Gianluca Amadori

nato a Forlì l’11 marzo 1967, è un artista contemporaneo la cui ricerca si concentra sulla pittura astratta e materica, indagando il rapporto tra materia, memoria, tempo e struttura. Dopo…

BIOGRAFIA

#Gianluca Amadori

nato a Forlì l’11 marzo 1967, è un artista contemporaneo la cui ricerca si concentra sulla pittura astratta e materica, indagando il rapporto tra materia, memoria, tempo e struttura. Dopo il diploma conseguito presso l’Istituto Statale d’Arte di Forlì nel 1987, ha sviluppato un linguaggio personale fondato sulla tridimensionalità della superficie pittorica e su una sapiente stratificazione di materiali come polvere di marmo, sabbia marina, colle viniliche, acrilici, gesso e inserti in foglia d’oro.

Le sue opere nascono attraverso processi di costruzione, sedimentazione ed erosione, dando vita a superfici ruvide, fratturate e attraversate da geometrie essenziali che dialogano con la luce, elemento attivo e trasformativo. I suoi lavori appaiono come scolpiti nella luce: le variazioni luminose attraversano i rilievi e penetrano nelle fenditure, modificando costantemente la percezione della superficie.

Al centro della sua ricerca emerge una forte connessione con l’archeologia, intesa come indagine sulle origini e come processo di scoperta. Amadori lavora per strati, tracce e frammenti, facendo della superficie pittorica un vero e proprio territorio di scavo, dove ciò che è nascosto viene progressivamente rivelato. In questa visione, creare coincide con l’atto di scoprire, attraversando la materia per risalire a una dimensione originaria.

Questi principi trovano una delle loro espressioni più compiute nella serie VERTEBRAE, in cui la vertebra viene reinterpretata come simbolo universale di origine, struttura e sostegno. Da elemento anatomico diventa segno archetipico, asse primordiale attorno al quale si organizza la vita, sospeso in un tempo indefinito tra passato, presente e futuro. Le opere restituiscono così un dialogo tra materia organica, forma archeologica e costruzione geometrica.

Grande attenzione è riservata anche alla dimensione fisica dell’opera nello spazio: l’artista realizza personalmente le cornici a cassetta, concepite come parte integrante del lavoro. Attivo nel panorama espositivo, nel 2025 ha presentato le proprie opere presso la sede di Generali Assicurazioni a Forlì e ha curato spazi personali nelle edizioni 2025 e 2026 di Vernice Art Fair, partecipando inoltre alla Rome Art Week 2025 con un’esposizione in Via Margutta a Roma. Nel 2026 ha presentato la mostra “SIGNS” presso l’Oratorio di San Sebastiano a Forlì e ha ricevuto il Premio Margherita d’Argento a Cesena.

La sua ricerca continua come un’indagine sulle strutture essenziali e sulle origini, in cui la materia diventa archivio del tempo e ogni opera si configura come una scoperta riportata alla luce.

Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è innanzitutto ricerca. È il tentativo di rendere visibile qualcosa che normalmente rimane nascosto: una memoria, una traccia, un’emozione, il passaggio del tempo. Non parto dalla volontà di rappresentare qualcosa, ma dal bisogno di scoprirlo attraverso il lavoro stesso. Spesso, quando inizio un’opera, non so esattamente dove mi porterà.

Cos’è per te la materia e che ruolo ha nel tuo processo creativo?
La materia non è semplicemente il mezzo con cui realizzo un’opera: è parte del suo significato. La sovrappongo, la incido, la scavo, la consumo. Mi interessa soprattutto quando perde la sua perfezione e comincia a mostrare tracce, ferite, sedimentazioni. È in quel momento che per me acquista memoria.

In che modo il concetto di tempo si sedimenta all’interno delle tue opere?
Attraverso gli strati. Ogni intervento lascia qualcosa sotto quello successivo, anche quando non è più completamente visibile. È un processo molto simile a ciò che accade alla terra, alle rocce, ai muri antichi. Il tempo non viene rappresentato: vorrei che fosse fisicamente presente dentro l’opera.

La tua ricerca richiama spesso l’archeologia: cosa significa per te “scavare” nella pittura?
Significa cercare qualcosa che sembra già esistere nella materia. Uso la spatola quasi come uno strumento di scavo: aggiungo, tolgo, incido, faccio riaffiorare parti nascoste. Mi affascina l’idea che l’opera non venga semplicemente costruita, ma in qualche modo ritrovata, come un reperto.

Come nasce la serie VERTEBRAE e quale significato personale attribuisci a questo simbolo?
VERTEBRAE nasce dalla ricerca di una forma elementare, quasi ancestrale, capace di evocare contemporaneamente il corpo, l’architettura e il reperto archeologico. La vertebra è struttura, sostegno, connessione. Ripetendola e trasformandola, ha progressivamente perso il suo significato anatomico per diventare una sorta di alfabeto personale, un segno attraverso il quale parlare di memoria, origine e tempo.

Qual è il rapporto tra luce e superficie nel tuo lavoro e come dialogano tra loro?
La luce per me completa l’opera. Le superfici sono costruite attraverso rilievi, incisioni e irregolarità proprio perché cambino continuamente con la luce. Un’opera può apparire diversa durante il giorno o semplicemente spostandosi davanti ad essa. In questo senso la luce non illumina soltanto la materia: la disegna.

Quanto conta la componente fisica e tridimensionale nella percezione delle tue opere?
Moltissimo. Anche se nascono come pitture, spesso considero le mie opere quasi delle sculture bidimensionali. La fotografia riesce a documentarle, ma non restituisce completamente la profondità, le ombre e la fisicità della superficie. Per comprenderle davvero bisogna trovarsi davanti all’opera e muoversi rispetto ad essa.

In che modo la scelta dei materiali influenza il risultato finale di un lavoro?
Ogni materiale ha un comportamento e una memoria differenti. Sabbia, polvere di marmo, gesso, acrilico, foglia oro, gommalacca non sono scelti soltanto per il loro effetto estetico. Mi interessa il modo in cui reagiscono, si sovrappongono, si rompono o riflettono la luce. Spesso è proprio la materia a suggerirmi quale sarà il passo successivo.

Cosa cerchi di rivelare attraverso le stratificazioni e le erosioni della materia?
Cerco una presenza. Qualcosa che sembri appartenere contemporaneamente al presente e a un tempo molto più antico. Mi interessa creare superfici che diano la sensazione di essere state ritrovate piuttosto che appena realizzate. Come se l’opera custodisse una storia che non possiamo conoscere completamente.

Qual è stato un momento chiave nel tuo percorso artistico che ha segnato una svolta nella tua ricerca?
La svolta è arrivata quando ho smesso di pensare alla superficie come qualcosa su cui dipingere e ho iniziato a considerarla come qualcosa dentro cui entrare. Da quel momento la materia è diventata protagonista. È nato il bisogno di costruire, incidere e scavare, e progressivamente è emerso il linguaggio che oggi riconosco nella serie VERTEBRAE.

Come vivi il rapporto tra equilibrio e imperfezione all’interno delle tue composizioni?
Cerco l’equilibrio, ma non la perfezione. Anzi, l’imperfezione è fondamentale. Una crepa, un’erosione o una differenza di spessore rendono la superficie viva. Cerco una struttura compositiva rigorosa all’interno della quale la materia possa mantenere una parte di imprevedibilità.

Qual è il ruolo dello spazio espositivo nella lettura delle tue opere?
È molto importante, soprattutto per il rapporto con la luce. Vorrei che le opere avessero spazio per respirare e che lo spettatore potesse avvicinarsi, allontanarsi e osservarle lateralmente. Da lontano emerge la struttura complessiva; avvicinandosi si scoprono invece tracce, incisioni e dettagli. Sono due letture diverse della stessa opera.

Verso quali direzioni senti evolvere oggi la tua ricerca artistica?
Sento che VERTEBRAE non è un punto di arrivo, ma l’inizio di un linguaggio che può svilupparsi ulteriormente. Mi interessa aumentare la dimensione e la fisicità delle opere, sperimentare nuovi materiali e portare alcuni elementi fuori dalla superficie pittorica. Vorrei approfondire sempre di più il confine tra pittura, scultura e reperto, mantenendo al centro materia, memoria e tempo.

Descriviti in tre parole.
Curioso. Istintivo. Tenace.

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