Jenny Roccioletti

nasce a Griffith, in Australia, da genitori di origine italiana, e fin da giovane sviluppa una profonda sensibilità artistica che la conduce verso la pittura figurativo-gestuale. Il suo linguaggio si…

BIOGRAFIA

#Jenny Roccioletti

nasce a Griffith, in Australia, da genitori di origine italiana, e fin da giovane sviluppa una profonda sensibilità artistica che la conduce verso la pittura figurativo-gestuale. Il suo linguaggio si caratterizza per un’impronta intimista ed emotiva, in cui la materia pittorica diventa strumento di espressione interiore e mezzo per raccontare l’esperienza umana contemporanea. Al centro della sua ricerca si collocano temi legati all’attualità, alla socialità e alle dinamiche dell’identità, affrontati con uno sguardo empatico capace di trasformare riflessioni e vissuti in immagini di forte impatto emotivo.

Il suo percorso espositivo si consolida a partire dal 2024, anno in cui ottiene il secondo premio nella sezione pittura al concorso “Quando l’arte raggiunge l’anima” presso la Galleria Arte Incontro di Montesilvano con l’opera “Libera di essere”. Nello stesso periodo partecipa a numerose estemporanee e manifestazioni artistiche, ampliando la propria presenza nel panorama contemporaneo. Tra le esperienze più significative si distingue la realizzazione, nel 2025, dell’opera dedicata a San Cetteo, patrono di Pescara, commissionata dall’Abate Don Francesco Santuccione, testimonianza di un riconoscimento anche in ambito istituzionale e religioso.

Nel corso del 2025 l’attività dell’artista si intensifica attraverso la partecipazione a concorsi e mostre di rilievo nazionale e internazionale, spesso legati a tematiche sociali. Tra questi emerge la mostra personale inserita nel 5° Concorso Letterario “Il silenzio uccide”, contro la violenza sulle donne, dove una sua opera viene donata all’associazione organizzatrice e scelta per la copertina dell’antologia ufficiale. Nello stesso periodo riceve il Premio Originalità al concorso “Mani che parlano” a Roma e un attestato di merito nell’ambito dell’evento “Voci d’Europa – L’arte contro il bullismo” presso il Parlamento Europeo – Sala Spazio Europa. Partecipa inoltre al Premio d’Arte Visiva “Leonardo” con l’opera “Conta su di me”, pubblicata nel catalogo ufficiale con recensione critica.

Tra il 2025 e il 2026 continua a ottenere riconoscimenti, tra cui il terzo premio al concorso “Amare con Arte” presso il Castello Orsini di Castel Madama, consolidando una presenza attiva in contesti espositivi legati all’arte sociale, alla memoria e alla condizione femminile. Parallelamente sviluppa progetti educativi e collaborazioni con istituzioni scolastiche e universitarie, affrontando temi come gli stereotipi di genere e l’inclusione sociale.

Il percorso di Jenny Roccioletti si configura come una ricerca coerente e in continua evoluzione, in cui pittura ed emozione si intrecciano a un forte impegno civile, dando voce a fragilità, identità e speranza attraverso un linguaggio visivo diretto e profondamente umano.

Cos’è per te l’arte?

Per me l’arte è il modo di esprimere i miei pensieri e i miei sentimenti senza dire una parola. Attraverso le mie opere riesco a comunicare emozioni che le parole, a volte, non riescono a descrivere.

Qual è il momento in cui hai capito che la pittura sarebbe diventata il tuo principale linguaggio espressivo?

Me ne sono resa conto quando ho ripreso a disegnare e dipingere da adulta. All’inizio era qualcosa di personale, quasi istintivo, ma a un certo punto ho capito che non mi bastava più rappresentare immagini: sentivo il bisogno di dire qualcosa attraverso di esse. È stato lì che la pittura ha smesso di essere solo un gesto creativo ed è diventata il mio modo più diretto di comunicare emozioni, ricordi e riflessioni.

In che modo le tue origini italiane e la nascita in Australia hanno influenzato la tua sensibilità artistica?

Credo che le mie origini italiane e il fatto di essere nata in Australia abbiano influenzato profondamente la mia sensibilità artistica. Aver vissuto i primi anni della mia vita dall’altra parte del mondo mi ha fatto conoscere modi di vivere diversi e ha alimentato in me una grande curiosità verso ciò che è nuovo e diverso. Amo viaggiare, scoprire luoghi, incontrare persone e conoscere culture e tradizioni differenti, perché ogni esperienza arricchisce il mio sguardo sul mondo. Per chi, come me, dipinge, tutto questo rappresenta una fonte inesauribile di ispirazione: ogni viaggio, ogni incontro e ogni paesaggio possono trasformarsi in nuove idee e nuovi messaggi da raccontare attraverso la pittura.

Come nasce un tuo dipinto: parti più da un’esperienza vissuta, da un’emozione o da un’urgenza narrativa?

Non esiste un unico punto di partenza: ogni dipinto nasce in modo diverso. A volte prende forma da un’esperienza personale che sento il bisogno di trasferire sulla tela, quasi per darle una voce. Altre volte, invece, nasce da un’emozione suscitata dall’ascolto delle storie degli altri o dall’incontro con realtà che mi toccano profondamente. In quei momenti la pittura diventa un’urgenza narrativa, un’esigenza interiore di raccontare, sensibilizzare e trasformare ciò che provo in un messaggio capace di arrivare anche agli altri.

Il tuo stile figurativo-gestuale è molto legato alla dimensione emotiva: quanto è importante per te mantenere autenticità nel gesto pittorico?

Per me è fondamentale che il gesto pittorico sia autentico, perché è proprio attraverso quel gesto che riesco a trasmettere emozioni. Nel mio linguaggio figurativo mani, sguardi e bocche diventano gli strumenti principali per raccontare ciò che le parole spesso non riescono a dire. Non sempre riesco a raggiungere il risultato che cerco, ma quando accade ho la sensazione che alcuni dipinti acquistino una propria anima, una presenza capace di entrare in relazione con chi li osserva. È quello il momento in cui sento di essere riuscita a comunicare davvero.

Le tue opere affrontano spesso tematiche sociali: senti una responsabilità particolare nel trattare questi argomenti attraverso l’arte?

Sì, sento una grande responsabilità come artista nel dare il mio contributo attraverso ciò che realizzo. Il mio lavoro nasce dal vissuto personale e da ciò che osservo nel mondo che mi circonda, per questo sento il bisogno di confrontarmi con temi che ritengo importanti, evitando la superficialità. Attraverso la mia arte cerco di dare voce a questioni come l’inclusione, la disabilità, la violenza, il desiderio di pace e la cessazione delle guerre. Negli ultimi anni mi sono sentita particolarmente vicina anche ai temi legati alla salute femminile, che fanno parte del mio vissuto e mi hanno portata a partecipare anche a iniziative di sensibilizzazione, come un evento a Lamezia Terme. Anche quando non sono il soggetto principale di un’opera, queste esperienze continuano ad abitare il mio sguardo e influenzano il modo in cui racconto la forza, la fragilità e la rinascita. Cerco di comunicare tutto questo con un linguaggio semplice e diretto, che possa arrivare in modo immediato a chi osserva. Ogni opera nasce da una necessità diversa, ma sempre dal bisogno di dire qualcosa di reale.

Cosa hai provato nel vedere una tua opera scelta per la copertina dell’antologia “Il silenzio uccide”?

Per me è stata un’emozione grandissima. Dopo aver appreso la notizia del femminicidio di Giulia Cecchettin, che ha risvegliato in me ricordi profondi, ho sentito il bisogno di trasformare quel dolore in un’opera pittorica. Successivamente ho donato il dipinto all’associazione tramite una volontaria e cara amica. Già il momento della consegna è stato per me estremamente significativo. Non avrei mai immaginato che, qualche tempo dopo, la presidente dell’associazione, Andreina Moretti, mi avrebbe ricontattata invitandomi a partecipare alla quinta edizione del concorso letterario Il silenzio uccide, con la possibilità di realizzare una mostra personale e, soprattutto, con il mio dipinto scelto per la copertina dell’antologia. È stata una soddisfazione immensa e un riconoscimento del tutto inaspettato. Il dipinto raffigura una donna con una mano sporca di sangue sul volto, ma con un’espressione serena: non dimentica ciò che ha vissuto, ma è riuscita a rinascere. È un’immagine che parla della forza di andare oltre il dolore senza cancellarne la memoria. Per me il tema della solidarietà femminile è fondamentale. Insieme alla mia insegnante, Monica Abbondanzia, ho lavorato per un anno a una serie di opere che non vogliono raccontare soltanto la sofferenza, ma anche la rinascita, il sostegno reciproco tra donne e la possibilità concreta di uscire dalla violenza e ritrovare sé stesse.

Quanto ha inciso il riconoscimento istituzionale, come la commissione dell’opera dedicata a San Cetteo, nel tuo percorso artistico?

È stata per me una grande soddisfazione sapere che avrei potuto lasciare un piccolo segno della mia arte nella Cattedrale di San Cetteo. Questo riconoscimento ha avuto un significato particolare anche perché don Francesco Santuccione ha riposto fiducia in me, lasciandomi piena libertà interpretativa, chiedendomi soltanto di inserire il mare sullo sfondo del santo patrono di Pescara, elemento che rappresenta profondamente l’identità della città. Nel caso di San Cetteo non esistono immagini o ritratti del martire, vissuto nel VI secolo d.C., quindi mi sono basata su un busto in bronzo già esistente e sulle poche notizie storiche che sono riuscita a raccogliere. Da lì ho cercato di immaginare quest’uomo di circa 47 anni, probabilmente di carnagione scura perché nato a Spalato: una figura dall’aspetto importante ma con uno sguardo buono, come credo possa essere stato, vestito da vescovo, con le vesti tipiche del suo ruolo ecclesiastico.

In che modo riesci a trasformare esperienze personali e collettive in immagini capaci di parlare a tutti?

Seguo principalmente le mie emozioni, lasciando che siano loro a guidarmi nel processo creativo. Quando parto da esperienze personali o da ciò che osservo nella realtà, cerco di trasformarle in immagini che possano parlare anche agli altri, senza però essere mai eccessivamente crude o offensive. Per me è importante mantenere un equilibrio: raccontare anche temi difficili, ma con uno sguardo che lasci spazio alla sensibilità e alla possibilità di riflessione. In questo modo cerco di rendere ciò che è personale qualcosa di condivisibile e universale.

Qual è la sfida più grande oggi per un’artista che vuole coniugare ricerca estetica e impegno sociale?

La sfida più grande, oggi, è trovare un linguaggio semplice ma non banale, capace di arrivare a tutti senza perdere profondità. Per un’artista è importante riuscire a coniugare la ricerca estetica con l’impegno sociale, evitando che il messaggio diventi troppo didascalico o, al contrario, troppo complesso da comprendere. Per me significa cercare di usare l’arte come strumento di comunicazione e di sensibilizzazione, capace di suscitare riflessione ed emozione nello spettatore, mantenendo sempre un equilibrio tra bellezza formale e contenuto.

Che ruolo ha l’empatia nel tuo processo creativo e nel rapporto con il pubblico?

L’empatia ha un ruolo molto importante nel mio processo creativo. Mi aiuta a entrare in contatto non solo con quello che provo io, ma anche con ciò che vivono gli altri. Spesso parto proprio da un ascolto emotivo, mio o delle persone che incontro, e da lì nasce l’immagine. Anche nel rapporto con il pubblico è fondamentale: mi interessa che chi guarda le mie opere possa riconoscersi in qualcosa, anche solo in un’emozione. Se succede questo, sento che il dialogo tra opera e osservatore si è creato davvero.

Come vivi il confronto con altri artisti durante concorsi ed esposizioni collettive?

In realtà lo vivo come un momento di confronto molto positivo. Durante concorsi ed esposizioni collettive ho la possibilità di fare nuove conoscenze, scambiare idee e confrontarmi con altri linguaggi artistici. È un’occasione di crescita personale, perché ogni incontro mi arricchisce e mi stimola. Allo stesso tempo mi aiuta anche a capire meglio il mio percorso, a rendermi conto di dove mi trovo e verso quale direzione voglio continuare a lavorare.

Quanto è importante per te il dialogo con le nuove generazioni attraverso i progetti educativi?

Per me il dialogo con le nuove generazioni è fondamentale. I bambini e i ragazzi rappresentano il nostro futuro e, come educatori e artisti, abbiamo il dovere di trasmettere loro valori come il rispetto, l’inclusione e l’uguaglianza. Soprattutto nei primi anni di crescita, quando sono come “fogli bianchi”, è importante offrire stimoli positivi che possano aiutarli a sviluppare sensibilità e consapevolezza verso gli altri e verso il mondo che li circonda.

C’è un’opera a cui sei particolarmente legata e che senti rappresentarti più di altre?

L’opera che più mi rappresenta in assoluto è Complicità indivisibile, perché racchiude l’essenza della mia vita. Rappresenta il legame eterno con mia sorella gemella che non c’è più, immerso nei nostri ricordi felici in Australia e con il nostro amato collie. La silhouette esterna unisce tutto: sono io che ricordo, ma è anche l’abbraccio protettivo di mia madre che veglia su di noi dall’alto. Non è solo un dipinto, è la mia famiglia, il mio cuore e la mia memoria custoditi sulla tela.

Come immagini l’evoluzione della tua ricerca artistica nei prossimi anni?

Immagino la mia evoluzione artistica come un percorso di progressiva semplificazione. Il mio obiettivo è stilizzare sempre di più le figure, eliminando il superfluo, affinché chiunque possa riconoscersi in ciò che rappresento. Con il tempo ho capito che servono sempre meno elementi per comunicare qualcosa di profondo, e credo che questo valga anche per l’arte. Mi piacerebbe approfondire sempre di più il linguaggio del colore, imparando a usarlo con maggiore libertà ed espressività, anche attraverso grandi spatolate, lasciando che sia il colore stesso a suscitare emozioni in chi osserva l’opera. In questo periodo sento anche il bisogno di esplorare un’altra forma di racconto. Sto iniziando a mettere su carta brevi storie che nascono dai miei ricordi, gli stessi che spesso hanno trovato spazio sulla tela. Non so ancora dove mi porterà questo percorso, ma sento l’esigenza di fermarmi, guardare ciò che ho vissuto e fare, in qualche modo, il punto del cammino: capire meglio dove mi trovo oggi e quale direzione desidero prendere, come artista e come persona.

Se dovessi descrivere la tua arte in tre parole, quali sceglieresti?

Intima, perché pesco a piene mani dal mio vissuto e dai miei affetti. Metto sempre me stessa sulla tela, in un’arte che non ha paura di mostrarsi personale e vulnerabile. Emozionale, perché non voglio solo suggerire un’atmosfera, ma arrivare dritta al cuore. Le mie opere nascono da sentimenti veri e intensi — come l’amore, la mancanza, la protezione e la nostalgia — e trasmettono questa carica emotiva a chi le osserva. Narrativa, perché ogni quadro non è mai un semplice ritratto statico, ma una storia in divenire. Questo è reso ancora più evidente dall’uso della parola scritta sulla tela, che dialoga direttamente con lo spettatore, come fosse un diario o un manifesto. I miei lavori lanciano messaggi chiari, immediati e difficili da ignorare.

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