nasce e cresce ad Ancona, città che imprime profondamente nella sua sensibilità artistica il blu intenso dell’Adriatico e il ritmo elegante delle regate. Il suo rapporto con l’arte affonda le radici nell’infanzia, quando a soli tre anni trasforma un gesto istintivo — disegnare con un rossetto su un muro — nel primo segnale di un’urgenza creativa destinata a non esaurirsi. Per molti anni coltiva questa necessità espressiva lontano dai riflettori, frenata da un contesto familiare che considerava l’arte un’attività marginale più che una possibile professione.
Con il tempo, quella spinta interiore trova spazio e voce, portandola a emergere con una ricerca visiva personale e riconoscibile. La sua pittura a spatola su tela si caratterizza per un linguaggio minimalista, costruito su contrasti netti e su una palette essenziale dominata dal bianco e dal blu, in un continuo tentativo di equilibrio tra forma e percezione. Parallelamente, il suo percorso si sviluppa in direzioni molteplici: dalla precisione della china nei paesaggi alla libertà del disegno digitale, fino alla delicatezza degli acquerelli applicati anche a oggetti come i segnalibri. Ogni lavoro diventa così il risultato di una tensione costante tra perfezionismo e desiderio di sperimentazione.
La sua quotidianità si muove tra il silenzio necessario alla creazione e la vitalità della vita familiare, in cui il tempo, risorsa limitata, assume un valore centrale e determinante. Oggi è impegnata in un progetto significativo legato alla sua città, che segna una svolta nel suo percorso: da presenza discreta a voce attiva nel panorama culturale locale, portando finalmente alla luce un’identità artistica maturata nel tempo e guidata da una profonda esigenza espressiva.
Cos’è per te l’arte?
L’arte è il mio “traduttore simultaneo”. È quel filtro magico che prende il caos che ho in testa — pensieri, rumori, emozioni — e lo trasforma in qualcosa che posso finalmente guardare in faccia senza spaventarmi. Non è un passatempo, è una necessità fisiologica, come respirare o bere un caffè appena sveglia.
Quando hai capito che l’arte doveva diventare visibile?
L’ho sempre saputo, ma per anni l’ho tenuto sotto chiave. A casa mia la parola “artista” non era un complimento: evocava l’immagine di qualcuno di eccentrico, con i capelli viola e i piercing, lontano dalla concretezza della vita. Così disegnavo quasi ‘di nascosto’, come se fosse un vizio, perché non potevo farne a meno. Poi la vita ti porta altrove, trovi un lavoro sicuro, diventi adulta e capisci che quel bisogno di creare non è un capriccio, ma la tua spina dorsale. Oggi ho capito che posso essere un’artista anche senza quegli stereotipi: la devo assecondare, è un atto di onestà verso me stessa.
Il legame con Ancona e il mare Adriatico.
Il mio occhio è tarato sulle sfumature del “nostro” mare: non è l’azzurro da cartolina dei tropici, è un blu profondo, testardo, che cambia umore col vento. Ancona è una città bellissima, ho scritto anche un libro che unisce le mie due grandi passioni: l’arte culinaria e il mare “Pescatori,cuochi, contadini Racconti e ricette della baia di Portonovo” è un libro del 2011 edito da Affinità Elettive”, quella è stata un’altra bellissima parentesi della mia vita.
Come dialogano spatola, china e digitale?
È un dialogo condominiale un po’ turbolento! La china è la disciplina, il segno netto che non ammette errori. La spatola è la pancia, la materia, il piacere di sporcarsi le mani. Il digitale è il laboratorio alchemico dove posso osare l’impossibile. Si contaminano a vicenda: porto la precisione della china sulla tela e la forza della spatola nel tratto digitale. Amo sperimentare, mi annoio facilmente, mi piace sfidare me stessa, per questo ho necessità di alternarle!
Il contrasto bianco/blu: estetica o simbolo?
Adoro il blu, adoro il bianco… e insieme trovo che stiano benissimo! Il blu è il silenzio, l’abisso, l’introspezione. Il bianco è la luce, la sensibilità, il foglio pulito. Insieme sono l’essenziale: togliere il superfluo per lasciare che l’emozione respiri. A me piace così!
Perfezionismo vs Sperimentazione.
Il perfezionismo è il mio “coinquilino scomodo” che vuole sempre mettere in ordine. La sperimentazione è l’amica ribelle che entra in casa con le scarpe sporche di fango. Ho imparato a farli sedere allo stesso tavolo: lascio che la sperimentazione faccia il disastro iniziale, poi chiamo il perfezionismo per dare un senso a quel caos.
Dai segnalibri alla tela: come cambia il processo?
Sui segnalibri sono un chirurgo: è un micro-mondo dove ogni millimetro conta, un segreto da custodire tra le pagine di un libro. Sulla tela, invece, divento un direttore d’orchestra: ho bisogno di muovere il braccio, di sentire il peso del colore. Il segnalibro è una carezza che si regala, la tela è un abbraccio forte.
Il ruolo del tempo, così limitato e prezioso.
Il tempo per me è il riscatto. Per anni l’arte è stata l’hobby sacrificato in nome del ‘dovere’. Ora che ho la stabilità, il tempo che dedico alle mie opere è sacro. Non è un lavoro che deve pagare le bollette, è un lusso dell’anima. Ogni minuto passato davanti alla tela è una vittoria su quel pregiudizio che voleva l’arte come una perdita di tempo.
La maternità e lo sguardo artistico.
La maternità mi ha dato una forza ancestrale e una fragilità nuova. Oggi dipingo tra un “si ora preparo la cena” e un “hai finito i compiti?”. Le mie figlie mi hanno insegnato lo stupore davanti a una macchia di colore: è tornata la voglia di giocare. Mi guardano sempre mentre dipingo, quell’ansia di essere osservata in continuazione è un’ulteriore crescita per me. In casa ho 3 grandi fan.
Il progetto su Ancona: cosa rappresenta?
È la mia dichiarazione d’amore alla città. In realtà quasi tutte le mie creazioni sono sulla mia città, la vivo, la sento e la metto su carta e su tela.
Cosa significa oggi “uscire dal guscio”?
Significa accettare la propria vulnerabilità. Esporsi vuol dire smettere di essere invisibili e accettare che qualcuno possa non capirti, ma anche che qualcun altro possa sentirsi “a casa” guardando un tuo quadro. È un atto di coraggio che ti restituisce una libertà immensa. Significa anche fare pace con il passato. Per tanto tempo ho temuto il giudizio, specialmente quello di mio padre, che vedeva l’arte come una strada incerta e forse un po’ ‘fuori dagli schemi’. Oggi lui non c’è più, ma sento che se mi vedesse ora, con la consapevolezza e la serenità che ho raggiunto, non mi ostacolerebbe. Anzi, sarebbe orgoglioso di vedere che quel fuoco che cercavo di spegnere da bambina è ancora acceso. Uscire dal guscio per me è dire al mondo: “Sì, ho un lavoro sicuro, una vita solida, ma sono anche creativa”. Non è più un segreto da nascondere!
Descriviti in tre colori.
Blu Oltremare: Per la mia profondità e il mio legame indissolubile con l’acqua. Bianco di Zinco: Per la ricerca costante di chiarezza e di trasparenza che cerco di mantenere nei rapporti. Rosso: Il colore dell’amore, della passione. Sono un’ariete, vivo tutto al massimo.