperta alla vita perché credo che sia lì, in quello sguardo bambino, che continuiamo a salvarci.
Cosa desideri che resti nel cuore di chi legge le tue poesie: consolazione, consapevolezza o riconoscimento?
Desidero che chi legge possa sentirsi visto, che si riconosca, che si emozioni. Mi è capitato, leggendole ad alcune persone, di vedere i loro occhi cambiare, riempirsi e tremare. Quando qualcuno si commuove leggendo una mia poesia, mi commuovo anch’io. È il regalo più grande che possa ricevere e se leggendole qualcuno dovesse trovare anche forza, conforto o consapevolezza… allora è un dono in più. Ogni volta che questo accade, sento che le parole hanno raggiunto il cuore di un’altra persona e questo rende tutto il mio scrivere ancora più vero. Vorrei che i lettori si sentissero riconosciuti e compresi. Qualcuno leggendo, mi ha detto: “È come se stessi parlando di me” e altri ancora mi hanno chiesto: “A chi pensavi mentre scrivevi?”. Quando tutto questo accade capisco che le mie parole arrivano e io non chiedo altro che lasciare una traccia gentile nel cuore di chi legge.
Stai lavorando a un progetto che raccolga le tue poesie in una forma più strutturata, come un libro?
Sì, oltre ad aver già partecipato alla pubblicazione di alcune poesie su un’antologia, ne sto pubblicando altre con la Casa Editrice “Dantebus”. Ma il momento più importante nel 2021, quello che ha davvero segnato la svolta, è stato quando la Casa Editrice “Le Pagine” che mi aveva contattata anni prima, ai tempi dell’università, mi ha richiamata e in quell’istante ho capito che non potevo più rimandare, non potevo più tenere le mie poesie chiuse nel cassetto, ho capito che era arrivato il momento di condividere il mio mondo interiore. Prima di quel momento avevo solo partecipato a una mostra con un’amica, dove avevamo esposto le sue opere d’arte e io avevo associato alcune mie poesie, ma poi niente di più. Le poesie erano rimaste chiuse in un cassetto. Ovviamente non ho mai smesso di scrivere, scivevo perché da sempre è stato il mio modo di restare vicina alle persone. Recentemente alcune persone di cui ho grande fiducia e che apprezzo mi hanno ricordato quella parte di me che avevo messo da parte, perché pensavo di non esserne all’altezza: la possibilità di scrivere un vero romanzo mio. Per ora lascio andare, mi fido della vita. So che ogni poesia, ogni emozione che scrivo, ha il suo tempo per emergere. Ho immaginato, però, il titolo di questo romaznzo “Nell’incavo del tuo collo”, perché lì vedo protezione, rifugio, casa: è il posto dove potrei lasciarmi andare, dove sentirmi accolta, al sicuro. Forse è un bisogno che porto con me da bambina, quel desiderio di un luogo dove essere veramente me stessa, senza filtri, senza paura. Scrivere per me non è solo mettere parole su carta, è dare forma a emozioni che nella quotidianità rischierebbero di perdersi, è catturare momenti di vita che altrimenti scivolerebbero via, è fare tesoro di ciò che la vita mi regala. Le parole diventano magia, diventano un mondo parallelo, diventano la mia parte più vera, quella che poche persone conoscono davvero. Alcune persone mi hanno anche parlato di trasformare queste poesie in musica, in canzoni. È una possibilità che lascio andare. Per ora mi fido della vita, ma il sogno del libro è lì, vivo, pulsante. Un libro che vuole essere il mio spazio vero, dove tutto ciò che ho vissuto, sentito e osservato può trovare forma e significato. Non solo per me, ma per chi leggerà e che potrà forse trovare nelle mie parole un rifugio, una luce, un frammento del proprio cuore.
Se dovessi descrivere la tua voce poetica con tre parole, quali sceglieresti?
La mia voce poetica è intima, malinconica e combattente. Se potessi aggiungere una quarta parola direi sognatrice.
Descriviti in tre versi.
Proteggo la vita che non mi appartiene più. Parlo a quella bambina che mi abita ancora. E lascio che il suo cuore mi insegni a resistere.
Tu esisti
Mi abbandono nelle braccia di chi ha catturato le mie insicurezze.
Mi sono immaginata lì, agganciata al suo timone.
Dormo ricoperta d’acqua, dove vedo riflessa la sua immagine.
Mi disseto con il suo profumo, respiro dentro i suoi grovigli,
cammino dentro le sue storie.
Non so dare un nome, ma se potessi trasformarlo in un uragano che mi risolleva,
vorrei essere portata via per sempre.
Ti parlo…Vorrei essere acqua che spegne il tuo fuoco quando ti sgretoli,
perché questo mondo non ti riconosce.
Vorrei toccarti per sapere che esisti.
Anestetico
Stringimi e non permettere all’aria di passare tra di noi.
Coprimi di parole sussurate
e poi senza nemmeno più un filo di voce,
urlami i tuoi meravigliosi silenzi.
Sono piena di te.
Avvelenami di passione.
Chiudi a chiave il mio sguardo che si è inciso su di te.
Vorrei sollevare le mie paure e trovarti lì.
Ti regalo arte,
a te che sei cura, anestetico e balsamo dell’anima per me…
Giungo a te passando tra i cunicoli che ho scavato sottoterra
e nella tempesta che accade,
nell’attimo in cui ti ritrovo, finalmente vengo pervasa
e riempita di luce.
Mi disseto
Un attimo.
Uno sguardo.
Un respiro.
Mi regali particelle della tua esistenza.
Ho sete, penso…
E tu arrivi e mi disseti.
Disordinami il cassetto dei sogni e
chiudi a chiave quello che ti hanno urlato i miei occhi.
Io intanto resto davanti a questo sole che dorme.
Grande amore
Il tuo viso è cucito sulla mia pelle,
nell’incavo del mio collo,
dove vieni a rifugiarti quando il mondo lì fuori senti che non ti sostiene.
Le tue mani scivolano sulla mia pelle e,
quando l’inverno mi abita
mi restituiscono calore.
Vivono dentro di me i tuoi sguardi che riconoscerei nella folla,
che mi calmano nella disperazione
e che mi regalano serenità.
Abitano in me i tuoi occhi, le tue ciglia e i tuoi respiri.
La tua voce ha trovato casa per risuonare tra le pieghe del mio corpo.
Grande amore sei tu.
Con la certezza che in te, troverò sempre un posto per tornare.
Un racconto all’Universo
Mi sorregge la certezza delle tue mani.
M’ incanta la musica dei tuoi passi che tornano.
Mi fortifica la tua ombra sulle pareti di casa.
Il mondo non conosce le tue paure impercettibili,
i tuoi respiri profondi e l’estasi nei tuoi occhi.
Un giorno racconterò all’universo chi eri.
Quel che resta
Tra sospiri inutili e braccia irraggiungibili resto sospesa.
Mi sembra di scivolare dentro al tuo cuore e nell’attimo dopo sgretolarmi.
Resti lì davanti a me, inerme.
Vorrei che tornassi a farmi male ricucendo gli attimi luminosi che hai strappato via.
Restano le ferite, restano le impronte sulla mia pelle,
le mie passioni,
i tuoi dubbi,
la spietata voglia di raggiungerti e i tuoi meravigliosi pensieri.
Solo se resti
Scivoli tra le fessure di una porta serrata.
Poi entri, stropicci le mie pagine.
Te ne vai, lasci socchiusi i miei cassetti.
Fai volare via senza lasciarne traccia i miei cumuli di sogni.
Senza permessi e preavvisi.
Senza scuse e ragioni.
Senza cuore e fatica.
Senza paure e brividi.
Senza ripulirti e riscaldarti.
Una mano ti ferma e ti chiede di aspettare.
Non credo che tu ora possa passare.
Ritorna solo se vuoi restare.