Andrea Cramarossa

si diploma con il massimo dei voti presso l’Accademia Internazionale dell’Attore di Roma e la Scuola dell’Attore Comico di Reggio Emilia, avviando un percorso professionale che lo vede attivo in…

BIOGRAFIA

#Andrea Cramarossa

si diploma con il massimo dei voti presso l’Accademia Internazionale dell’Attore di Roma e la Scuola dell’Attore Comico di Reggio Emilia, avviando un percorso professionale che lo vede attivo in teatro e nel cinema dal 1991. Nel 2003 fonda il Manifesto del Teatro delle Bambole, gruppo di ricerca teatrale con cui porta avanti, ancora oggi, un’intensa attività di sperimentazione nell’ambito dell’arte drammatica, a partire da studi sulle relazioni tra corpo e suono e dall’approfondimento del Metodo Funzionale della Voce di Gisela Rhomert e del Teatro delle Orge e dei Misteri di Hermann Nitsch.

Nel tempo elabora un personale approccio alla scena, il Nuovo Metodo di Approccio all’Arte Drammatica, basato sulle connessioni tra corpo e voce (Metodo Body ⇄ Voice), che diventa il centro della sua ricerca pedagogica e creativa, attraverso seminari e workshop in Italia e all’estero. La sua formazione si arricchisce con studi in cinema e recitazione e canto moderno con numerosi maestri di rilievo, mentre la sua attività teatrale lo vede collaborare con diversi registi e compagnie fin dagli anni Novanta.

Parallelamente sviluppa un percorso nel cinema e nel video d’arte, realizzando opere e cortometraggi presentati e premiati in festival nazionali e internazionali, tra cui la “Trilogia dello Specchio” e il cortometraggio “Borges”, che ottiene un’ampia diffusione e numerosi riconoscimenti in diversi Paesi. A partire dal 1996 si dedica anche alla ricerca pittorica, vicina all’informale, attraverso tecniche come collage e dripping, fino alla definizione di una personale visione teorica che chiama “Astrattismo Sacro”.

Solo in anni recenti espone pubblicamente la propria produzione artistica visiva, partecipando a mostre personali e collettive in importanti contesti museali e festival. Con il Teatro delle Bambole continua a sviluppare progetti di ricerca e spettacoli che attraversano letteratura, filosofia e sperimentazione scenica, portando in scena opere rappresentate in festival italiani e internazionali.

Autore anche di testi narrativi, poetici e teatrali, ha ricevuto numerosi riconoscimenti in ambito artistico e letterario. Dal 2020 il suo archivio è conservato presso la Fondazione Morra – Museo Hermann Nitsch di Napoli, a testimonianza di un percorso che unisce in modo organico teatro, cinema, scrittura e arti visive.

Cos’è per te l’arte?

Difficile rispondere a questa domanda. Penso sia la mia stessa vita, il mio stesso vivere.

La tua ricerca attraversa teatro, cinema, pittura e scrittura: in che modo queste discipline dialogano tra loro nel tuo lavoro quotidiano?

Quando scrivo, dipingo e quando metto su un lavoro teatrale è sempre come se dipingessi. Credo che tutto parta da colore e dalle immagini poetiche che, con esso, scaturiscono dentro di me.

Nel tuo “Nuovo Metodo di Approccio all’Arte Drammatica”, quanto nasce dall’esperienza pratica e quanto da una necessità teorica di dare forma alla tua ricerca?

Nasce essenzialmente dalla necessità di trovare un Metodo di lavoro nuovo per l’attore e il performer affinché possano trovare uno spazio di sincerità scenica sempre più ampio senza essere costretti a replicare costantemente se stessi.

Il rapporto tra corpo e voce è centrale nel tuo metodo: qual è stato il momento in cui hai capito che poteva diventare il fulcro della tua visione artistica?

E’ stato dopo l’esperienza col Metodo Funzionale della Voce di Gisela Rohmert. Attraverso esperienze sonore apprese in quel contesto ho potuto esplorare una verità relazionale tra corpo e voce sorprendente, tale da stimolare la ricerca nel campo dell’arte performativa.

L’influenza di Hermann Nitsch e del Teatro delle Orge e dei Misteri è evidente nella tua formazione: come hai rielaborato queste esperienze in una direzione personale?

Premetto che non posso definirmi un allievo di Nitsch in senso stretto ma un buon osservatore della sua arte, questo sì. Di Nitsch ho osservato il compiersi delle sue celebri azioni e ho appreso, soprattutto, quanto sia importante la scansione degli eventi all’interno del fatto scenico e quanto sia delicato e ineluttabile che l’azione avvenga in quel momento preciso. In parole povere ho appreso cosa sia un rito.

Nel tuo passaggio dalla scena alla pittura informale, cosa è rimasto invariato del tuo approccio creativo e cosa invece è cambiato radicalmente?

In realtà è proprio il contrario. Ho sempre dipinto e la performance è venuta dopo. E’ solo da poco che ho deciso di mostrare anche la mia pittura.

Il concetto di “Astrattismo Sacro” definisce una tua visione precisa: cosa intendi oggi con questa espressione, e come si traduce nelle opere?

Si tratta di seguire un movimento interiore, un “corpo poetico” che è anche un pensiero. L’astrattismo sacro contiene in sé l’arte concettuale generata dal sacrificio.

Hai lavorato per anni prima di esporre pubblicamente le tue opere visive: cosa ha determinato quel momento di apertura verso il pubblico?

Nel tempo ho compreso che il teatro non poteva essere la mia unica forma espressiva semplicemente perché così, in realtà, non è mai stato. L’occasione è venuta con la mostra “Cosmogonie Incorpo”. La reazione del pubblico è stata molto positiva.

Nel tuo teatro convivono ricerca, poesia e strutture narrative molto definite: come trovi l’equilibrio tra libertà sperimentale e costruzione drammaturgica?

Chiaramente anche la scrittura deve poter cambiare, deve potersi contaminare. Non è facile, soprattutto nella praticità della messa in scena, soprattutto perché gli operatori culturali sono ancorati a schemi altri e non concepiscono il nuovo. Il pubblico è decisamente più avanti e, spesso, già pronto a recepire nuove forme d’arte.

Molti tuoi lavori affrontano temi complessi come identità, migrazione ed esilio: cosa ti interessa indagare davvero attraverso queste storie?

Il tema del viaggio, innanzitutto, e come questo viaggiare, questo movimento, generi una gestualità dell’anima complessa, in grado di performare e di esprimersi con parole molto potenti.

Il tuo archivio è oggi conservato presso una fondazione dedicata all’arte contemporanea: come vivi la relazione tra produzione viva e sua “memoria istituzionale”?

Gli archivi sono fondamentali, soprattutto per chi si occupa di arte performativa, di teatro, perché è un’arte effimera che vive dentro lo spettatore. Spesso non rimane nulla di quanto è avvenuto, nessuna testimonianza intendo, ed è un peccato perché tanti capolavori teatrali vengono dimenticati ma penso che sia anche giusto così, poiché è la natura di quest’arte quella di vivere dentro le persone.

Guardando al tuo percorso, senti che esista un’unica matrice che tiene insieme tutte le tue pratiche artistiche o più linee che si intrecciano continuamente?

No, credo che ci sia un’unica “matrice”, una sorta di voce alla quale rispondo. Poi, mi muovo in diverse direzioni ma ho sempre le idee molto chiare, nel bene e nel male, perché semplicemente seguo qualcosa che vibra dentro di me e che ho imparato, nel tempo, ad ascoltare con sempre maggiore rispetto ed attenzione.

Descriviti in tre parole.

Sono troppo timido per farlo.

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