nasce a Latina il 25 gennaio 1984. Editore, autore, giornalista, illustratore grafico e direttore editoriale, è il fondatore della DiamonD EditricE ed è considerato uno dei più giovani editori indipendenti italiani. La sua attività creativa attraversa diversi linguaggi, dalla poesia alla narrativa, dal teatro al giornalismo, fino all’arte contemporanea, dando vita a una produzione caratterizzata da una costante ricerca sull’animo umano. Nelle sue opere convivono eros e spiritualità, fragilità e denuncia, bellezza e tormento, con una particolare attenzione alla memoria, al dolore e alle contraddizioni della società.
I suoi racconti sono presenti in numerose antologie, tra cui Mi ricordi il mare, pubblicata da Giulio Perrone Editore, mentre diverse sue opere vengono distribuite negli istituti scolastici italiani. È autore della trilogia poetica Pensieri e Parole, del racconto noir La vedova d’amore, ambientato nei giardini di Ninfa, del romanzo epistolare La Venere Rea e di Era mio padre, un’intensa opera di denuncia contro la violenza sulle donne. Tra le altre pubblicazioni figurano No Maria, io esco!, scritto a quattro mani con Tina Cipollari, L’irriverente – Cose di questo e qualche altro mondo e la favola poetica Gli occhi e la rosa.
Nel 2016 raggiunge una maggiore notorietà presso il grande pubblico grazie alla partecipazione, insieme a Tina Cipollari, alla quinta edizione di Pechino Express, dove forma la coppia degli “Spostati”. La sua personalità elegante e irriverente conquista il pubblico televisivo, aprendo la strada ad altre esperienze sul piccolo schermo, tra cui Furore e Social House. Nel 2023 vince il programma Celebrity Chef e nel 2026 partecipa a Cash or Trash – Chi offre di più?.
Nel 2017 dà vita a “L’Irriverente”, una rubrica che diventa nel tempo uno spazio di riflessione sulla società contemporanea, caratterizzato da ironia, provocazione e sensibilità poetica. Pubblicata inizialmente su M Social Magazine, distribuito in tutta Italia da Mondadori Press, la rubrica approda successivamente anche su altre testate nazionali, cartacee e digitali. Per questo progetto riceve nel 2018 il Premio Nazionale Perle di Moda.
Tra le sue opere più rappresentative figura L’amore dietro ogni cosa, che nel 2018 viene adattato per il teatro con la regia di Guido Del Vento e selezionato nel 2019 alla VII edizione del Roma Fringe Festival. Nel novembre 2022 il progetto si evolve ulteriormente, trasformandosi in un lavoro discografico che unisce letteratura e musica: L’amore dietro ogni cosa – Andrea Crimi canta Simone Di Matteo, pubblicato dall’etichetta New Music Group. Ideato e curato dallo stesso Di Matteo, il disco rappresenta un’esperienza originale di contaminazione tra linguaggi artistici, nella quale le pagine di un’opera letteraria diventano canzoni.
Dal 24 aprile 2023 è testimonial ufficiale di “Rispetto per Tutti gli Animali”, associazione nazionale no-profit impegnata nella tutela della flora e della fauna del pianeta. Il suo percorso continua a svilupparsi anche attraverso il teatro, il cinema, la fotografia e le arti visive. Nel 2026 prende parte al film La Sobrietà, diretto da Carlo Fenizi e distribuito su Prime Video.
Nel corso della carriera riceve numerosi riconoscimenti, tra cui il Primo Premio Nazionale “Del Cortigiano” nel 2012, il Premio Elsa Morante per la Letteratura nel 2016, il Premio Oscar della Moda nel 2022, il Primo Premio al concorso poetico Baiano in versi, tra l’eremo e il cielo nel 2023, il Premio Europeo Segni di Pace nel 2024 e il Premio Internazionale San Giovanni Paolo II nel 2025. Da luglio 2024 ricopre inoltre il ruolo di direttore responsabile della rivista L’Opinione – Tempi Moderni.
Negli ultimi anni la sua ricerca artistica si è ulteriormente orientata verso l’arte contemporanea, attraverso la quale esplora la condizione umana utilizzando corpi, simboli, rovine, riferimenti sacri e immagini legate alle ferite del presente. Il 14 maggio 2026 inaugura a Milano, presso il Churchill Caffè Events, la sua prima mostra personale, intitolata Relitti – Ciò che resta degli dèi. Un progetto che racchiude la sua visione poetica e artistica, indagando le macerie dell’uomo contemporaneo e il rapporto tra bellezza, memoria e fragilità, in un percorso espositivo nel quale l’arte diventa strumento di testimonianza e riflessione sulla realtà.
Cosa rappresenta per te l’arte e quale ruolo occupa oggi nella tua vita, considerando il tuo percorso che attraversa la letteratura, il giornalismo, il teatro e le arti visive?
Per me l’arte, in qualunque forma si manifesti, è prima di tutto un mezzo di comunicazione. È sempre stato uno strumento grazie al quale esprimere ciò che ho dentro, dare voce a pensieri, emozioni e sensazioni che talvolta non trovano spazio nella quotidianità. In un certo senso, è anche un modo per provare a guardare il mondo che mi circonda e mettere ordine al suo caos, nonché a quello che ciascuno di noi si porta dentro. Non ho mai vissuto la letteratura, il giornalismo, il teatro o le arti visive come mondi separati e inconciliabili. Sono linguaggi diversi, certo, ognuno con le proprie possibilità espressive, ma ci permettono tutti di raccontare ed interpretare la realtà. Insomma, cambierà pure il mezzo, ma resta sempre la necessità di comunicare qualcosa, di lasciare emergere una parte di me e di entrare in contatto con gli altri.
Sei nato a Latina, in una terra ricca di storia, miti e memoria. Quanto hanno influenzato le tue origini e il territorio in cui sei cresciuto la tua sensibilità e il tuo immaginario artistico?
Le mie origini hanno sicuramente avuto un’influenza importante. Sono cresciuto in un territorio che custodisce una storia particolare, fatta di leggende piuttosto curiose, e credo che tutto questo abbia inevitabilmente lasciato un’impronta nel mio modo di osservare e raccontare la realtà. Non a caso, proprio da un così forte legame sono nate alcune delle mie opere letterarie, fra cui ‘La vedova d’amore’ (2009, Il Rovescio), che trae ispirazione dalla leggenda di Ninfa e che ha avuto un percorso significativo, grazie ad una seconda edizione rivista e ampliata nel 2012 e all’ingresso nei circuiti di lettura di diverse scuole italiane. E poi c’è il mare, che è per me da sempre la culla di ogni mio pensiero.
Sei autore, editore, giornalista e illustratore grafico. Sono linguaggi differenti, ma accomunati dalla necessità di comunicare. In quale di queste dimensioni senti di esprimere maggiormente la tua identità?
Non ho mai disdegnato nessuna forma di espressione artistica, anzi, come dicevo poc’anzi, credo che ciascuna abbia un proprio linguaggio e una propria capacità di arrivare alle persone. Sono esperienze differenti, che permettono di comunicare aspetti diversi di sé e di esplorare possibilità che magari, attraverso un solo mezzo, difficilmente riuscirebbero a trovare spazio. Se però dovessi individuare la dimensione che sento più mia, direi senza dubbio la scrittura. È la veste che più mi si addice, quella nella quale mi riconosco maggiormente e attraverso cui riesco a esprimere con maggiore naturalezza e fluidità il mio mondo interiore. Questo non significa voler rinunciare alle altre forme artistiche, perché ognuna mi offre qualcosa di diverso e mi permette di mettermi alla prova. Mi piace sperimentare, cambiare prospettiva e reinventarmi. Credo che il bello dell’arte sia proprio questo, ossia non dover scegliere necessariamente una sola strada, ma poter trovare, di volta in volta, la forma più adatta per esprimere ciò che si ha dentro.
Nel 2010 hai fondato DiamonD EditricE, diventando uno dei più giovani editori indipendenti italiani. Quale esigenza ti ha spinto a intraprendere questa avventura e quali difficoltà hai incontrato nel costruire una realtà editoriale indipendente?
La DiamonD EditricE nasceva, all’epoca, come parte di quella che considero una mia battaglia non violenta contro l’editoria a pagamento. Non ho mai condiviso l’idea che un autore, per vedere pubblicata la propria opera, debba necessariamente mettere mano al portafoglio e sostenere economicamente i costi della pubblicazione. Credo che il talento debba avere la possibilità di emergere senza essere condizionato dalle disponibilità economiche di chi scrive. Il mio intento era proprio quello di offrire agli autori e agli artisti uno spazio in cui potersi esprimere. Naturalmente, costruire una realtà editoriale indipendente comporta delle difficoltà e richiede scelte precise, soprattutto quando non si dispone delle risorse dei grandi gruppi editoriali. Il mio intento non è mai stato quello di partire necessariamente dalla prospettiva del guadagno o dalla ricerca di opere facilmente vendibili. Mi interessava soprattutto il contenuto, quello che un autore aveva realmente da raccontare e la capacità di un’opera di lasciare qualcosa al lettore. Ho cercato, dunque, di privilegiare il talento e la qualità delle proposte rispetto al loro immediato potenziale commerciale, dando spazio anche a voci meno conosciute.
La tua produzione letteraria affronta temi profondi come l’amore, la spiritualità, il dolore, la fragilità e la denuncia sociale. Quanto c’è della tua esperienza personale nei personaggi e nelle storie che racconti?
Direi che c’è praticamente tutta la mia esperienza personale. Credo che, in fondo, gli autori scrivano per gli altri, ma finiscano, spesso e volentieri, per parlare di loro stessi. Lo fanno attraverso i personaggi, le vicende che immaginano, le emozioni che mettono sulla pagina. A volte in maniera più evidente, altre volte in modo meno consapevole, ma una parte di sé finisce sempre per emergere. E questo, naturalmente, vale anche per me. Ne ‘L’amore dietro ogni cosa’, ad esempio, ci sono tutti gli amori che ho vissuto, quelli che ho perso, quelli che ho lasciato andare e quelli che, magari, ho ritrovato lungo il cammino. È un libro nel quale ho riversato esperienze, sentimenti e frammenti della mia vita. Ne ‘Gli occhi e la rosa’, invece, ritrovo qualcosa che appartiene alla mia infanzia, alle fiabe che amavo ascoltare da bambino e a quelle storie che, in qualche modo, mi aiutavano a comprendere il mondo e a guardarlo con occhi diversi. Penso sia difficile separare completamente ciò che uno scrittore vive da ciò che scrive, perché, persino quando inventa, porta inevitabilmente con sé una parte della sua storia.
Tra le tue opere, ‘L’amore dietro ogni cosa’ occupa un posto particolarmente significativo. Che cosa rappresenta per te questo libro e perché hai sentito l’esigenza di trasformarlo prima in uno spettacolo teatrale e successivamente in un progetto musicale?
‘L’amore dietro ogni cosa’ è sicuramente quella che, tra tutte le mie opere, ha cambiato più volte pelle e che ha avuto diverse vite, forse persino più di me. Dopo la pubblicazione nel 2016, ha continuato a trasformarsi e a trovare nuove forme di espressione. Tra il 2017 e il 2018, ad esempio, è diventata uno spettacolo teatrale, andato in scena per la prima volta a Roma, al Teatro Tordinona, per la regia di Guido del Vento. Nel 2019 è stato poi selezionato, tra oltre 400 spettacoli in corsa, al Roma Fringe Festival, un’importante rassegna teatrale. E successivamente, durante il periodo del Covid, è arrivato il concept album omonimo, ‘L’amore dietro ogni cosa – Andrea Crimi canta Simone Di Matteo’ (2022, New Music Group), che ha visto la partecipazione di Laura Bono nel brano ‘Ci vediamo lunedì’ e del celebre doppiatore Andrea Piovan ne ‘Il viandante’, così come un mio omaggio personale a Fabrizio De André con la canzone ‘Racconto d’inverno’. È un po’ come se il libro stesso me lo avesse chiesto. Del resto, avendo io una poetica fortemente musicale, non è stato affatto difficile trasformare i miei racconti in testi adatti ad un disco. È avvenuto tutto in maniera piuttosto naturale. Avrei voluto farne anche un film, ma al momento è un sogno che rimane nel cassetto. Chissà, magari prima o poi riuscirà a vedere la luce.
Nel 2016 hai partecipato a Pechino Express insieme a Tina Cipollari, formando la coppia degli “Spostati”. Quanto ha cambiato la televisione il rapporto con il pubblico e in che modo questa esperienza ha influenzato la percezione della tua figura di autore?
La recitazione è una passione che mi accompagna fin da quando ero molto giovane. Ho sempre cercato di studiarla e approfondirla, frequentando anche il Cinecittà Campus, diretto da Maurizio Costanzo, e l’accademia “La scaletta”, dove ho avuto modo di formarmi con il maestro Giovanni Battista Diotaiuti. Nel corso degli anni ho cercato di avvicinarmi a questo mestiere senza mai considerarlo una questione di maschere da indossare. Mi è sempre interessato, piuttosto, riuscire a portare in scena me stesso, mettendomi in ascolto delle emozioni e cercando di restituirle nel modo più autentico possibile. Credo che interpretare un personaggio significhi prima di tutto riuscire a sentirlo, a comprenderne le sfumature e a renderlo credibile. L’esperienza sul set de La Sobrietà è stata sicuramente bellissima e rappresenta qualcosa che porterò sempre nel cuore. È stata un’occasione importante, che mi ha permesso di confrontarmi nuovamente con questo tipo di realtà.
Nel 2017 hai creato “L’Irriverente”, una rubrica che affronta la contemporaneità attraverso ironia, provocazione e riflessione. Quanto è importante oggi avere una voce libera e fuori dagli schemi per raccontare le contraddizioni della società?
L’Irriverente è il nome della mia rubrica, che nel corso degli anni ha trovato spazio su diverse testate giornalistiche e che continuo tuttora a curare. È anche il mio personale pseudonimo, attraverso il quale commento ciò che la società contemporanea ci offre, con le sue contraddizioni, i suoi cambiamenti e le sue tante questioni irrisolte. Ho sempre creduto nella libertà di pensiero e di espressione, naturalmente nel rispetto della libertà altrui. Non ho mai avuto paura di dire ciò che penso, anche a costo di risultare impopolare, e per questo hanno spesso definito la mia una “voce fuori dal coro”. Credo di esserlo davvero e non perché io abbia un particolare interesse ad andare controcorrente, ma semplicemente perché, molto spesso, sono proprio le tendenze di questo mondo a sembrarmi andare nella direzione sbagliata. Quando mi trovo davanti a un’ingiustizia o a qualcosa che ritengo non funzioni, sento di non potermi esimere dal dire la mia. Cerco di farlo mantenendo uno sguardo critico sulla realtà e provando, attraverso le mie riflessioni, ad avvicinarmi il più possibile alla verità dei fatti.
Per di più, sono sempre stato contrario alla censura e credo che oggi sia particolarmente importante difendere una voce libera e indipendente. Viviamo in un contesto in cui, sempre più spesso, pare esserci la tendenza a reprimere il pensiero che si discosta dalla narrazione del momento. Per questo ritengo fondamentale poter continuare a esprimersi senza condizionamenti, incluso quando le proprie idee non incontrano il consenso generale. Principi che mi hanno spinto a dar vita, insieme a Modo Agency, alla testata giornalistica ‘L’Opinione – Tempi Moderni’, realtà giornalistica che mira ad offrire ai lettori uno sguardo sui fatti, stimolare riflessioni, mettere in discussione convinzioni consolidate e dare spazio a punti di vista differenti.
Sei da tempo impegnato anche nella sensibilizzazione per la tutela degli animali e dell’ambiente. Da dove nasce questa attenzione e quanto ritieni che un artista abbia il dovere di utilizzare la propria visibilità per sostenere cause importanti?
Gli animali hanno sempre fatto parte della mia vita e ho sempre nutrito un profondo rispetto per ogni forma di essere vivente. Dopotutto, vivo con 10 gatti e due cani, come potrebbe essere altrimenti? Credo che la loro tutela, così come quella dell’ambiente, non sia una battaglia secondaria, ma una questione di civiltà che riguarda tutti noi, al di là di qualsiasi appartenenza politica. È anche per questo che ho scelto di sostenere l’associazione Rispetto per Tutti gli Animali, condividendone le battaglie contro il maltrattamento, l’abbandono e lo sfruttamento degli animali. Ritengo che chi svolge un’attività pubblica, che sia un artista, uno scrittore o un personaggio televisivo, abbia anche la possibilità e la responsabilità di utilizzare la propria visibilità per sensibilizzare gli altri, contribuendo a diffondere consapevolezza e incoraggiando, ognuno nel proprio piccolo, comportamenti più rispettosi. È fondamentale dare voce a chi, come gli animali, non ne ha.
Nel corso della tua carriera hai ricevuto numerosi premi e riconoscimenti. Quanto contano questi traguardi nel percorso di un autore e quanto, invece, rimane importante il giudizio personale sul proprio lavoro?
I premi fanno sicuramente piacere, perché rappresentano un segnale di apprezzamento per il lavoro svolto e restituiscono, in qualche modo, anche la misura dell’impegno e della passione che una persona mette in ciò che fa e nel mettersi in gioco. Naturalmente, non è questo il motivo per cui porto avanti i miei progetti, non lavoro con l’obiettivo di ricevere riconoscimenti. Se poi arrivano, sono certamente ben accetti e rappresentano una bella soddisfazione, anche se, qualche volta, mi è capitato persino di pensare che qualcuno avesse deciso di premiarmi soltanto per far parlare di sé! (ride)
Nel 2026 hai recitato nel film “La Sobrietà” di Carlo Fenizi, distribuito su Prime Video. Come hai vissuto questa esperienza cinematografica e quali aspetti della recitazione ti piacerebbe approfondire ulteriormente?
La recitazione è una passione che mi accompagna fin da quando ero molto giovane. Ho sempre cercato di studiarla e approfondirla, frequentando anche il Cinecittà Campus, diretto da Maurizio Costanzo, dove ho avuto modo di formarmi con il maestro Giovanni Battista Diotaiuti. Nel corso degli anni ho cercato di avvicinarmi a questo mestiere senza mai considerarlo una questione di maschere da indossare. Mi è sempre interessato, piuttosto, riuscire a portare in scena me stesso, mettendomi in ascolto delle emozioni e cercando di restituirle nel modo più autentico possibile. Credo che interpretare un personaggio significhi prima di tutto riuscire a sentirlo, a comprenderne le sfumature e a renderlo credibile. L’esperienza sul set de La Sobrietà è stata sicuramente bellissima e rappresenta qualcosa che porterò sempre nel cuore. È stata un’occasione importante, che mi ha permesso di confrontarmi nuovamente con questo tipo di realtà.
La tua prima mostra personale, “Relitti – Ciò che resta degli dèi”, inaugurata a Milano nel maggio 2026, segna un nuovo capitolo della tua ricerca artistica. Come nasce questo progetto e quale messaggio desideri trasmettere attraverso le opere esposte?
“Relitti” nasce da un rapporto che ho sempre avuto con il mare e con ciò che riesce a restituirci. Sulle rive del mare di Latina raccolgo da tempo opercoli, occhi di Santa Lucia, conchiglie, pietre e altri frammenti che il tempo e l’acqua hanno trasformato. Ad un certo punto, però, ho sentito l’esigenza di guardare a questi elementi non più soltanto come oggetti da conservare, ma come materiali attraverso i quali dare vita a qualcosa di nuovo. Mi sono affidato a ciò che mi comunicavano, restituendo a chi li osserva quello che ho provato. Ne sono venute fuori delle vere e proprie ‘artesculture’, composizioni che attraverso elementi naturali e frammenti restituiscono volti, presenze e tracce di un’umanità che si intreccia con il sacro. La prima serie, ‘Ciò che resta degli dèi’, si confronta con il mito greco e latino, ma non con l’intenzione di celebrarlo o riproporlo nella sua veste più conosciuta. Al contrario, ho voluto spogliarlo delle rappresentazioni idealizzate, lasciando ciò che ne rimane, ossia figure consumate, ferite, presenze che sembrano sopravvivere attraverso i loro frammenti. La seconda serie, ‘Angeli e demoni’, è già pronta e spero che presto possiate ammirarla, mentre in questo momento sto lavorando ad un nuovo ciclo dedicato al legendarium dantesco e, in particolare, all’Inferno. È un progetto che mi permette di continuare a esplorare il rapporto tra materia, immaginario e mito, spostando ogni volta lo sguardo verso nuovi universi, perché persino le cose che ci sembrano ormai perdute, consumate o abbandonate hanno ancora qualcosa da raccontarci.
Nella tua ricerca visiva ricorrono corpi, simboli, rovine e riferimenti sacri. Che rapporto hai con la bellezza e con la rappresentazione delle ferite dell’uomo contemporaneo?
Le ferite dell’uomo contemporaneo sono, in fondo, anche le mie. Me le porto dentro come tutti, perché nessuno è davvero estraneo alle fragilità, alle contraddizioni e alle difficoltà del tempo in cui vive. Non penso che l’arte debba necessariamente nasconderle o cercare di renderle meno evidenti, ma può essere un modo per riconoscerle e dare loro una forma. Quanto alla bellezza, non l’ho mai considerata un merito personale, né un talento di cui potersi vantare. È qualcosa che va oltre il possesso e l’apparenza, e che può manifestarsi anche attraverso ciò che è fragile o imperfetto.
Guardando al tuo percorso, caratterizzato da continue contaminazioni tra discipline e forme espressive, quale linguaggio senti che oggi ti appartiene maggiormente e quali nuove sfide artistiche e professionali desideri affrontare?
Come ho già detto, la scrittura rimane il linguaggio che sento più vicino, quello nel quale mi riconosco maggiormente. Questo, però, non significa voler mettere da parte le altre forme espressive. Sono una persona curiosa, mi piace sperimentare e non ho paura di mettermi in gioco. Sono sempre pronto ad affrontare nuove sfide, ad esplorare territori che ancora non conosco e a cimentarmi in esperienze che possano sorprendermi, prima ancora che sorprendere gli altri.
Descriviti in tre parole.
Autentico, leale, innamorato.