(1980) è architetto, curatore, progettista culturale, consulente per la rigenerazione urbana e autore. La sua ricerca si sviluppa all’intersezione tra arte contemporanea, architettura, design e processi di trasformazione del territorio, indagando il ruolo della cultura come strumento di innovazione sociale, costruzione dell’identità dei luoghi e sviluppo sostenibile.
Laureato in Architettura con specializzazione in Storia dell’Architettura e dell’Urbanistica, ha costruito un percorso multidisciplinare che unisce competenze progettuali, curatoriali e manageriali. Nel corso della sua attività ha maturato una significativa esperienza nella direzione di eventi culturali, festival, mostre e workshop, collaborando con istituzioni pubbliche, imprese e organizzazioni culturali nella valorizzazione del patrimonio materiale e immateriale.
Tra il 2009 e il 2011 svolge attività curatoriale per numerose gallerie d’arte italiane, contribuendo alla progettazione di esposizioni dedicate ai linguaggi dell’arte contemporanea. Dal 2010 affianca all’attività progettuale quella editoriale, collaborando come pubblicista freelance con riviste specializzate attraverso articoli, saggi e contributi critici su arte moderna e contemporanea, architettura e trasformazioni urbane.
Nel 2011 fonda a Salerno A3artecontemporanea, spazio indipendente nato per promuovere la ricerca artistica contemporanea e favorire il dialogo tra artisti, curatori e pubblico attraverso mostre, incontri e attività di approfondimento. Nel 2014 è co-fondatore di WILLOKE – Urban Art Festival, primo festival diffuso di arte urbana tra Campania e Puglia, che interpreta la street art come dispositivo culturale capace di attivare processi di rigenerazione urbana, partecipazione civica e valorizzazione identitaria dei territori.
Nel 2019 promuove un gruppo di lettura indipendente, confermando il suo impegno nella diffusione della cultura come pratica di partecipazione collettiva. Nello stesso anno ricopre l’incarico di Assessore tecnico esterno con deleghe al Patrimonio, al Decoro Urbano, all’Edilizia Pubblica e ai Fondi Europei, maturando esperienza nella programmazione territoriale e nella gestione di interventi di riqualificazione urbana.
Dal 2020 opera come Operation Manager e consulente strategico per aziende private, occupandosi di organizzazione, sviluppo d’impresa e pianificazione di progetti complessi, parallelamente all’attività di consulenza nella rigenerazione urbana attraverso strategie integrate che mettono in relazione arte, architettura, cultura, turismo e sviluppo locale.
Dal 2024 è fondatore e direttore creativo di Luft Art & Design, studio di progettazione artistica con cui realizza interventi di arte contemporanea, graphic design, identità visiva, installazioni e progetti di comunicazione culturale per spazi pubblici e privati. All’interno dello studio conduce la ricerca “Archeologia del Segno”, un’indagine poetica e materica sul valore del segno come memoria, stratificazione culturale e traccia del tempo, che riflette sul rapporto tra sostenibilità, memoria collettiva e linguaggio visivo contemporaneo.
Nel 2025 pubblica il suo primo libro, Sinfonia degli Ombrelli Invertiti – Un viaggio sentimentale nell’Arte tra passione, luce e resistenza, opera che intreccia riflessione critica, autobiografia culturale e narrazione, proponendo l’arte come esperienza esistenziale e forma di resistenza alla perdita della memoria.
La sua attività si distingue per un approccio interdisciplinare che supera i confini tra progettazione, ricerca artistica e azione culturale. Attraverso la curatela, la scrittura e la progettazione promuove una visione dell’arte come pratica capace di generare relazioni, attivare processi di trasformazione urbana e contribuire alla costruzione di nuove forme di appartenenza, immaginando lo spazio pubblico come luogo privilegiato di incontro, partecipazione e innovazione.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte non è semplicemente creare, né tantomeno limitarsi a osservare o a criticare la realtà. L’arte è, prima di tutto, un processo di contaminazione: tra linguaggi, discipline, esperienze, persone e luoghi. È un esercizio continuo di ricerca che obbliga a mettersi in discussione, ad abbandonare le certezze e ad accogliere nuove prospettive. L’arte è il luogo in cui il pensiero prende forma. Non è soltanto il risultato di un gesto creativo, ma il percorso che conduce a quel gesto. Per questo non inseguo esclusivamente l’armonia o la bellezza, pur riconoscendone il valore fondamentale. Ciò che cerco davvero sono le domande. Quelle che ci costringono a fermarci, a riflettere, a osservare la realtà con occhi diversi. Mi chiedo continuamente: perché? Qual è il significato di ciò che vedo? Credo che l’arte non abbia il compito di offrire risposte definitive, ma quello di alimentare il pensiero, stimolare il dubbio e aprire nuove possibilità di interpretazione. Per me fare arte significa progettare qualcosa che vada oltre l’estetica. Significa costruire un linguaggio capace di comunicare ciò che spesso le parole non riescono a esprimere. È un dialogo costante tra la mia interiorità e ciò che accade nel mondo; un confronto a volte armonioso, altre volte difficile, ma sempre necessario. L’arte è un esercizio quotidiano di osservazione, di ascolto e di consapevolezza. È il punto d’incontro tra lucidità e caos, tra memoria e visione, tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare. In fondo, credo che l’arte sia questo: un urlo silenzioso che ti graffia dentro. E io in quel graffio ci vivo da sempre.
Come nasce il tuo interesse per l’intersezione tra arte, architettura e rigenerazione urbana?
L’arte, come accennavo poco fa, è contaminazione: un dialogo continuo tra le diverse forme espressive, l’uomo e lo spazio. È proprio in questa intersezione che, a mio avviso, risiede la sua forza più autentica. Il mio interesse per l’arte nasce durante il percorso di studi presso la Facoltà di Architettura di Napoli, nel corso di una lezione di Storia dell’Architettura. In quell’occasione ebbi la fortuna di incontrare un professore che, come pochi nella vita di uno studente, riesce a lasciare un segno profondo. Con la sua umanità, la sua sensibilità e una visione libera, aperta, poco incline alle rigidità disciplinari, mi fece scoprire un universo che fino a quel momento mi era del tutto sconosciuto. Da allora l’arte è diventata una presenza costante nel mio percorso umano e professionale. Non si è mai sovrapposta all’architettura né si è posta in antitesi rispetto a essa. Al contrario, ho sempre considerato arte e architettura come due linguaggi complementari, parti dello stesso organismo creativo. Del resto, la storia ci insegna che molti dei più grandi maestri dell’architettura sono stati anche straordinari artisti, così come numerosi artisti hanno saputo interpretare lo spazio con una sensibilità profondamente architettonica. Questa convinzione ha guidato anche il mio percorso professionale, portandomi dapprima a lavorare come curatore e successivamente come piccolo gallerista, sempre con uno sguardo rivolto alle nuove discipline, alle contaminazioni e alla sperimentazione. Parallelamente non ho mai smesso di studiare e di fare ricerca, perché credo che la conoscenza sia il presupposto indispensabile per comprendere l’evoluzione dei linguaggi artistici. È proprio attraverso questo percorso che ho iniziato a osservare con occhi diversi il graffitismo e l’arte urbana. Fenomeni troppo spesso interpretati esclusivamente come espressioni di trasgressione o ribellione e di illegalità, ma che in realtà rappresentano, nella loro essenza più autentica, la voce di chi sceglie di non piegarsi ai modelli imposti e utilizza l’arte non come una ferita, ma come uno strumento di espressione, di dialogo e di cambiamento. In quel momento ho compreso che l’arte urbana poteva trasformarsi in una straordinaria risorsa. Se inserita all’interno di una visione progettuale consapevole, è in grado di assumere un valore profondamente positivo, diventando uno strumento di rigenerazione urbana, di connessione e di inclusione sociale. Può ricucire i rapporti tra un contesto marginale e il resto del territorio, creando nuove relazioni tra comunità, istituzioni e cittadini e restituendo identità ai luoghi. Per questo torno al punto di partenza: l’arte, nella sua natura più profonda, è un’intersezione continua tra linguaggi, persone e spazi. È il luogo in cui discipline differenti si incontrano, si contaminano e generano nuove possibilità. Ed è proprio questa capacità di costruire connessioni che, ancora oggi, continua ad affascinarmi e a guidare il mio modo di pensare, progettare e vivere l’arte.
In che modo la cultura può diventare, secondo te, un vero strumento di innovazione sociale?
Dal mio punto di vista, parto da un presupposto fondamentale: la cultura rappresenta il fondamento di una società civile, consapevole ed evoluta. È solo attraverso la conoscenza che diventa possibile comprendere la realtà, affrontare tanto le sfide della quotidianità quanto le situazioni più complesse, individuando soluzioni efficaci e durature. Conoscere un territorio nelle sue molteplici dimensioni: geografica, storica, urbanistica, sociale e culturale, significa acquisire gli strumenti per leggerne i bisogni, riconoscerne le potenzialità e intervenire in modo consapevole. Solo attraverso questa conoscenza è possibile comprendere ciò che può essere valorizzato, rigenerato e migliorato, contribuendo ad accrescere la qualità della vita del singolo individuo e dell’intera comunità. Negli ultimi anni numerosi studi di Sociologia Urbana hanno dimostrato come anche i contesti urbani più periferici, fragili o segnati dal degrado possano trasformarsi profondamente attraverso la cultura. L’inserimento di presìdi culturali come biblioteche di quartiere, laboratori artistici, teatrali e artigianali, spazi di progettazione condivisa e luoghi dedicati alla partecipazione attiva dal basso, producono effetti che vanno ben oltre l’offerta di servizi. Questi luoghi diventano catalizzatori di relazioni, occasioni di crescita collettiva e strumenti di emancipazione sociale. Quando una comunità dispone di spazi nei quali incontrarsi, confrontarsi, creare e condividere esperienze, cresce naturalmente il senso di appartenenza, di responsabilità e di cura verso il luogo in cui vive. Si rafforza l’identità collettiva, aumenta il rispetto per il bene comune e si sviluppa una maggiore consapevolezza della sostenibilità sociale e ambientale delle proprie azioni. Per questo credo che la cultura non sia un elemento accessorio dello sviluppo, ma uno dei suoi motori principali. Dove la cultura mette radici, il degrado arretra progressivamente, lasciando spazio a comunità più coese, partecipi e resilienti. Comunità che imparano a riconoscere il valore dei propri luoghi e che, proprio grazie a questa rinnovata consapevolezza, diventano naturalmente più attrattive verso l’esterno, generando nuove opportunità di crescita, innovazione e sviluppo sostenibile.
Qual è stata l’esperienza più significativa nel tuo percorso curatoriale e perché?
Se dovessi individuare le esperienze più significative del mio percorso curatoriale, ne sceglierei sicuramente due, entrambe fondamentali per la mia crescita umana e professionale. La prima coincide con l’apertura della mia galleria d’arte A3artecontemporanea. Da giovane gallerista mi trovai improvvisamente a confrontarmi con una dimensione manageriale che fino a quel momento non avevo mai sperimentato. Fu un’esperienza che mi costrinse a studiare, a fare ricerca e a comprendere in profondità le dinamiche del sistema dell’arte contemporanea. Erano gli anni in cui il mercato era fortemente orientato verso logiche consolidate, dominate da grandi gallerie, importanti collezionisti e critici di fama internazionale, capaci di muovere ingenti risorse economiche e di promuovere mostre destinate a un pubblico ristretto ed esclusivo. Io, invece, decisi di percorrere una strada diversa. Scelsi consapevolmente di investire esclusivamente su giovani artisti, sostenendo ricerche sperimentali, linguaggi innovativi e percorsi spesso lontani dalle dinamiche commerciali e dai canoni più tradizionali dell’arte. Questa scelta mi permise di entrare per la prima volta in un rapporto autentico con gli artisti. Prima ancora delle opere, era necessario conoscere la persona: la sua storia, il suo percorso formativo, le motivazioni profonde che alimentavano la sua ricerca. Ho detto molti “no”, non perché mancasse il talento, ma perché alcune proposte non erano coerenti con la visione culturale della galleria. Essere un curatore, infatti, significa anche compiere scelte e costruire un’identità progettuale. Con il tempo il rapporto professionale si trasformava inevitabilmente in qualcosa di più. Diventavo il loro punto di riferimento, il loro manager, spesso anche un amico e un confidente. Ho avuto il privilegio di lavorare con artisti provenienti da contesti culturali, sociali e accademici molto differenti. Questo mi ha permesso di confrontarmi con mondi che fino ad allora conoscevo solo superficialmente, compreso quello delle differenze identitarie e dell’orientamento sessuale. È stata un’esperienza di straordinaria crescita personale, perché nell’arte il valore di una persona non è mai determinato dalla sua provenienza, dalle sue convinzioni o dalla sua identità, ma esclusivamente dalla forza della sua ricerca e dalla qualità della sua espressione. L’arte, quando è autentica, non conosce pregiudizi. La seconda esperienza che considero determinante è stata la co-fondazione di WILLOKE primo festival di street art diffuso tra Campania e Puglia. Erano anni in cui l’urban art non aveva ancora raggiunto il livello di riconoscimento istituzionale e di diffusione che conosciamo oggi. Si trattava ancora di un linguaggio percepito come marginale, ma io ne intuivo già le straordinarie potenzialità culturali e sociali. Quando decisi di tornare in Irpinia, quella “terra dell’osso”, come la definisce Vinicio Capossela, il luogo in cui sono cresciuto, sentii il desiderio di mettere al servizio del territorio l’esperienza maturata altrove. Era una sfida complessa: portare l’urban art internazionale nelle aree interne dell’Appennino campano, territori spesso considerati periferici rispetto ai grandi centri metropolitani. L’obiettivo era creare un dialogo tra il locale e il globale, dando vita a una contaminazione capace di arricchire entrambe le dimensioni. Quella che oggi definiremmo una visione profondamente “glocal”: radicata nei luoghi, ma aperta al mondo. In pochi anni il festival riuscì a coinvolgere artisti provenienti da Spagna, Portogallo, Francia, Argentina, Giappone, Australia, Romania e naturalmente dall’Italia. Ognuno di loro ha lasciato un segno tangibile nei piccoli centri dell’Irpinia, trasformando muri anonimi in opere capaci di raccontare nuove storie e di aprire nuove prospettive. Luoghi dove, parafrasando Carlo Levi, qualcuno avrebbe pensato che “Cristo si fosse fermato a Eboli”, sono diventati invece spazi di incontro, di creatività e di dialogo internazionale. Quell’esperienza mi ha confermato una convinzione che continua ad accompagnarmi ancora oggi: la cultura e l’arte possono diventare straordinari strumenti di trasformazione sociale e territoriale. Anche nei luoghi più periferici possono generare nuove connessioni, costruire identità condivise e offrire opportunità di crescita che vanno ben oltre la dimensione artistica.
Come è cambiato il tuo approccio alla progettazione culturale nel corso degli anni?
Sicuramente il mio modo di guardare il mondo è cambiato profondamente nel tempo, grazie allo studio continuo e all’esperienza maturata sul campo, giorno dopo giorno. Ogni incontro, ogni progetto e ogni realtà con cui sono entrato in contatto hanno contribuito ad ampliare il mio sguardo, rendendolo meno ingenuo, meno superficiale e più consapevole. Confrontarsi con persone provenienti da contesti culturali, sociali e professionali differenti insegna a osservare la realtà con maggiore profondità. Si impara a non fermarsi alle apparenze, ma ad ascoltare, a cogliere i dettagli, ad analizzare le dinamiche e quelle stratificazioni spesso invisibili che caratterizzano ogni comunità e ogni tessuto sociale. Ciò che, a un primo sguardo, può sembrare equilibrato e omogeneo, spesso nasconde fragilità, disuguaglianze e bisogni che richiedono attenzione e capacità di interpretazione. Questa consapevolezza mi ha portato ad abbandonare una lettura semplicistica della realtà, fondata sul giudizio immediato o su categorie predefinite, per sviluppare una visione più ampia e strutturata. Una visione che non cerca di dividere, ma di comprendere; che non si limita a individuare i problemi, ma prova a immaginare soluzioni concrete, inclusive e sostenibili. Credo che progettare significhi, prima di tutto, assumersi la responsabilità di costruire opportunità. Che si tratti di architettura, di arte, di cultura o di rigenerazione urbana, ogni intervento dovrebbe avere come obiettivo il miglioramento della qualità della vita collettiva, mettendo al centro le persone e garantendo che nessuno resti indietro. In fondo, è proprio questo che l’esperienza mi ha insegnato: la conoscenza non serve soltanto a comprendere il mondo, ma soprattutto a trasformarlo con responsabilità, sensibilità e visione.
Che ruolo ha la street art oggi nei processi di trasformazione e identità dei territori?
Adoro questa domanda, perché mi permette di parlare di un tema che considero centrale nel mio percorso professionale e nella mia visione della rigenerazione dei territori. Per molto tempo la street art è stata associata quasi esclusivamente all’idea di imbrattamento o di trasgressione. Ancora oggi questo pregiudizio resiste in parte dell’opinione pubblica. In realtà, negli ultimi anni l’arte urbana ha dimostrato di essere uno straordinario strumento di innovazione culturale, sociale ed economica, capace di incidere concretamente sulla trasformazione delle città e delle aree interne. Si tratta di un potenziale ancora non pienamente valorizzato, ma in costante crescita. Quando viene inserita all’interno di una strategia di rigenerazione integrata, che comprende arte pubblica, qualità dello spazio urbano, arredo, verde, servizi e partecipazione della comunità, la street art è in grado di restituire identità a luoghi degradati, riattivare quartieri periferici e offrire nuove prospettive ai piccoli borghi interessati dallo spopolamento. Un muro dipinto, da solo, non cambia una città. Ma un progetto culturale costruito attorno all’arte pubblica può diventare l’innesco di un processo molto più ampio, capace di generare bellezza, senso di appartenenza, inclusione sociale e nuove opportunità economiche. È proprio questa la forza della street art oggi: trasformare lo spazio pubblico in un luogo di relazione, di racconto e di identità condivisa. Gli esempi non mancano. Dalle grandi periferie di città come Napoli, Roma, Milano, Palermo o Taranto, fino ai piccoli comuni dell’Appennino, l’arte urbana ha contribuito a modificare la percezione dei luoghi, rendendoli più attrattivi per i residenti e per i visitatori. In molti casi questi interventi hanno dato vita a nuovi percorsi di turismo culturale e creativo, capaci di generare economia locale, sostenere le attività del territorio e valorizzare patrimoni che fino a poco tempo prima erano considerati marginali. Per questo continuo a sostenere che la street art non sia semplicemente una forma espressiva, ma uno strumento di politica culturale e di sviluppo territoriale. Quando è il risultato di una progettazione seria e condivisa, diventa un investimento sul futuro delle comunità. In fondo è una convinzione come già accennato: dove la bellezza o la cultura mettono radici, il degrado arretra. E dove arretra il degrado, trovano spazio nuove energie, nuove relazioni e nuove opportunità di crescita per l’intera collettività
Come si sviluppa la tua ricerca “Archeologia del Segno” e cosa rappresenta per te?
Nel 2024 nasce Luft Art&Design, uno studio di progettazione artistica che rappresenta la sintesi del mio percorso professionale e della mia visione dell’arte. Il progetto si occupa della realizzazione di stampe Fine Art di altissima qualità, con una particolare attenzione al design, alla ricerca cromatica e alla scelta dei supporti. Opere pensate per dialogare con ambienti classici e contemporanei, spazi privati, strutture ricettive, locali di tendenza, fino ad arrivare a installazioni scenografiche per teatri e set cinematografici. Parallelamente, lo studio promuove e valorizza anche il lavoro di altri artisti, nella convinzione che la crescita culturale passi sempre attraverso il confronto e la condivisione. È proprio all’interno di questo percorso che nasce Archeologia del Segno, una serie di opere uniche costruite attorno all’idea della traccia come memoria. Un progetto fatto di segni nascosti, frammenti, stratificazioni e superfici consumate, capace di raccontare ciò che normalmente rimane invisibile. Tengo però a fare una precisazione. Non mi considero un artista e non mi sono mai definito tale. Ritengo che questa definizione appartenga a chi possiede una formazione e una ricerca tali da meritare pienamente quel riconoscimento. Io mi sento piuttosto un osservatore, un sognatore, a volte visionario, altre volte persino folle. E, come tutti i sognatori, sento spesso il bisogno di dare forma a emozioni e pensieri che non riuscirebbero a trovare spazio nelle parole. Così il gesto diventa il mio linguaggio. Un gesto essenziale, quasi primordiale, che lascia una traccia sulla materia e restituisce forma a ciò che sento interiormente. Quello che inizialmente era nato come un semplice esercizio personale si è trasformato, nel tempo, in una vera ricerca, alimentata dalla sperimentazione continua di materiali, tecniche, sensazioni e significati. Ogni segno non rappresenta mai un elemento puramente grafico. È la testimonianza di un tempo nascosto, di un’esperienza vissuta, di una memoria silenziosa. Ogni opera diventa così un viaggio dentro la materia del gesto, dove la superficie racconta molto più di ciò che appare.
Qual è il valore del recupero dei materiali e della memoria all’interno del tuo lavoro artistico?
Anche la scelta dei materiali nasce da questa visione. Ho progressivamente abbandonato i supporti tradizionali per orientarmi verso materiali destinati allo scarto: manifesti pubblicitari, locandine, cartoni da imballaggio, fogli di giornale, carte recuperate. Tutto ciò che normalmente conclude il proprio ciclo di vita può diventare il punto di partenza di una nuova storia. Raccogliere questi materiali e restituire loro una nuova dignità rappresenta, per me, un naturale prolungamento del concetto di rigenerazione che accompagna tutto il mio percorso professionale. Così come è possibile rigenerare uno spazio urbano attraverso la cultura, allo stesso modo è possibile rigenerare una materia apparentemente priva di valore, trasformandola nel supporto di un nuovo racconto. Per questo motivo le opere non cercano mai la perfezione formale. Le superfici rimangono irregolari, lacerate, imperfette, perché è proprio da quelle imperfezioni che nasce la loro autenticità. Anche la scelta dei colori segue questa logica. Non utilizzo i tradizionali acrilici o olii per belle arti, ma prodotti derivati dal mondo dell’edilizia, gli stessi impiegati nella street art e negli interventi murali. Sono materiali concepiti per resistere al tempo e agli agenti atmosferici, e mi affascina il loro dialogo con supporti fragili e consumati. È quasi un equilibrio simbolico: alla vulnerabilità della carta si contrappone la resistenza del colore. Il risultato è un linguaggio volutamente materico, essenziale e istintivo, lontano dalla ricerca della perfezione estetica. Del resto, credo che la perfezione rappresenti spesso un punto di arrivo, mentre la ricerca vive dell’imperfezione, del dubbio e della continua possibilità di evolvere. Forse è proprio questo il senso più profondo di Archeologia del Segno: cercare, attraverso la materia e il gesto, quelle tracce invisibili che raccontano il tempo, la memoria e la capacità di ogni cosa di rinascere. Perché ogni segno custodisce una storia e ogni frammento, se osservato con attenzione, può trasformarsi nell’inizio di qualcosa di nuovo.
In che modo la tua esperienza amministrativa ha influenzato la tua visione progettuale?
Amministrare una comunità non è mai semplice. È sicuramente più facile osservare dall’esterno, criticare o giudicare il lavoro di chi si assume la responsabilità di decidere e di agire. Ho sempre pensato che soltanto chi sceglie di mettersi in gioco possa commettere degli errori; chi non agisce, inevitabilmente, non sbaglia, ma rinuncia anche alla possibilità di migliorare le cose. La mia esperienza amministrativa, seppur relativamente breve, non ha modificato la mia integrità personale né il mio modo di concepire il rapporto con il territorio. Piuttosto, ha ampliato la mia capacità di leggere la complessità dei processi e di affrontare i problemi con uno sguardo più sistemico e puntuale. La formazione professionale maturata negli anni, tra architettura, cultura e rigenerazione urbana, mi ha permesso di affrontare l’impegno amministrativo con un metodo orientato all’analisi, alla pianificazione e alla ricerca di soluzioni concrete. Ogni scelta, a mio avviso, dovrebbe nascere dall’ascolto del territorio e dalla capacità di interpretarne i bisogni, cercando un equilibrio tra le esigenze della comunità e le opportunità di sviluppo. L’esperienza sul campo mi ha insegnato quanto sia importante adattare gli strumenti progettuali alle caratteristiche di ogni contesto. Ogni comunità possiede criticità, fragilità e potenzialità differenti; comprenderle significa costruire interventi realmente efficaci, capaci di produrre benefici duraturi. Tra gli obiettivi che ho perseguito con maggiore convinzione vi è stato quello di creare nuove opportunità per i giovani, in particolare per coloro che non hanno avuto la possibilità di intraprendere un percorso universitario. Ho cercato di promuovere iniziative che favorissero esperienze culturali, formative e professionali anche all’estero, nella convinzione che il confronto con altre realtà rappresenti uno straordinario strumento di crescita personale e lavorativa. Allo stesso tempo ho lavorato per valorizzare il patrimonio naturalistico e il turismo dei cammini, riconoscendo in essi una risorsa strategica per lo sviluppo delle aree interne. Credo profondamente che territori caratterizzati da isolamento geografico possano trasformare questa apparente debolezza in un punto di forza, a condizione di costruire reti di collaborazione tra comuni, istituzioni e associazioni. Solo attraverso la cooperazione è possibile creare connessioni capaci di generare nuove opportunità economiche, culturali e sociali. Un altro ambito al quale ho dedicato particolare attenzione è stato quello del decoro urbano e della gestione degli spazi pubblici. Ritengo infatti che la qualità dell’ambiente in cui viviamo influenzi profondamente il senso di appartenenza dei cittadini e il modo in cui una comunità percepisce se stessa. In definitiva, l’esperienza amministrativa mi ha permesso di confrontarmi direttamente con le priorità del tessuto urbano e sociale, andando oltre le analisi teoriche e misurandomi con la complessità delle decisioni quotidiane. È stata un’occasione preziosa per comprendere quanto sia difficile amministrare, ma anche quanto sia importante farlo con visione, competenza, ascolto e senso di responsabilità. Più di ogni altra cosa, questa esperienza ha rafforzato una convinzione che accompagna tutto il mio percorso: ogni territorio, indipendentemente dalle sue dimensioni o dalle sue difficoltà, possiede risorse e potenzialità che possono emergere solo attraverso una progettazione condivisa, una visione di lungo periodo e la capacità di mettere sempre al centro le persone.
Cosa ti ha spinto a scrivere Sinfonia degli Ombrelli Invertiti e quale messaggio desideri trasmettere?
Ciò che mi ha spinto a scrivere questo libro è stato, prima di tutto, il desiderio di rendere l’arte accessibile a tutti. Ho sempre creduto che l’arte non debba essere percepita come un linguaggio riservato a pochi, ma come un patrimonio condiviso, capace di parlare a chiunque attraverso emozioni, suggestioni e immagini. Per questo ho scelto un linguaggio diretto, evocativo e profondamente umano, in grado di superare le barriere linguistiche, culturali e persino quelle che spesso ognuno di noi costruisce dentro di sé. Sinfonia degli ombrelli invertiti nasce dalla mia profonda passione per l’arte, vissuta non soltanto come professione, ma come una vera e propria missione di vita. È il risultato di un percorso fatto di studio, ricerca, esperienze e incontri che nel tempo hanno contribuito a modellare il mio modo di osservare il mondo e di raccontarlo. Il volume raccoglie una selezione di testi già pubblicati, accanto a numerosi contributi inediti scritti appositamente per questa edizione. Più che una semplice raccolta di riflessioni, rappresenta un viaggio attraverso la ricerca, le idee, le intuizioni e suggestioni che hanno accompagnato il mio percorso di modesto studioso di Storia dell’Arte. Anche il titolo racchiude il significato più profondo dell’opera. Sinfonia degli ombrelli invertiti richiama un’immagine poetica e surreale, capace di evocare una prospettiva diversa sul mondo. L’ombrello, normalmente utilizzato per proteggersi dalla pioggia, viene capovolto e diventa metafora di un gesto opposto: non respingere ciò che arriva dall’esterno, ma accoglierlo. È un invito a cambiare punto di vista, a lasciarsi sorprendere dall’imprevisto e a raccogliere emozioni, esperienze e frammenti di bellezza che spesso sfuggono a uno sguardo distratto. In fondo è questa l’essenza del libro: un invito a osservare la realtà con occhi nuovi, riscoprendo nell’arte non soltanto un’espressione estetica, ma uno strumento di conoscenza, di crescita personale e di dialogo tra le persone.
Come immagini il futuro delle città in relazione all’arte e alla partecipazione culturale?
Come dicevo, sono un sognatore. A volte visionario, altre volte persino utopista. Ma credo che ogni cambiamento significativo nasca sempre da una visione capace di immaginare ciò che ancora non esiste. Il mio desiderio è quello di vedere città più evolute, armoniose e vive, progettate mettendo al centro le persone e non esclusivamente le logiche del profitto. Luoghi in cui la qualità dello spazio pubblico diventi uno strumento di benessere collettivo e non soltanto un elemento funzionale. Immagino città realmente accessibili, inclusive e sostenibili, nelle quali ogni cittadino possa vivere gli spazi comuni come luoghi di incontro, di crescita e di partecipazione. Città in cui la cultura sia considerata un diritto e non un privilegio: musei accessibili a tutti, arte pubblica diffusa, occasioni di confronto e di conoscenza capaci di raggiungere ogni persona, senza distinzione sociale, economica o culturale. Vorrei che l’arte uscisse sempre più dai luoghi tradizionalmente deputati alla sua fruizione per entrare nella quotidianità delle persone, diventando parte integrante del paesaggio urbano e della vita delle comunità. Perché l’arte non appartiene a un’élite, ma rappresenta un patrimonio collettivo che ha il potere di educare, ispirare e generare relazioni. Allo stesso tempo immagino una valorizzazione più coraggiosa del nostro patrimonio storico e archeologico. Luoghi antichi che possano dialogare con il linguaggio della contemporaneità, ospitando spettacoli, installazioni, performance ed eventi culturali nei quali passato e presente si contaminino reciprocamente. Credo profondamente che la storia non debba essere soltanto conservata, ma continuamente reinterpretata, affinché possa continuare a ispirare il futuro. Naturalmente sono consapevole che la realtà sia un’altra, che impone limiti, tempi e complessità. Tuttavia, credo che ogni trasformazione concreta abbia origine da una visione. È proprio la capacità di immaginare scenari nuovi che rende possibile costruire progetti integrati, capaci di migliorare progressivamente la qualità della vita e di restituire dignità alle persone e ai luoghi. Se dovessi riassumere tutto in una sola convinzione, direi che il futuro delle nostre città dipende dalla capacità di continuare a investire nella cultura, nell’istruzione e nella conoscenza. Sono questi gli strumenti che permettono alle comunità di evolvere, di affrontare il cambiamento con consapevolezza e di costruire una società più giusta, più inclusiva e più umana. In fondo continuo a credere che il vero progresso non si misuri soltanto attraverso lo sviluppo economico, ma soprattutto dalla qualità della vita delle persone, dalla bellezza dei luoghi che abitano e dalle opportunità che una comunità è capace di offrire a ciascuno dei suoi cittadini.
Descriviti in tre colori.
Blu cobalto, Sky blu, rosso.