Laura Carroccio

è un’artista poliedrica che si muove con naturalezza tra teatro, doppiaggio, radio e formazione, affiancando all’attività performativa un costante impegno pedagogico. Attrice, doppiatrice, regista teatrale e conduttrice radiofonica, coltiva anche…

BIOGRAFIA

#Laura Carroccio

è un’artista poliedrica che si muove con naturalezza tra teatro, doppiaggio, radio e formazione, affiancando all’attività performativa un costante impegno pedagogico. Attrice, doppiatrice, regista teatrale e conduttrice radiofonica, coltiva anche la passione per il canto, che accompagna il suo percorso artistico come forma espressiva complementare.

La sua formazione si fonda su un solido percorso accademico: si è diplomata presso l’Alta Scuola di Pedagogia Teatrale ed Educazione alla Teatralità del Centro Teatro Attivo, sviluppando una competenza specifica nell’ambito della didattica teatrale e dell’uso consapevole della voce. Questa preparazione si riflette nella sua intensa attività di insegnamento, che svolge presso la scuola di Nuove Prospettive APS a Vignate, dove tiene corsi di recitazione di primo e secondo livello rivolti a bambini, ragazzi e adulti. Parallelamente, insegna potenziamento vocale e uso della voce nella recitazione presso la scuola di Teatro Pantagruele di Milano, contribuendo alla formazione di nuovi interpreti.

Oltre all’insegnamento, ricopre il ruolo di Vice Presidente di Nuove Prospettive APS, realtà del Terzo Settore attiva nella produzione di spettacoli teatrali, eventi artistici e percorsi formativi. In questo contesto ha sviluppato anche progetti a forte valenza sociale, come il laboratorio di teatro pedagogico realizzato con gli ospiti della comunità “Casa di Gastone”, centro di seconda accoglienza per persone senza fissa dimora presso l’Opera Guanella di Milano. Il percorso si è concluso nel giugno 2024 con uno spettacolo di beneficenza finalizzato alla raccolta fondi per sostenere le attività della comunità, coinvolgendo attivamente ospiti ed educatori.

La sua attività artistica si estende anche al doppiaggio: collabora da diversi anni con Fonderia Mercury e, dal 2024, è entrata nel portfolio voci di GooDMOOD e di Speakeraggio.com. In ambito televisivo, partecipa come attrice a programmi come Forum e Guess My Age, oltre a prendere parte a spot pubblicitari.

Il teatro rappresenta tuttavia il cuore del suo percorso. Collabora con il Teatro Guanella di Milano, dove è presente anche nelle stagioni 2023-2024 e 2024-2025 come regista degli spettacoli “Al cuor non si comanda” e “Problemi di coppia”. Firma inoltre testo e regia di “Da capo”, spettacolo inserito nella rassegna “A tutto palco” del Politeatro di Milano, segnando un ulteriore passo nella sua ricerca autoriale.

In qualità di attrice, è attualmente impegnata con la compagnia Teatro Dell’Allodola di Valentina Ferrari nello spettacolo “Bentornata Francesca”, diretto da Arturo Di Tullio, in tournée nei principali teatri lombardi, tra cui il Teatro Binario 7 di Monza. Parallelamente collabora con la compagnia di Ketty Capra per lo spettacolo “Trame”, presentato al Politeatro di Milano e selezionato per il Milano Fringe Off e il Catania Fringe Off 2025. Sempre nello stesso periodo ha avviato una collaborazione con la compagnia ACT22Theatre, interpretando il ruolo di Chiara nello spettacolo “La casa dei segreti”, scritto e diretto da Danilo Caravà.

Il suo percorso si distingue per la capacità di coniugare dimensione artistica, didattica e sociale, mantenendo al centro una visione del teatro come strumento di espressione, crescita e inclusione.

Cos’è per te l’arte?

Per me l’arte è l’unico strumento con cui l’essere umano può “salvarsi” dalla perdizione dei nostri giorni. È un grande dizionario universale, in cui sono contenuti linguaggi espressivi differenti, ma anche universali, tutti in grado di raccontare la bellezza della vita, la bellezza delle relazioni, la bellezza del mondo. Questo è per me l’arte.

Qual è stato il momento in cui ha capito che il teatro sarebbe diventato il centro della sua vita artistica?

Credo di aver sempre saputo che il teatro sarebbe diventato la mia migliore dimensione. Sin da bambina ho sempre esternato la mia creatività, la mia capacità di adattarmi e di diventare qualcuno o qualcosa d’altro, in maniera naturale. E questo mio trasformismo mi ha sempre gratificata molto e mi ha reso presto letteralmente una “trascinatrice”; questa mia tendenza alla leadership si è tradotta, in età adolescenziale, in un sempre più insistente interesse verso la regia, che è l’atto creativo primario di uno spettacolo.

In che modo la sua formazione in pedagogia teatrale ha influenzato il suo approccio alla recitazione e alla regia?

La pedagogia teatrale, nell’ultimo periodo della mia carriera, mi ha chiarito in maniera definitiva la missione che hanno le arti performative secondo me: aiutare le nuove generazioni, ma anche quelle meno giovani, ad evolversi, ad imparare sempre di più di sé stessi e degli altri, a raggiungere un livello di consapevolezza di sé e dell’altro tale da rendere migliore e fluida la convivenza tra di noi, senza perseguire ossessivamente solo i propri bisogni e i propri desideri, ma essendo soprattutto capaci di capire quelli degli altri e di renderci disponibili ad accettare le diversità, a trasformarle in opportunità di crescita collettiva. La pedagogia teatrale dovrebbe essere praticata in ogni tappa evolutiva di ciascun individuo, perché ci insegna ad uscire dalla dimensione blindata del sé e a stare, senza difficoltà e/o fastidi, nella dimensione del NOI.

Lavorare con persone di età e contesti diversi, dai bambini agli adulti fino a realtà sociali fragili, cosa le ha insegnato sul valore del teatro?

Le esperienze di formazione teatrale che sto vivendo hanno contribuito notevolmente a rafforzare in me la convinzione che il teatro è un rito di purificazione collettivo, sia per chi lo vive direttamente sia per chi lo fruisce da spettatore, guardando gli spettacoli teatrali. Abbiamo un’occasione per attuare una catarsi, per redimerci e cambiare modo di pensare il mondo e di viverlo. E quest’occasione si concretizza nell’esperienza del “fare teatro”, che ha tantissime modalità e infinite sfaccettature.

Quali sono le principali differenze, per lei, tra stare sul palco come attrice e dirigere uno spettacolo come regista?

Nel mio ruolo di attrice la prima caratteristica che attivo è la capacità di fidarsi e affidarsi al regista e al mio gruppo, oltre che la generosità nel mettere a disposizione tutte le mie risorse fisiche, intellettive ed emotive, per arrivare ad entrare completamente nel contesto, nella storia e nel corpo e nella voce del mio personaggio. Ci vuole una meticolosa disciplina per questo lavoro. Mentre nel mio ruolo di regista, analogamente, attuo un patto di fiducia con il mio team: se desidero essere “seguita”, allora credo che sia assolutamente necessario riporre la fiducia in chi mi seguirà. Ovviamente però, insieme al patto di fiducia, chiarisco il mio ruolo di leadership, di guida. Chiedo che venga riconosciuto e rispettato, contestualmente mettendomi a totale disposizione del materiale umano con cui lavoro, nell’affrontare difficoltà, incertezze, nel dissipare dubbi, nel fornire chiarimenti e nel dare a ciascun elemento le coordinate corrette per arrivare a centrare tutti insieme l’obiettivo. Mi piace affrontare la regia in parte come un lavoro di squadra e in parte prendendomi il diritto di condurre il mio team attraverso un atto di creazione che nasce dal mio sentire.

Nel suo percorso artistico, quanto conta la voce come strumento espressivo e identitario?

Beh, la voce è il mio must, almeno da un po’ di anni. Attraverso l’uso variegato della mia voce posso permettermi di essere tutto. E nonostante questo, la mia voce credo sia il mio tratto di riconoscibilità principale dall’esterno.

C’è un personaggio o uno spettacolo che sente particolarmente vicino al suo percorso personale?

Il mio percorso personale è il miglior spettacolo che io stia davvero vivendo. Sento che la mia vita, la mia crescita personale siano totalmente permeate dal mio amore per il teatro, ma anche per altre forme di intrattenimento culturale, come ad esempio la conduzione radiofonica, che è un altro tassello importante della mia carriera artistica. Posso affermare con molto orgoglio che io sono esattamente ciò che amo fare… e dunque sono abbastanza contorta e complessa, ma anche potenzialmente capace di arrivare a tutti senza grosse difficoltà (senza peccare di presunzione).

Come nasce l’idea di uno spettacolo quando è anche autrice, come nel caso di “Da capo”?

I miei spettacoli nascono da insight estemporanei, lampi di creazione che arrivano senza una specifica motivazione: possono arrivarmi a seguito di un’esperienza che ho fatto, dopo aver visto un luogo che mi ha ispirata, dopo aver conosciuto qualcuno che mi ha colpito a livello emotivo e intellettivo, oppure dalla mia necessità di raccontare emozioni, di raccontare fatti nei quali chiunque ci si possa ritrovare. Non esiste una regola specifica nel mio modo di avviare una costruzione scenica, ma mi arrivano delle suggestioni e inizio semplicemente a lavorarci insieme alla mia squadra attoriale. Inoltre raccolgo e mi lascio ispirare proprio da ciò che arriva direttamente dal lavoro attoriale: osservo la spontaneità creativa delle attrici e degli attori durante la fase di avvicinamento ai personaggi e alle scene, colgo particolari, espressioni, movimenti, le loro attitudini a relazionarsi tra loro e con lo spazio, cerco di catturare le loro reazioni agli stimoli… e poi elaboro tutto ed estraggo delle idee di quadri scenici, che poi proviamo e adattiamo, modifichiamo, correggiamo… sempre io e la mia squadra. A me piace lavorare moltissimo per simboli, prediligo costruzioni sceniche più oniriche che realistiche. Nel caso specifico di “Da capo”, lo spettacolo è stato imbastito su alcuni esilaranti atti unici di Achille Campanile, testi straordinari, attualissimi, arguti, che è stato facile per me rielaborare in un testo unico, che avesse una struttura uguale al simbolo di infinito, proprio perché desideravo, già dalla scelta di questo titolo, che gli spettatori si trovassero di fronte al racconto di fatti, esperienze ed emozioni che non si esauriscono, ma che si ripetono, tornano sempre nella vita di ciascuno.

Le esperienze nel doppiaggio e nella radio hanno cambiato il suo modo di interpretare o costruire un personaggio?

Doppiaggio e conduzione radiofonica li considero esperienze che mi hanno fatto fare un upgrade nel mio lavoro di interprete. Il doppiaggio è una forma di recitazione “doppia”: non solo ogni volta occorre saper comprendere e vestire i panni di personaggi nuovi, ma oltretutto, attraverso un uso certosino della voce, occorre sapersi “incollare” all’attrice (o attore) a cui la voce la si presta. Nella conduzione radiofonica invece, in maniera del tutto opposta rispetto a ciò che faccio durante la preparazione di un personaggio teatrale, devo cercare di arrivare alle persone con assoluta naturalità ma, al tempo stesso, con la mia voce e la mia personalità devo creare un “personaggio radiofonico” perfettamente riconoscibile e con il quale gli ascoltatori possano avere l’impressione di avere un rapporto di confidenza, di amicizia.

Qual è la sfida più grande che ha incontrato nel coniugare arte e impegno sociale?

Lo scetticismo. Il preconcetto da parte di chiunque, adulto, bambino o adolescente che sia, che non conosce la potenza di un cammino di formazione teatrale.

Che ruolo ha oggi il teatro nella società contemporanea secondo la sua esperienza?

Il teatro è ancora uno dei pochi strumenti di comunicazione artistica in grado di rivolgersi davvero a chiunque. Il teatro porta bellezza, racconta la vita, il mondo, le persone. È un importante linguaggio che può farci comprendere quanto valore abbia l’esistenza e che qualsiasi forma di vita ha il diritto di essere tutelata, protetta, amata. Il teatro può ricordarci di essere tutti sotto lo stesso cielo e di essere tutti umani.

Cosa cerca di trasmettere ai suoi allievi oltre alle competenze tecniche?

A me piace dire che ai miei allievi metto a disposizione tutto quello che sono e che so… poi da qui ciascuno può prendere spunto per sviluppare certe competenze. Oltre a questo, quello che sicuramente passo a loro è il mio grande amore per il mio mestiere, che si materializza come un’aura speciale, una sorta di ondata di energia positiva capace di spazzare via le negatività e di travolgere con entusiasmo tutti quelli che vivono l’esperienza del fare teatro con me.

Quanto è importante, nel suo lavoro, il concetto di ascolto, sia verso sé stessi che verso gli altri?

L’ascolto è alla base del mio lavoro. L’ascolto verso gli altri è la prima regola da rispettare durante la conduzione di un corso, di una formazione, durante la preparazione di uno spettacolo, sia nel ruolo di attrice che di regista.

Ci sono nuovi progetti o direzioni artistiche che desidera esplorare in futuro?

Sto già lavorando a diversi progetti che mi vedono coinvolta come attrice e come regista, ma ho un sogno grande: dare origine a un luogo di convivenza e condivisione di più discipline artistiche, un centro artistico permanente dove possano interagire artisti e appassionati, creando uno scambio continuo e intergenerazionale.

Descriviti in tre parole:

determinata, passionaria, bonariamente folle.

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