è un artista siciliano nato a Castelvetrano, nel territorio di Selinunte, la cui ricerca pittorica reinterpreta volti e miti dell’antichità greca attraverso opere realizzate su tessuti damascati, intrecciando memoria, materia e identità. Dopo gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo, ha sviluppato un linguaggio personale capace di unire classicità e contemporaneità, riportando alla luce, come un archeologo della pittura, i protagonisti del mito legati alle radici culturali della Sicilia e del Mediterraneo. Le sue opere, raccolte nel ciclo Viaggio del Mito, nascono da una pittura a olio intensa e materica che esalta le trame e le venature dei tessuti, in dialogo con la tradizione familiare legata al commercio tessile da due generazioni, trasformando il supporto in parte integrante del racconto visivo. Negli ultimi anni ha avviato una nuova fase di sperimentazione avvicinandosi all’optical art, spinto anche da un’esperienza personale segnata dalla diplopia, trasformata in occasione creativa. Da questa condizione sono nate opere interattive in cui l’immagine, osservata frontalmente, appare sfuggente e scomposta, mentre spostandosi lateralmente prende forma una figura definita in prospettiva. I suoi lavori non sono pensati come dipinti statici, ma come esperienze visive dinamiche in cui l’opera si compie attraverso lo sguardo e il movimento di chi osserva, in un dialogo continuo tra percezione, memoria e mito legato all’eredità culturale della Grecia antica.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è un atto di rivelazione. È il tentativo di portare alla luce qualcosa che esiste già, ma che rimane nascosto sotto la superficie delle cose. È memoria, è identità, è uno spazio in cui il passato e il presente si incontrano e si interrogano.
Cosa rappresenta per te il mito oggi e in che modo senti che continua a dialogare con la contemporaneità attraverso le tue opere?
Il mito è una struttura eterna. Non appartiene solo al passato, ma continua a parlare di noi, delle nostre paure, dei desideri e delle fragilità. Nei miei lavori il mito diventa uno specchio contemporaneo: i volti antichi non sono nostalgici, ma attuali, perché incarnano archetipi che vivono ancora dentro di noi.
In che momento hai capito che il tessuto damascato sarebbe diventato il supporto principale della tua ricerca pittorica e non solo un elemento materico?
Sono sempre stato profondamente legato alla mitologia. Crescendo a Selinunte, tra i templi e le rovine che raccontano la grandezza del mondo greco, ho sentito fin da bambino una connessione naturale con quel patrimonio. Ricordo con precisione un momento che considero decisivo: era settembre del ’94, quando la celebre casa di orologi Swatch organizzò, in collaborazione con Eurosport, una rievocazione della corsa delle bighe. Vivere quell’ evento ne Parco, ambientato tra i maestosi templi, fu per me un’esperienza potentissima. In quell’istante sentii nascere il bisogno di approfondire le leggende e i miti dell’antica Grecia. Durante gli anni di studio accademico mi chiedevo spesso come poter integrare quella dimensione mitologica così radicata in me con la mia identità. La risposta è arrivata quasi naturalmente, guardando alla mia storia familiare. Ho voluto omaggiare i ricordi d’infanzia legati a mia madre: l’ammiravo nel suo studio prendere una semplice stoffa (damasco, velluto, seta) e con l’uso di gessetti, forbici, metro, carta da taglio ago e filo, trasformarla dal nulla in un capo d’abbigliamento. Era un gesto che aveva qualcosa di magico. Il tessuto damascato è diventato così molto più di un supporto: è un ponte tra mito e memoria, tra la mia terra e la mia famiglia. Lavorarci sopra significa riconnettermi a quei momenti, rivivere atmosfere, emozioni e persone che oggi non ci sono più, ma che continuano a vivere attraverso la mia pittura.
Quanto ha influito il legame familiare con il mondo dei tessuti nella costruzione della tua identità artistica e del tuo immaginario visivo?
Ha influito profondamente. Sono cresciuto tra stoffe, disegni, trame e colori. Quel mondo è entrato nel mio immaginario in modo naturale. Lavorare sul tessuto significa anche dialogare con la mia storia familiare, trasformare un’eredità concreta in linguaggio artistico.
Che tipo di relazione si crea, durante il processo creativo, tra la trama del tessuto e il volto o il personaggio mitologico che emerge sulla superficie?
È una relazione di ascolto. Non impongo l’immagine al tessuto, ma cerco di farla emergere rispettandone le venature e i motivi. La trama diventa parte del volto, quasi una pelle che vibra e respira insieme alla figura.
Cosa ti affascina maggiormente dei volti dell’antica Grecia e perché senti il bisogno di riportarli alla luce oggi?
Mi affascina la loro forza silenziosa, l’equilibrio tra armonia e dramma. Riportarli alla luce oggi significa restituire uno sguardo che ci ricorda da dove veniamo e, allo stesso tempo, ci invita a riflettere su chi siamo diventati.
Nel ciclo “Viaggio del Mito”, quanto conta il legame con la tua terra d’origine e quanto invece il desiderio di costruire un linguaggio universale?
Il legame con la mia terra è fondamentale: la Sicilia è crocevia di culture e mitologie, è un luogo stratificato come i miei lavori. Ma il mio desiderio è che quell’origine diventi universale, che il racconto locale si trasformi in un dialogo aperto con chiunque.
Come cambia il tuo approccio pittorico quando lavori su un materiale già carico di storia e memoria rispetto a una tela tradizionale?
Con il tessuto sento una responsabilità diversa. Non parto da una superficie neutra: parto da qualcosa che ha già una vita. Questo mi porta a lavorare per sottrazione e per dialogo, più che per imposizione.
In che modo l’esperienza personale della diplopia ha trasformato il tuo modo di osservare e costruire l’immagine?
La diplopia è stata una frattura, un periodo brutto della mia vita ma anche una rivelazione. Vedere doppio mi ha costretto a ripensare la percezione, a comprendere che l’immagine non è mai unica e stabile. Ho trasformato quella difficoltà in un linguaggio, costruendo opere che chiedono allo spettatore di trovare il proprio punto di equilibrio visivo.
Quando realizzi le opere optical, pensi prima all’effetto percettivo o all’emozione che vuoi generare nello spettatore?
Penso all’emozione. L’effetto percettivo è uno strumento, ma ciò che mi interessa è lo stupore, il momento in cui l’immagine si rivela e genera consapevolezza.
Quanto è importante per te il movimento del pubblico davanti all’opera e la partecipazione attiva nello svelare l’immagine?
È fondamentale. L’opera non è completa finché non viene attraversata dallo sguardo di chi osserva. Il movimento diventa parte del processo creativo: è nel gesto dello spettatore che l’immagine prende forma.
Senti che questa nuova fase sperimentale stia cambiando anche il tuo rapporto con il mito e con la figura umana?
Sì, lo sta rendendo più dinamico. Il mito non è più solo evocato, ma quasi messo in discussione, frammentato e ricomposto attraverso la percezione. La figura umana diventa meno statica e più fluida.
C’è un personaggio mitologico a cui senti di tornare più spesso e che consideri particolarmente vicino alla tua sensibilità?
Il personaggio a cui sento di tornare più spesso e che percepisco particolarmente vicino alla mia sensibilità è Medusa. È una figura complessa, potente e fragile allo stesso tempo. Mi affascina il suo doppio volto: da un lato la creatura temuta, mostruosa, capace di pietrificare con lo sguardo; dall’altro la donna ferita, trasformata ingiustamente e condannata a una solitudine eterna. In Medusa ritrovo il tema della trasformazione, che è centrale anche nel mio percorso artistico. La sua metamorfosi richiama l’idea di cambiamento, di frattura e rinascita. Anche la mia esperienza personale, come quella della diplopia, mi ha insegnato che da una difficoltà può nascere una nuova visione. Inoltre, Medusa è profondamente legata alla Sicilia e al Mediterraneo: il suo volto è un simbolo che attraversa secoli di storia e cultura. Rappresentarla per me significa confrontarmi con lo sguardo, con il potere dell’immagine e con il rapporto tra chi osserva e chi è osservato. È un dialogo intenso, quasi speculare, che continua a interrogarmi e a ispirarmi.
Qual è la sensazione che provi quando vedi lo spettatore scoprire lentamente la figura nascosta attraverso lo spostamento dello sguardo?
È un momento intenso. È come assistere a una nascita. C’è sorpresa, curiosità, a volte incredulità. In quell’istante capisco che il dialogo è avvenuto.
Guardando al futuro, immagini un’evoluzione ulteriore di questa ricerca interattiva o un ritorno a una dimensione più contemplativa della pittura?
Immagino un’evoluzione che tenga insieme entrambe le dimensioni. Credo che la pittura possa essere allo stesso tempo contemplativa e partecipativa. Il mio percorso continuerà a muoversi tra queste due tensioni. E soprattutto nella piena voglia di mettermi sempre in gioco. Vincent Van Gogh diceva ” Faccio sempre ciò che non so fare, per imparare come va fatto”.
Descriviti in tre colori.
Blu profondo, come il Mediterraneo e la memoria. Rosso caldo, come la materia e la passione. Oro antico, come il mito che continua a brillare nel tempo.