Giuditta Mercurio

nasce nel 2000 ad Acquaviva delle Fonti, in provincia di Bari, e vive a Palo del Colle. Fin dall’infanzia manifesta una naturale inclinazione per il disegno: a soli tre anni…

BIOGRAFIA

#Giuditta Mercurio

nasce nel 2000 ad Acquaviva delle Fonti, in provincia di Bari, e vive a Palo del Colle. Fin dall’infanzia manifesta una naturale inclinazione per il disegno: a soli tre anni riempie i muri di casa di segni e colori, trasformando il gioco in una prima, spontanea forma di espressione artistica.

Nel tempo, il piacere di disegnare e sperimentare con il colore si consolida in una passione sempre più consapevole, che la conduce a intraprendere un percorso di studi in ambito artistico. Si diploma presso il Liceo Artistico “Pino Pascali” e prosegue la propria formazione all’Accademia di Belle Arti di Bari, dove consegue la laurea magistrale in Pittura – Nuove Tendenze.

La sua ricerca si arricchisce attraverso il confronto con gli artisti Ferruccio Magaraggia e Miguel Gomez, esperienze che contribuiscono ad ampliare il suo sguardo e a rafforzare il suo linguaggio espressivo. Attualmente partecipa attivamente a eventi culturali, estemporanee e concorsi d’arte, portando avanti un percorso di crescita e sperimentazione continua.

Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è prima di tutto un luogo in cui ritrovare me stessa. È una forma di benessere, quasi una terapia, perché mi permette di dare ordine ai pensieri e alle emozioni. Allo stesso tempo è un linguaggio: attraverso un’opera posso comunicare qualcosa che spesso le parole non riescono a esprimere. Mi piace l’idea che quello stesso messaggio, una volta condiviso, venga interpretato in modo diverso da ogni persona che lo osserva.

Qual è stato il momento in cui hai capito che il disegno non era solo un gioco, ma qualcosa di più profondo per te?
Non credo ci sia stato un momento preciso. È stato un percorso fatto di tanti piccoli passi. Da bambina era un gioco, poi è diventato una curiosità, successivamente una passione e, infine, una necessità. La cosa di cui sono certa è che non ho mai smesso di disegnare. Guardandomi indietro, capisco che l’arte mi ha sempre accompagnata e che, in fondo, era già parte di me.

In che modo i tuoi primi approcci spontanei all’arte hanno influenzato il tuo stile attuale?
Credo che abbiano influenzato soprattutto il mio modo di vivere la pittura. Da bambina disegnavo senza pensare a regole o risultati, semplicemente perché ne sentivo il bisogno. Ancora oggi cerco di conservare quella spontaneità e quella libertà, anche se accompagnate dalla consapevolezza tecnica maturata negli anni. Mi piace che nelle mie opere rimanga sempre uno spazio per l’istinto.

Quanto ha inciso la formazione accademica sul tuo linguaggio artistico e quanto, invece, senti di aver costruito in autonomia?
La formazione accademica è stata fondamentale perché mi ha dato gli strumenti tecnici e, soprattutto, mi ha permesso di confrontarmi con persone che hanno arricchito il mio percorso. Ho avuto la fortuna di condividere quegli anni con compagni di studio che, attraverso il dialogo, il confronto e lo scambio di idee, hanno contribuito in modo significativo alla mia crescita. Allo stesso tempo, però, credo che il mio linguaggio artistico si sia costruito soprattutto attraverso la ricerca personale, l’osservazione e la sperimentazione. L’accademia mi ha aperto nuove possibilità, ma la mia identità artistica è nata nel modo in cui ho scelto di farle mie. Anche dal punto di vista formale sento il bisogno di uscire dagli schemi più convenzionali: molte delle mie opere nascono su supporti circolari, ovali o dalle linee morbide, perché trovo che queste forme dialoghino meglio con il mio modo di raccontare la realtà rispetto al tradizionale formato rettangolare.

Quali sono i temi o le emozioni che cerchi maggiormente di esprimere attraverso la tua pittura?
Mi interessa raccontare temi contemporanei, ma farlo con uno sguardo poetico. Non cerco di imporre un’emozione precisa a chi osserva le mie opere, perché ognuno porta con sé una sensibilità diversa. Piuttosto, provo a condividere il mio modo di vedere alcune realtà, lasciando che sia lo spettatore a trovare il proprio significato.

In che modo l’incontro con Ferruccio Magaraggia e Miguel Gomez ha trasformato la tua visione artistica?
Ferruccio Magaraggia è stato una sorta di guida spirituale nel mio percorso artistico, mentre Miguel Gomez rappresenta per me un mentore. Entrambi mi hanno aiutata ad ampliare la mia visione dell’arte e a guardare oltre ciò che già conoscevo. La cosa che ho apprezzato di più è che non hanno mai cercato di indirizzare il mio linguaggio, ma di accompagnarmi nella ricerca della mia identità.

Cosa significa per te oggi sperimentare nelle “nuove tendenze” della pittura?
Per me le nuove tendenze non riguardano necessariamente l’uso di tecniche innovative. Le vedo soprattutto come un modo di affrontare il presente: osservare la contemporaneità, reinterpretarla e trovare nuovi linguaggi per raccontarla. La sperimentazione, quindi, è prima di tutto concettuale e nasce dal desiderio di dare una lettura personale del mondo in cui viviamo.

Qual è il rapporto tra tecnica e istinto nel tuo processo creativo?
La tecnica è ciò che mi permette di trasformare un’idea in un’opera, ma è l’istinto che dà vita al processo creativo. Solitamente parto da un progetto e da un’intenzione precisa, ma durante il lavoro lascio sempre spazio a ciò che accade sulla tela. È proprio nell’equilibrio tra controllo e spontaneità che spesso nascono le soluzioni più interessanti.

C’è un artista o un movimento che senti particolarmente vicino alla tua ricerca?
Più che identificarmi in un solo artista o in un unico movimento, mi piace lasciarmi ispirare da linguaggi diversi. Cerco di osservare ciò che mi circonda con curiosità e di costruire una ricerca personale, senza sentire il bisogno di appartenere a una corrente precisa. Credo che ogni incontro e ogni esperienza lascino un segno nel mio lavoro.

Come vivi il confronto con il pubblico durante eventi, estemporanee e concorsi?
Lo vivo con un po’ di emozione, perché confrontarsi con gli altri espone sempre una parte di sé. Però sono anche i momenti in cui riesco a essere più autentica, perché quando si parla d’arte mi sento nel mio ambiente. Ogni confronto, anche quello più critico, è un’occasione di crescita e uno stimolo per guardare il mio lavoro da prospettive diverse.

Quali sono le sfide più grandi che incontri oggi nel tuo percorso artistico?
Mi piace ricordare una frase attribuita a Michelangelo: “La mia opera più bella è quella che devo ancora realizzare.” Mi rappresenta molto, perché ogni volta che concludo un lavoro sento già il desiderio di iniziarne un altro. La sfida più grande è proprio continuare a crescere senza smettere di mettermi in discussione. Un’altra difficoltà è trovare il tempo per dedicarmi alla ricerca artistica in una realtà che corre sempre più veloce.

Che ruolo ha il colore nel tuo lavoro: è istintivo, simbolico o progettato?
Generalmente nasce da una scelta progettata, perché il colore contribuisce a costruire il significato dell’opera. Durante il lavoro, però, mi lascio guidare anche dall’istinto: a volte è proprio un cambiamento improvviso a dare equilibrio o forza al dipinto. Mi piace che ci sia questo dialogo continuo tra intenzione e spontaneità.

Qual è il prossimo passo che immagini per la tua evoluzione artistica?
Non riesco a immaginare un punto d’arrivo preciso, e forse è proprio questo l’aspetto che mi affascina di più. Mi auguro di continuare a evolvermi, a sperimentare e a mettermi in discussione. Finché sentirò di avere qualcosa da scoprire e da raccontare, il mio percorso continuerà a crescere insieme a me.

Descriviti in tre colori.

  • Blu: rappresenta la mia parte più riflessiva, calma e introspettiva.
  • Avorio: richiama la semplicità, la luce e la ricerca di equilibrio.
  • Terra di Siena bruciata: mi ricorda la terra, le mie radici e il bisogno di rimanere sempre autentica.
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