Curatrice e critica d’arte con una solida esperienza internazionale maturata a partire dal 2019, si distingue nel panorama contemporaneo per un approccio multidisciplinare che integra la curatela istituzionale con le nuove frontiere della comunicazione digitale. La sua attività si caratterizza per collaborazioni di alto profilo con figure di riferimento del sistema museale e critico italiano, affermandosi come una presenza significativa nella valorizzazione del talento artistico.
Nel corso della sua carriera ha lavorato in stretta sinergia con Vittorio Sgarbi e Angelo Crespi, direttore della Pinacoteca di Brera, consolidando competenze specifiche nella gestione di progetti scientifici e istituzionali. In ambito museale ha collaborato con Marco Rebuzzi, conservatore del Museo Diocesano di Mantova, contribuendo allo sviluppo di percorsi espositivi di rilievo, mentre nel settore editoriale è stata co-autrice di testi critici e cataloghi d’arte insieme a Luca Beatrice.
La sua attività si estende a livello internazionale, con il coinvolgimento in progetti legati a figure iconiche come José Van Roy Dalí e nell’organizzazione di mostre ospitate in sedi prestigiose quali il Carrousel du Louvre di Parigi e la Casa Batlló di Barcellona, oltre a numerose iniziative realizzate in città come New York, Dubai, Pechino, Londra e Berlino. In Italia ha curato eventi di rilievo presso il Teatro Ariston di Sanremo, la Fiera di Genova e nelle principali città d’arte, tra cui Venezia, Milano, Roma e Firenze, ed è ideatrice e curatrice del progetto istituzionale Cefalù ArtExpo.
Parallelamente, ha maturato una significativa esperienza nell’editoria culturale collaborando con Edoardo Sylos Labini alla redazione di articoli e recensioni per Il Giornale OFF, sia in versione cartacea sia online. Esperta in Digital Art Management, affianca oggi gli artisti nella costruzione della loro identità e strategia comunicativa, coniugando la critica d’arte tradizionale con le dinamiche della comunicazione contemporanea.
Cos’è per te l’arte?
Per me, l’arte è il linguaggio visivo dell’invisibile. Dopo anni in questo settore, la definisco come un catalizzatore di stati d’animo: è benessere che rigenera, ma anche una tristezza necessaria che scuote. È il cuore che si fa materia per creare qualcosa di incredibile—nel senso letterale del termine—capace di scardinare le certezze della mente e di far vibrare le corde più intime di chiunque vi si ponga davanti
Come si è evoluto nel tempo il tuo approccio alla curatela tra dimensione istituzionale e comunicazione digitale?
La mia evoluzione è stata naturale: non ho dovuto adattarmi al digitale, ci sono nata. In un panorama come quello italiano, spesso ancorato a modelli superati, il mio approccio è stato fin dall’inizio quello di abbattere il muro tra istituzione e pubblico. Per me, i social non sono un accessorio, ma il prolungamento vitale dello spazio espositivo. Uso il digitale per far uscire l’emozione — quel benessere e quella tristezza necessari — dalle sale istituzionali e portarli direttamente al cuore e alla mente delle persone, rendendo l’arte un’esperienza dinamica, accessibile e, finalmente, contemporanea.
Qual è stata l’esperienza internazionale che ha maggiormente influenzato il tuo modo di lavorare?
Nella mia carriera non c’è stata un’unica esperienza internazionale determinante; credo piuttosto che ogni tappa abbia rappresentato un tassello fondamentale della mia crescita. Sono convinta che nel nostro percorso non si sia mai realmente ‘arrivati’: c’è sempre qualcosa di nuovo da apprendere. Ogni contesto, ogni cultura, arricchisce il proprio bagaglio di informazioni e finisce per influenzare profondamente il modo di pensare e di creare. È proprio questa apertura mentale, questa curiosità costante, ciò che credo possa aiutare gli artisti di oggi a evolversi e a guardare avanti.
Cosa significa oggi, per te, valorizzare un artista in un sistema sempre più orientato al digitale?
Oggi, valorizzare un artista in un sistema dominato dal digitale significa innanzitutto saper evolvere senza perdere di vista l’autenticità. In un mondo che cambia rapidamente, è fondamentale stare al passo con i tempi, ma con uno sguardo critico.
Valorizzare significa essere presenti e attivi nel comunicare il senso profondo della creazione. Non basta più mostrare l’opera finita o limitarsi a definirsi artisti; il vero valore risiede nel saper trasmettere la verità che sta dietro al processo creativo. Che si tratti di realtà fisica o digitale, ciò che il pubblico cerca e apprezza davvero è la sincerità. Valorizzare un artista, quindi, significa proteggere e raccontare quella verità, rendendola il motore principale di ogni sua evoluzione
In che modo il confronto con figure di rilievo del panorama critico ha contribuito alla tua crescita professionale?
Il confronto con i grandi critici è stato fondamentale, soprattutto per l’aspetto umano. Partecipare a un evento al loro fianco mi ha fatto capire quanta passione serva per andare oltre la superficie di un’opera. Da loro ho imparato che il vero valore sta nel comprendere ciò che c’è dietro il lavoro finito, ma l’insegnamento più grande resta la pazienza: la capacità di saper osservare e, soprattutto, l’umiltà di saper ascoltare davvero.
Quando curi una mostra, da cosa parti: dall’artista, dal concept o dal contesto espositivo?
Il mio punto di partenza è la strategia di connessione tra il visitatore e l’artista. Il mio obiettivo come curatore è creare un’unione reale: presentare opere che possano dialogare autenticamente con il pubblico di riferimento. Per questo motivo, la selezione è fondamentale: non tutti gli artisti sono adatti a ogni progetto. Ogni mostra ha un’anima e un linguaggio specifico, e la professionalità sta nel capire che non si può includere chiunque ovunque. La chiave è trovare l’artista giusto per il progetto giusto, garantendo coerenza e valore all’intera esposizione
Quali sono le principali sfide che incontri nel portare progetti artistici in contesti internazionali?
La vera sfida, in un contesto internazionale, risiede nella capacità di decodificare l’ambiente in cui ci si trova. Ogni progetto richiede una selezione artistica mirata: la sfida principale è individuare opere che siano realmente in grado di dialogare con quel linguaggio e con quello spazio specifico. È proprio questa la parte più affascinante del mio lavoro: quella componente adrenalinica che ti dà la consapevolezza di stare realizzando qualcosa di importante e di grande respiro.
Che ruolo ha la scrittura critica nel tuo lavoro quotidiano?
Nel mio quotidiano, la scrittura critica ha un valore assoluto. Ritengo che la critica sia un elemento vitale per l’artista, ma deve essere esercitata con un senso profondo di responsabilità. Un testo critico non può nascere dalla semplice osservazione estetica di un’opera: deve scaturire dalla conoscenza autentica dell’artista. Per scrivere di un’opera, devo conoscere il percorso di chi l’ha creata, le sue motivazioni e la sua evoluzione nel tempo. Senza aver compreso appieno queste tappe fondamentali, è impossibile restituire un’analisi che abbia valore. La mia scrittura è, prima di tutto, un atto di ascolto e di studio della verità dell’artista.
Come cambia la percezione dell’arte tra il pubblico fisico di una mostra e quello online?
In termini di impatto emotivo, la percezione dell’arte potrebbe anche non cambiare tra fisico e digitale: tutto dipende dall’ampiezza mentale di chi guarda. La vera differenza risiede nella gestione ottica e nella profondità dell’analisi.
Avere l’opera fisicamente davanti offre una lucidità diversa, permettendo all’occhio nudo di cogliere dettagli materici e specificità che solo il contatto diretto può restituire. Tuttavia, se l’osservatore possiede una mente aperta e allenata, l’emozione e il messaggio dell’artista possono arrivare con forza attraverso qualsiasi canale. Il supporto cambia la visione, ma è la sensibilità individuale a determinare la comprensione profonda dell’opera.
Quali elementi ritieni fondamentali per costruire oggi un’identità artistica efficace sui social?
Per costruire un’identità artistica efficace sui social, l’elemento imprescindibile è la spontaneità. È fondamentale non costruire un personaggio fittizio: l’autenticità premia, mentre la falsificazione, a lungo andare, finisce per soffocare tutto ciò che di interessante l’artista ha da offrire. Parallelamente alla verità, serve la costanza. Dobbiamo essere consapevoli di interfacciarci con un pubblico che, a differenza del passato, oggi cerca un riscontro immediato, il ‘tutto e subito’. Valorizzare un artista oggi significa quindi trovare il giusto equilibrio: restare fedeli alla propria essenza, ma con il dinamismo necessario per stare al passo con i tempi e con le nuove modalità di fruizione digitale.
C’è un progetto a cui sei particolarmente legata e che rappresenta al meglio la tua visione curatoriale?
Più che a un singolo progetto, mi riconosco in una visione che unisce la narrazione moderna alla forza dell’opera d’arte. Da un lato, c’è il lavoro che sto portando avanti sui social insieme a Boca e Maria: organizziamo eventi nati per far conoscere l’artista a 360°, raccontandone l’identità profonda oltre la tela. Dall’altro, il punto di riferimento è sicuramente il Cefalù ArtExpo. È un progetto che ho ideato insieme a Maria Di Pasquale, sviluppato in sinergia con le istituzioni di Cefalù, che mette al centro l’esposizione di opere di assoluto rilievo. La mia visione è proprio questa: creare palcoscenici di alto profilo dove la qualità dell’opera sia la vera protagonista, supportata da una comunicazione contemporanea e dal sostegno istituzionale.
Descriviti in tre parole.
Scrupolosa. instancabile. Solare.