è nata a Foggia e vive a Orta Nova, ma con la valigia a portata di mano per cercare il suo posto nel mondo. É una scrittrice e illustratrice laureata in Beni Culturali nel 2021. Da sempre appassionata di scrittura, ha trasformato questa inclinazione in un percorso creativo che unisce parola e immagine, esplorando linguaggi espressivi diversi ma complementari.
Nel 2026 pubblica il suo primo romanzo, “I Giorni che vorrei”, edito da Bookabook, segnando un importante traguardo nel suo percorso autoriale. Parallelamente porta avanti un progetto personale su Substack, la newsletter “Le ParoLe Pop”, uno spazio in cui indaga le sfumature della lingua italiana, sperimentando con il significato delle parole e alimentando la propria curiosità e ricerca creativa.
La sua produzione si caratterizza per un approccio libero e dinamico, in cui la scrittura diventa uno strumento di scoperta e interpretazione della realtà, senza limiti imposti, ma guidata da un costante desiderio di esplorazione.
Cos’è per te l’arte?
L’arte è qualcosa di astratto, invisibile, che puoi sentire, percepire ed è in grado di guidarti verso una forma di totale benessere, come se fossi in un’altra dimensione. Dal mio punto di vista è sacra, per questo qualsiasi forma d’arte può considerarsi salvifica, poiché ci mette in contatto con una forza superiore, affascinante e inspiegabile e, di conseguenza, crea quel mistero che abbraccia, protegge, è rassicurante. Un ecosistema di colori e forme che attraversano l’animo umano.
Quando hai capito che la scrittura sarebbe diventata il tuo principale mezzo espressivo?
Sin da bambina davo sfogo alla mia creatività inventando filastrocche, poesie e storie a scuola, ma non capivo il perché: semplicemente mi affascinava, fino a quando ho iniziato a scrivere su un taccuino durante il periodo universitario.
Così ho capito che la scrittura per me non era solo una valvola di sfogo, ma avrebbe aperto delle porte, dei percorsi che fino a quel momento non ero in grado di vedere, per mancanza di consapevolezza.
In che modo il tuo percorso in Beni Culturali ha influenzato il tuo approccio alla narrazione e all’illustrazione?
In questi anni ho iniziato a nutrire un particolare interesse per le neuroscienze e mi sono resa conto di quanto sia davvero affascinante la mente umana: è una sorta di raccoglitore di immagini, suoni, relazioni, esperienze, ecc. Tutto questo contribuisce alla formazione della propria personalità, grazie a tutti quegli stimoli che vengono raccolti e successivamente metabolizzati. Credo sia un processo inconscio, ma c’è dell’altro probabilmente: da un punto di vista visivo, quindi, i miei studi mi hanno aiutato ad allenare lo sguardo, a distinguere ad esempio i vari stili artistici e quindi a coglierne i dettagli e le varie sfumature; da un punto di vista espressivo e di comunicazione, studiare l’arte mi ha aiutata a coltivare un pensiero critico, attento, analitico per certi versi.
Come nasce l’idea del tuo primo romanzo “I Giorni che vorrei” e quali tematiche senti più vicine?
Durante la pandemia Covid ho ripreso quel quaderno di cui parlavo prima, ma non conosco ancora bene il motivo: mi sono fidata del mio istinto e, pian piano, giorno dopo giorno, questa storia è nata sulla scia delle emozioni contrastanti e negative che stavo vivendo in quel momento. L’ho interpretato come un percorso di crescita: quel ritorno alla normalità che tutti aspettavamo ha dato il via all’immaginazione della protagonista, Aurora, una ragazza di 16 anni che scopre un passato così rivoluzionario da cambiarle la vita. Accade un percorso di cambiamento, che la porta poi a seguire tutte le sue più grandi passioni, che la salveranno: qui ritorna il tema del potere salvifico dell’arte che crea una direzione. Il percorso stesso con Bookabook editore, attraverso il crowdfunding, mi ha formata molto ed è stato una sorta di proseguimento della storia che ho scritto.
La tua newsletter “Le Parole Pop” esplora le sfumature della lingua: cosa ti affascina di più delle parole?
Questa newsletter è nata qualche mese fa e mi stupisce come ogni volta ci sia un interesse da parte degli iscritti nell’informarsi sulla lingua italiana perché, come dico, non è solamente un accento ma una prospettiva di significato e, per questo, di cura nel momento in cui ci relazioniamo con gli altri. Studiare la nostra lingua, capirne il significato, secondo me aiuta a creare e coltivare relazioni sane e durature, dunque felici. Non è mera cultura, ma attenzione, premura nei confronti degli altri affinché si possa vivere in una società più sana, consapevole ed empatica.
Quanto è importante per te unire scrittura e illustrazione nel tuo processo creativo?
Sono davvero collegate, a mio parere, perché insieme creano un universo narrativo che parte da una visione ben precisa e poi si trasforma in scrittura; almeno nel mio caso è così, ma sarebbe affascinante approfondire questo aspetto neuroscientifico.
Che tipo di relazione cerchi di instaurare con i lettori attraverso i tuoi lavori?
In questi mesi di promozione ho capito che non bisogna assolutamente darsi un’impostazione, ma fidarsi del momento e seguire il proprio intuito; intendo essere sinceri, raccontando la propria esperienza che magari può essere d’aiuto agli altri.
C’è un autore o un’artista che ha influenzato particolarmente il tuo percorso?
Ce ne sono due in particolare: Marco Mengoni e Cesare Cremonini. Per me rispettivamente rappresentano l’introspezione, il pensiero più intimo e profondo e il grande potere di creare ecosistemi narrativi. Mi sento nel mezzo: da quando ho iniziato a scrivere il mio romanzo, Mengoni, in particolare, mi ha in parte guidato seguendo quei temi a me più cari, più vicini, come il senso di attesa, di scoperta di sé stessi e la metafora del viaggio, non come fine ultimo ma come significato profondo dell’esistenza. Per questo mi sento molto allineata con il mondo artistico di Mengoni, che ha una potenza vocale tale da trascinarti nel suo mondo in maniera chiara e diretta, mentre Cremonini ha, secondo me, una grande potenza immaginaria.
Da questa prospettiva mi sento in linea con la sua visione artistica, perché ha un’attenzione e, credo, una sua naturale attitudine a inventare: la sua scrittura cinematografica, la musica che scrive, mi hanno sempre portata in una dimensione quasi fiabesca, così poetica ma anche forte allo stesso tempo. L’arte, a prescindere dalle sue forme, può davvero plasmare il nostro inconscio senza esserne pienamente consapevoli: non sappiamo bene perché accade, forse perché, come dicevo prima, c’è qualcosa di superiore che ci guida, creando le giuste energie fino a riconoscersi tra loro.
Come riesci a mantenere viva la creatività senza porre limiti alla tua ricerca?
Il vero segreto, se così si può definire, è la curiosità: è il carburante verso ogni porta di conoscenza, non solamente del mondo esterno ma soprattutto di quello interiore.
Quali sono le sfide più grandi che hai incontrato nel passaggio dalla passione alla pubblicazione?
Tutti i dubbi e le insicurezze che inizialmente mi hanno fatto credere di non riuscire nella pubblicazione e che magari stavo sbagliando strada erano invece solo paura, che poi mi ha guidata verso altre inaspettate destinazioni, incontrando tante persone con i miei stessi interessi. Un neuroscienziato diceva che la mente è una bugiarda: ci mente per proteggerci da eventuali sofferenze ed è importante non darle ascolto per capire davvero dove siamo destinati ad arrivare. Ecco, credo sia proprio vero.
In che direzione immagini evolverà il tuo percorso artistico nei prossimi anni?
La scrittura ha tante forme e, di conseguenza, mille scenari si possono aprire. Non soltanto scrivere romanzi, che è ciò che mi affascina di più ed è un processo naturale che sento, ma il mondo dell’intrattenimento credo mi possa portare in altri percorsi interessanti, unendo magari tutte le mie passioni per l’arte, la musica e l’attenzione alla lingua italiana.
Descriviti in tre libri.
Creativa, curiosa e dinamica come le storie raccontate da Gio Evan, in particolare “Ci siamo fatti mare”. In costante ricerca di altre mete come “Quando inizia la felicità” di Gianluca Gotto, perché farsi le giuste domande ci aiuta a capire quali sono i nostri reali bisogni, e infine “Il giardino dei fiori segreti” di Cristina Caboni, per aiutare la mia mente a coltivare quell’immaginario non solo utile ai fini professionali, perché poi la vita riesce sempre a stupirci in un modo o nell’altro. Basta semplicemente avere fiducia nelle proprie capacità e, di conseguenza, sostenerle nella loro naturale crescita senza forzare il processo.