originario di Orta Nova, in Puglia, è autore del progetto letterario Le Stelle di Luca, nato nel dicembre 2025 da una storia inizialmente pensata per le sue figlie e successivamente divenuta un’occasione per affrontare temi universali come la solitudine, il bullismo, le relazioni familiari e la capacità di riconoscere la luce anche nei momenti più difficili.
Accanto alla propria attività professionale nella Guardia di Finanza, Di Tonno coltiva una particolare sensibilità per la scrittura e per quelle storie capaci di suscitare emozioni e lasciare spazio alla riflessione. Il suo percorso letterario prende forma dal desiderio di raccontare esperienze e sentimenti attraverso un linguaggio narrativo accessibile ai più giovani, ma allo stesso tempo in grado di parlare al mondo degli adulti.
Con Le Stelle di Luca ha scelto di ambientare la propria narrazione nella Puglia del 1990, raccontando il mondo di un bambino alle prese con le fragilità personali e le difficoltà della crescita. Un ruolo centrale è affidato al rapporto con il padre, figura silenziosa e sensibile, capace di riconoscere un valore anche in ciò che gli altri considerano inutile o ormai privo di significato. Proprio da questo particolare sguardo emerge uno dei temi fondamentali dell’opera: la possibilità che ciò che appare rotto, fragile o dimenticato possa continuare a custodire qualcosa di prezioso.
Con la pubblicazione del libro, il progetto ha progressivamente superato i confini della pagina scritta, dando vita a presentazioni, incontri culturali e iniziative di sensibilizzazione rivolte soprattutto alle nuove generazioni. Attraverso queste occasioni, Luca Di Tonno cerca di creare spazi di ascolto e confronto su argomenti delicati come il bullismo e la solitudine, sottolineando al tempo stesso l’importanza di non fermarsi alle apparenze e di provare a comprendere ciò che spesso rimane nascosto.
La sua idea di scrittura non nasce dalla volontà di fornire risposte o insegnare agli altri come vivere, ma dal desiderio di porre domande capaci di accompagnare il lettore. Attraverso le sue storie, Di Tonno aspira a creare una possibilità di riconoscimento e condivisione, affinché chi legge possa ritrovare una parte di sé o arrivare a osservare con occhi differenti qualcuno che aveva smesso di comprendere.
Le Stelle di Luca rappresenta così l’incontro tra la dimensione più intima e personale della narrazione e quella collettiva: una storia nata all’interno della famiglia, affidata successivamente alla sensibilità dei lettori e trasformata in uno strumento attraverso il quale favorire il dialogo, la riflessione e l’ascolto.
Cos’è per te la scrittura e quale spazio occupa oggi nella tua vita?
Per me, la scrittura è l’esposizione dell’anima. Mi spiego meglio: scrivere mi ha permesso di portare alla luce parti nascoste di me che, per molto tempo, ho creduto appartenessero soltanto al mio modo di intendere la vita. Un modo che spesso ho percepito come strano, forse persino esagerato nella sua particolarità. Ho sempre sentito l’esigenza di trasmettere ciò che la vita mi aveva insegnato. È un po’ come quando scopri una sorgente d’acqua e desideri che tutti possano dissetarsi. Ho sempre pensato che condividere sia una delle cose più belle della vita. Oggi sto ancora comprendendo cosa significhi davvero permettere agli altri di entrare nel mio mondo. Non saprei dare una definizione precisa alla scrittura, perché è un’esperienza che sto ancora vivendo. So soltanto che, attraverso le parole, sto imparando a raccontare parti di me che prima facevo fatica a mostrare.
Le Stelle di Luca nasce inizialmente come una storia pensata per le tue figlie. Quando hai capito che quel racconto poteva diventare qualcosa da condividere anche con altri lettori?
Inizialmente avevo pensato a questa storia per le mie figlie. Poi ho cominciato a immaginare che potesse arrivare anche alle loro amiche e, successivamente, ai loro genitori. Da padre, sentivo il desiderio di trasmettere qualcosa che andasse oltre il semplice racconto. Con il tempo, però, ho capito che questa storia poteva diventare una mano tesa anche verso altre persone. Nella vita ho incontrato tanti Luca, appartenenti a età diverse. In ognuno di loro ho riconosciuto qualcosa che mi ha spinto a entrare in empatia e a comprendere quanto possa essere importante offrire ascolto e vicinanza a chi si sente sbagliato, solo o incompreso. Anche alcune persone che hanno conosciuto la storia mi hanno fatto capire che avrebbe potuto raggiungere altri lettori. Nel libro ho scritto che, se anche una sola persona avesse trovato la propria stella, tutto questo sarebbe servito a qualcosa. È ancora oggi il pensiero che accompagna il mio progetto.
Hai scelto di ambientare la storia nella Puglia del 1990. Perché proprio quel periodo e quanto dei tuoi ricordi personali è entrato nel racconto?
La Puglia del 1990 rappresenta uno dei periodi più significativi della mia vita. Sono gli anni delle notti magiche, che ancora oggi riesco quasi a sentire sulla pelle. Ricordo il cielo notturno, le stelle e quella sensazione di immensità che mi accompagnava quando alzavo lo sguardo. All’epoca l’inquinamento luminoso era meno presente in molti luoghi e il cielo stellato sembrava più vicino, più intenso. Eppure, quello è stato anche un periodo particolarmente difficile della mia vita. C’erano situazioni che un bambino non sempre riesce a comprendere o ad affrontare con gli strumenti necessari. Nonostante quel buio, però, sono riuscito a trovare la mia stella. Quella stella, oggi lo comprendo meglio, era la consapevolezza: la possibilità di guardare ciò che avevo vissuto e cominciare a dargli un significato. Naturalmente, nel racconto sono entrati ricordi ed emozioni personali, trasformati attraverso la fantasia e la narrazione.
Nel libro affronti temi delicati come il bullismo, la solitudine e le fragilità legate alla crescita. Quanto è stato importante raccontarli attraverso lo sguardo di un bambino?
Raccontarmi attraverso lo sguardo di un bambino, scrivendo in terza persona, mi ha aiutato moltissimo a dare voce alla mia esperienza. Ho scelto di non raccontare ogni ferita. Non tutto ciò che fa male deve necessariamente essere esposto: aggiungere altri graffi a una ferita, attraverso il racconto, non avrebbe significato aggiungere valore alla storia. Lo sguardo di un bambino è fragile, ma allo stesso tempo conserva una straordinaria capacità di immaginare. È uno sguardo che, almeno inizialmente, non conosce tutti i filtri e i pregiudizi che spesso impariamo da adulti. Credo che sia proprio attraverso questa innocenza, questa fantasia apparentemente spropositata e questa capacità di stupirsi che si possano affrontare anche le sfide più grandi. Il bambino non ha necessariamente le risposte, ma possiede ancora la libertà di cercarle. Ed è questa libertà che ho voluto custodire nel racconto.
Uno degli elementi centrali dell’opera è il rapporto tra Luca e suo padre. Come hai costruito questa figura e cosa rappresenta all’interno della storia?
Il rapporto tra Luca e suo padre è qualcosa di talmente profondo che ancora oggi riesco a percepirne l’essenza. In un mondo che, agli occhi del bambino, appare ostile e violento, il padre rappresenta una presenza capace di proteggerlo e accoglierlo. Luca attraversa un periodo in cui si sente solo, poco considerato e spesso lasciato ai margini. Suo padre, invece, riesce a offrirgli uno spazio in cui sentirsi al sicuro. È un uomo semplice, con le mani sporche di colla, abituato a costruire presepi e a riparare oggetti che sembrano ormai rotti. Attraverso queste attività condivide con il figlio molto più di un passatempo: gli offre un modo diverso di guardare il mondo. Il padre non ha bisogno di grandi discorsi. La sua presenza, i gesti quotidiani e la capacità di accogliere la fragilità del figlio diventano una forma di protezione. Questa figura rappresenta per me il valore di chi riesce a vedere qualcosa di prezioso anche dove gli altri non guardano più. E, soprattutto, di chi permette a un bambino di essere sé stesso senza fargli sentire che deve meritarsi l’amore.
Nel tuo racconto emerge l’idea che anche ciò che appare rotto, fragile o dimenticato possa custodire qualcosa di prezioso. Quanto senti tuo questo messaggio?
Lo sento profondamente mio, perché per molto tempo anch’io mi sono sentito una persona rotta. Ho portato addosso ferite e fratture che mi facevano percepire come un essere umano di seconda o terza categoria. La povertà, l’emarginazione e il pregiudizio mi avevano soffocato, al punto da farmi dubitare del mio stesso valore. A un certo punto, però, ho cominciato a comprendere che proprio la mia capacità di usare la fantasia poteva diventare una risorsa. Mi permetteva di immaginare possibilità diverse da quelle che sembravano destinate a me. In questo percorso, mio padre ha avuto un ruolo fondamentale. Mi ha consentito di essere me stesso, con tutta la mia anima. Mi ha asciugato le lacrime, mi ha rassicurato quando avevo paura e mi ha accolto anche quando le ferite erano ancora aperte. Per questo, oggi, il messaggio del libro non è per me una semplice metafora. È qualcosa che ho vissuto. Non significa che tutto ciò che ci ferisce debba necessariamente trasformarsi in un dono. Significa, piuttosto, che le nostre ferite non esauriscono ciò che siamo e che, anche quando facciamo fatica a riconoscerlo, possiamo custodire capacità e risorse che meritano di essere scoperte.
Le Stelle di Luca è diventato anche un progetto di sensibilizzazione attraverso incontri e presentazioni. Cosa ti ha lasciato il confronto diretto con i ragazzi e con il pubblico?
Incontrare i ragazzi, per me, significa continuare a crescere: come padre, come persona e come qualcuno che desidera offrire un esempio attraverso la propria esperienza. Una delle questioni a cui tengo maggiormente riguarda il pregiudizio che grava sui ragazzi che si sentono sbagliati o che vengono giudicati prima ancora di essere ascoltati. Anch’io, per molto tempo, mi sono sentito imprigionato nell’immagine che gli altri avevano costruito di me. A un certo punto mi sono allontanato da quel contesto e, quando sono tornato, ho avuto la sensazione che molte persone non ricordassero più chi fossi diventato. Continuavano a vedere la versione di me che avevano conosciuto da ragazzo, quella che reagiva alle ingiustizie anche in modo impulsivo, come può accadere a tanti giovani. Questa esperienza mi ha insegnato quanto sia difficile liberarsi da un’etichetta una volta che gli altri te l’hanno attribuita. Oggi, quando incontro i ragazzi, mi piace provare a mettere in discussione quel pregiudizio. Non perché io abbia tutte le risposte, ma perché conosco il peso di sentirsi definiti da un’immagine che non ci rappresenta più. Ho incontrato tanti Luca nel corso degli anni. Oggi, forse, posso offrire loro una riflessione in più e una possibilità: quella di non identificarsi completamente con il giudizio ricevuto e di scoprire che la propria storia non è ancora finita.
La tua attività professionale nella Guardia di Finanza sembra apparentemente molto distante dalla dimensione creativa della scrittura. Come convivono questi due aspetti della tua vita?
Cerco di non sovrapporre la mia professione alla mia passione per la scrittura. Sono due dimensioni diverse della mia vita, che considero entrambe importanti e che desidero mantenere distinte. Quando svolgo il mio lavoro, lo faccio con il ruolo e le responsabilità che esso comporta. Quando invece parlo del mio libro, mi presento come autore. Anzi, a dire il vero, prima ancora di ogni ruolo, io sono Luca. La scrittura mi permette di esplorare una dimensione personale, fatta di ricordi, domande ed emozioni, che non coincide necessariamente con la mia attività professionale. Non credo che queste due parti debbano entrare in conflitto. Semplicemente, appartengono a contesti diversi della mia vita e desidero che ciascuna trovi il proprio spazio.
Hai spiegato che per te scrivere non significa offrire risposte, ma porre domande. Qual è la domanda che vorresti rimanesse nel lettore dopo aver terminato Le Stelle di Luca?
La domanda che mi piacerebbe lasciare al lettore è questa: E se quello che oggi consideri il tuo difetto, la tua fragilità o il tuo punto debole fosse, in realtà, il tuo punto di forza? E se proprio lì si nascondesse una tua dote? Non è detto che ciò che ci rende diversi sia necessariamente un limite. A volte siamo talmente concentrati nel cercare di correggere quello che non ci piace di noi da non riuscire a riconoscere ciò che potremmo valorizzare. Non voglio suggerire che ogni fragilità sia automaticamente una qualità, né che basti cambiare prospettiva per risolvere ogni difficoltà. Vorrei soltanto invitare chi legge a non emettere una sentenza definitiva su sé stesso troppo presto. Forse, prima di giudicarci, dovremmo concederci la possibilità di conoscerci davvero.
Quale emozione provi sapendo che una storia nata nell’intimità della tua famiglia oggi appartiene, in qualche modo, anche a chi la legge?
Mi scalda il cuore pensare che una ferita del mio passato possa oggi contribuire a creare un’occasione di confronto o aiutare qualcuno a sentirsi meno solo. A volte mi domando se quel lungo periodo di difficoltà vissuto durante la preadolescenza abbia trovato, nel tempo, una possibilità diversa di essere raccontato. Non perché la sofferenza debba essere giustificata da ciò che ne ricaviamo, ma perché oggi posso scegliere cosa fare dell’esperienza che mi ha lasciato. Se attraverso questa storia riesco ad aiutare anche soltanto qualcuno a guardarsi con occhi diversi, allora sento che è nato qualcosa di importante. Oggi riesco a guardare quel bambino con gratitudine e riconoscenza. Non perché abbia meritato quello che ha attraversato, ma perché riconosco il percorso che lo ha portato fin qui. E forse è anche per questo che ho voluto condividere la sua storia: perché non restasse soltanto un ricordo mio, ma potesse diventare uno spazio in cui altre persone trovassero qualcosa di sé.
Dopo Le Stelle di Luca, senti il desiderio di continuare a scrivere? Ci sono nuove storie o nuovi progetti che vorresti trasformare in parole?
Sì, sto lavorando a un secondo libro, più maturo e contemporaneo, che continua a esplorare il rapporto tra padri e figli. Se in Le Stelle di Luca ho raccontato soprattutto il mondo attraverso lo sguardo di un figlio e il legame con la figura paterna, questa volta sto provando a spostare il punto di osservazione: mi interessa esplorare cosa significhi essere un padre, con le proprie fragilità, le proprie responsabilità e i propri limiti. È un percorso di scrittura ancora in evoluzione, quindi preferisco non anticipare troppo. Posso dire che mi sta portando a interrogarmi su quanto sia difficile comprendere davvero chi amiamo e su quanto, a volte, nel tentativo di proteggere qualcuno, sia necessario imparare anche a mettersi in discussione. Per ora continuo a scrivere, lasciando che la storia trovi la propria forma.
Descriviti in tre parole.
Alchimista, inquieto, profondo.