Pietro Capriotti

nato a Roma nel 1978, è un marmista e scultore autodidatta la cui sensibilità artistica nasce fin dall’infanzia, osservando con stupore le venature del marmo Cipollino nella chiesa del suo…

BIOGRAFIA

#Pietro Capriotti

nato a Roma nel 1978, è un marmista e scultore autodidatta la cui sensibilità artistica nasce fin dall’infanzia, osservando con stupore le venature del marmo Cipollino nella chiesa del suo quartiere. La passione si rafforza negli anni attraverso il fascino esercitato dai capolavori della Fabbrica di San Pietro, restando però silenziosa fino al raggiungimento della maturità tecnica alla fine degli anni Novanta.

Nel 1999 viene assunto da un marmista vicino casa, iniziando un percorso professionale durato oltre vent’anni che gli permette di conoscere a fondo la materia e le sue possibilità espressive. Parallelamente, coltiva un’altra grande passione: la musica. Per circa dieci anni suona la chitarra nella band Kardia, con cui realizza tre dischi. Nel tempo libero comincia a dare forma alle sue prime sculture in travertino, utilizzando scarti di lavorazione recuperati dal suo stesso lavoro, trasformando materiali destinati a essere abbandonati in oggetti carichi di significato.

Le prime commissioni arrivano gradualmente: un teschio in legno per la produttrice di gioielli Iosselliani, successivamente arricchito con inserti metallici, una scultura in marmo di Carrara destinata a un importante sindacato, un bassorilievo raffigurante una Porsche 911 Turbo e un gatto egizio in travertino. Partecipa a diverse mostre, tra cui tre esposizioni organizzate dal Mitreo di Corviale — durante una delle quali subisce il furto di un’opera poi risarcita — e alla mostra Sinergie a Palazzo Orsini, curata da Gianfranco Marcelli.

Negli anni ha venduto diverse opere personali, tra cui le sculture Bacio, Amore e Psiche, una testa di cavallo e uno specchio. Tutta la sua produzione nasce dal recupero di materiali di scarto e residui di demolizioni, una scelta che riflette un legame profondo con la materia e con l’idea di restituire nuova vita a ciò che sembrava averla già esaurita.

Cos’è per te l’arte?
L’arte è la fuga dalla realtà di un adulto, un modo per incidere il proprio senso narrante e, in parte, anche il proprio egocentrismo.

Quando hai capito che il marmo sarebbe diventato il tuo linguaggio principale e non solo un mestiere?
Credo di averlo capito prima ancora di conoscerlo davvero. Da bambino sono rimasto folgorato dai capolavori visti nella Basilica di San Pietro: i panneggi, i marmi lucidi e brillanti, e soprattutto i pavimenti a macchia aperta, con quelle venature naturali che creavano figure geometriche. Anche la chiesa che frequentavo da ragazzo ne era ricca, e passavo molto tempo a osservarle.

Che tipo di emozione provi quando trasformi uno scarto di lavorazione in una scultura compiuta?
Pensare che un materiale così prezioso, formato in milioni di anni, venga gettato tra i calcinacci per poi essere tritato mi sembra quasi una bestemmia. Quando riesco a salvare un pezzo e a liberare la figura che custodisce, provo una gratificazione enorme, come se stessi restituendo dignità a una storia.

Quanto ha influito l’esperienza quotidiana da marmista sulla tua sensibilità artistica e sul modo in cui guardi la materia?
Ha aggiunto una chiave di lettura fondamentale: l’attenzione all’architettura dei dettagli, alle modanature, ai difetti e alle fratture del marmo. Inoltre, una parte della tecnica scultorea, come sgrossatura, levigatura e lucidatura, è affine al lavoro del marmista.

Cosa ti affascina delle venature naturali del marmo e in che modo guidano le tue scelte creative?
Finora non sono ancora riuscito a sfruttarle davvero come vorrei. È un desiderio che porto con me: appena troverò una lastra con venature molto marcate, proverò a farle diventare parte centrale della composizione, perché per ora le ho solo immaginate.

Le tue opere nascono da un’idea precisa o è il materiale stesso a suggerirti cosa far emergere?
Non ho uno schema fisso. Le prime opere sono nate guardando il pezzo di marmo e accennando qualche disegno direttamente sulla superficie. A volte parto da un dettaglio già presente, come un foro o una frattura, e costruisco attorno a quello. In altri casi parto da un disegno e provo a trasferirlo dentro la pietra.

Quanto è importante per te il concetto di recupero e rinascita nella tua ricerca artistica?
È fondamentale, anche per la mia sopravvivenza da artista, dato che le commissioni non sono molte. Ma soprattutto è una questione di rispetto per il materiale. Dal punto di vista della sostenibilità il beneficio forse è minimo, perché per lavorare pezzi piccoli servono strumenti elettrici, ma il gesto di recuperare resta essenziale.

Che legame senti tra la musica che hai suonato per anni e il tuo modo di scolpire?
La musica mi ha insegnato che attorno a ogni forma d’arte orbitano persone molto diverse, proprio come accade oggi nel mondo di pittori e scultori. È stata una palestra di vita prima ancora che un’esperienza artistica.

Qual è stata la tua reazione alla prima commissione ricevuta come scultore?
La prima commissione è stata per Iosselliani: un teschio in legno realizzato per una mostra di gioielli. È stata un’iniezione d’orgoglio, anche perché mi sono confrontato con una materia nuova. Ancora oggi resta il lavoro che mi ha dato di più, sia economicamente sia emotivamente.

C’è un’opera tra quelle realizzate che senti più vicina alla tua storia personale?
“Amore instabile” racchiude tutto ciò che preferisco nella scultura: la passione, il metodo diretto con cui ho affrontato il marmo e la forma delle figure, che rappresenta la mia vera grafia.

In che modo l’esperienza delle mostre ha cambiato la percezione del tuo lavoro e di te stesso come artista?
Alle mostre mi sono sentito quasi un alieno, come un operaio seduto al tavolo con un consiglio d’amministrazione. Quando qualcuno mi ha chiamato maestro mi sono guardato intorno per capire se parlasse davvero con me. Però confronti e consigli hanno avuto un effetto positivo sul mio lavoro.

Cosa cerchi di trasmettere a chi osserva le tue sculture per la prima volta?
Vorrei trasmettere passione al primo sguardo, la mia fragile sensibilità, gridando che sono un analogico pragmatico romantico.

Qual è la sfida più grande quando lavori con materiali già segnati dal tempo e dalle demolizioni?
La difficoltà sta nel far entrare l’idea in un pezzo spesso delimitato da fratture. A volte lo spessore è minimo e si possono usare solo piccoli scalpelli. Il tempo, invece, non è un problema: il marmo è eterno.

Come descriveresti il tuo rapporto con la materia: confronto, dialogo o collaborazione?
È una collaborazione vincolata. Il marmo decide come vuole farsi spogliare: è un dialogo continuo fatto di consistenza, resistenza e rifrazione.

Cosa rappresenta per te oggi la scultura, dopo tanti anni trascorsi a lavorare il marmo ogni giorno?
È l’estensione del mio linguaggio, una parte importante del senso della vita.

Descriviti in tre parole.
Analogico, pragmatico, romantico.

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