nasce a Felizzano, in provincia di Alessandria, nel 1963. Pittore contemporaneo piemontese, nel corso della propria ricerca sviluppa un linguaggio personale che attraversa simbolismo, metafisica e figurazione poetica, dando forma a un universo nel quale realtà e immaginazione si incontrano e dialogano continuamente.
Elemento distintivo della sua produzione artistica sono le figure umane senza volto, protagoniste di composizioni che sembrano vivere in una dimensione sospesa nel tempo. L’assenza dei lineamenti non rappresenta una mancanza, ma costituisce una precisa scelta espressiva attraverso la quale Menghevoli rinuncia a definire l’identità dei suoi personaggi, lasciando allo spettatore la possibilità di riconoscersi in essi e di attribuire loro emozioni, ricordi e significati personali.
Attorno a queste presenze prendono forma città immaginarie, architetture metafisiche, paesaggi marini, lune e oggetti dal valore simbolico. Sono scenari nei quali la dimensione visibile diventa il punto di partenza per esplorare territori più intimi e profondi. Il silenzio, l’attesa, la memoria, l’assenza e le relazioni umane attraversano così le sue opere, trasformandosi in elementi centrali di una narrazione affidata alle immagini e alle suggestioni.
La sua produzione comprende principalmente opere realizzate attraverso tecniche acriliche e miste su tela, caratterizzate da un utilizzo espressivo del colore e da composizioni capaci di generare atmosfere enigmatiche, poetiche e suggestive. La pittura diventa uno spazio nel quale ciò che è reale può convivere con ciò che appartiene alla memoria, al sogno e all’immaginazione.
Nel corso del suo percorso artistico Menghevoli ha partecipato a numerose mostre personali e collettive, presentando le proprie opere in diverse città italiane, tra cui Alessandria, Torino, Milano e Monza. La sua esperienza espositiva si è estesa anche oltre i confini nazionali attraverso la partecipazione a iniziative internazionali, tra cui esposizioni a New York.
Alla base della sua ricerca rimane una concezione della pittura intesa soprattutto come strumento di comunicazione emotiva. Menghevoli non utilizza l’immagine per fornire risposte definitive, ma per generare interrogativi e creare una relazione personale tra l’opera e chi la osserva. Proprio per questo le sue figure prive di volto possono diventare identità aperte, nelle quali ciascuno è libero di proiettare una parte della propria esperienza.
Il suo intento artistico non è quindi quello di riprodurre fedelmente ciò che gli occhi possono vedere, ma di provare a dare forma a ciò che spesso rimane invisibile. Sentimenti, ricordi, assenze, legami ed emozioni diventano la materia di una pittura che cerca di raccontare la complessità dell’esistenza umana attraverso immagini sospese tra realtà e immaginazione, lasciando allo spettatore il compito di completarne il significato.
Cos’è per te l’arte e quale ruolo occupa la pittura nella tua vita?
Per me l’arte è, prima di tutto, una forma di libertà: la possibilità di esprimere ciò che talvolta non riesco a raccontare con le parole. La pittura occupa un posto importante nella mia vita perché mi permette di trasformare emozioni, ricordi, inquietudini e speranze in immagini. Quando dipingo entro in una dimensione tutta mia, nella quale anche il tempo sembra assumere un significato diverso. Non cerco necessariamente la bellezza fine a se stessa, ma qualcosa che sappia emozionare, incuriosire e, magari, invitare alla riflessione. Credo che un dipinto raggiunga davvero il suo scopo quando riesce a instaurare un dialogo silenzioso con chi lo osserva.
Aldo Menghevoli è il nome d’arte di Franco Chiarlo. Come nasce questo nome e che significato ha per te?
Il nome Aldo Menghevoli è nato quasi per caso e deriva da una band musicale di amici che si chiamava I Fratelli Menghevoli. Con il tempo, quello che inizialmente era soltanto un nome è diventato la mia identità artistica. Franco Chiarlo e Aldo Menghevoli non sono due persone diverse: il primo vive la quotidianità, il secondo dà voce a quella parte di me che si esprime attraverso la pittura. Oggi sono profondamente affezionato a questo nome, perché accompagna il mio percorso creativo e identifica un universo pittorico che sento intimamente mio.
Il tuo linguaggio artistico si muove tra simbolismo, metafisica e figurazione poetica. Come sei arrivato a sviluppare questa particolare identità pittorica?
Il mio percorso è nato in modo spontaneo. Sono un pittore autodidatta e, fin dall’inizio, ho sentito il bisogno di andare oltre la semplice rappresentazione della realtà. Mi interessava dipingere non soltanto ciò che vedevo, ma soprattutto ciò che immaginavo e provavo. Con il tempo sono comparsi paesaggi impossibili, prospettive inconsuete, personaggi silenziosi e ambientazioni sospese. Non ho deciso a tavolino di diventare un pittore simbolico o metafisico. È stato il mio modo di sentire a condurmi, progressivamente, verso questo linguaggio. Credo che lo stile di un artista debba nascere dalla sua sensibilità, prima ancora che da una definizione critica.
Uno degli elementi più riconoscibili delle tue opere sono le figure umane senza volto. Quando nasce questa scelta e che cosa vuoi comunicare attraverso l’assenza dei lineamenti?
È una scelta maturata nel corso della mia ricerca pittorica, quando ho cominciato a sentire il bisogno di dare maggiore importanza alle emozioni che all’identità dei personaggi. Un volto definito racconta una persona precisa; un volto assente, invece, può appartenere a chiunque. Le mie figure senza volto non sono persone prive di identità: sono figure nelle quali ciascuno può riconoscere qualcosa di sé. Non mi interessa tanto raccontare chi siano quella donna o quell’uomo, quanto ciò che potrebbero provare. È come se lasciassi allo spettatore il compito di completare il dipinto attraverso la propria memoria e la propria sensibilità.
Nelle tue composizioni ricorrono città immaginarie, architetture, paesaggi marini, lune e diversi elementi simbolici. Quanto è importante il simbolo nel tuo modo di raccontare una storia attraverso la pittura?
Il simbolo è fondamentale, perché mi consente di raccontare molto senza dover spiegare tutto. Una strada può rappresentare il percorso della vita, una sedia vuota può evocare un’assenza, una luna può suggerire mistero e introspezione. Il mare, che amo particolarmente, ritorna spesso nei miei dipinti perché per me rappresenta libertà, lontananza, ricordi e possibilità. Anche le città immaginarie hanno un significato: sono luoghi che non esistono nella realtà, ma che potrebbero esistere nella nostra memoria. Mi piace pensare che ogni elemento sia una piccola porta aperta sull’immaginazione dello spettatore.
Silenzio, attesa, memoria e assenza sembrano attraversare frequentemente le tue opere. Quanto della tua esperienza personale entra nei tuoi dipinti?
Credo che in ogni opera ci sia inevitabilmente qualcosa di chi l’ha realizzata. Non dipingo necessariamente episodi autobiografici, ma porto certamente sulla tela emozioni che ho conosciuto e vissuto. La solitudine, l’attesa, la nostalgia, il desiderio di ritrovare qualcosa o qualcuno, ma anche la speranza e la possibilità di ricominciare, sono sentimenti universali. Mi interessa proprio questo passaggio: partire da una sensibilità personale per arrivare a un’emozione condivisa. A volte un dipinto racconta qualcosa di me che riesco a comprendere pienamente soltanto dopo averlo terminato.
Il colore ha un ruolo importante nella costruzione delle atmosfere enigmatiche e sospese che caratterizzano il tuo lavoro. Come scegli la tavolozza di un’opera e quanto il colore contribuisce a definirne l’emozione?
Per me il colore non ha soltanto una funzione estetica, ma soprattutto emotiva. Spesso parto da un’atmosfera che ho in mente e lascio che siano i colori a suggerirmi come svilupparla. Amo i contrasti tra tonalità calde e fredde, i blu profondi, i rossi intensi e le luci che interrompono improvvisamente una composizione. Non mi preoccupa che un cielo, una strada o un edificio abbiano colori diversi da quelli della realtà. Anzi, talvolta è proprio attraverso un colore inatteso che riesco a esprimere meglio un sentimento. Il colore, in fondo, è una voce silenziosa: può trasmettere malinconia, energia, mistero o speranza senza pronunciare una sola parola.
Hai esposto in diverse città italiane e hai partecipato anche a iniziative internazionali, tra cui New York. Come cambia il rapporto con le proprie opere quando vengono osservate da pubblici e culture differenti?
Quando un’opera esce dal mio studio, comincia una vita che non mi appartiene più completamente. Ogni persona la osserva attraverso la propria esperienza, la propria cultura e la propria sensibilità. Aver partecipato a iniziative espositive in Italia e all’estero mi ha fatto riflettere su quanto il linguaggio delle immagini possa superare i confini geografici e linguistici. Un dipinto può trasmettere emozioni anche a chi non conosce la storia dell’artista o il contesto nel quale è nato. È questo uno degli aspetti che trovo più affascinanti della pittura: la possibilità di comunicare senza bisogno di traduzioni.
Hai affermato che la pittura non deve necessariamente offrire risposte, ma invitare a porsi delle domande. Quale domanda vorresti che uno spettatore portasse con sé dopo aver osservato una tua opera?
Mi piacerebbe che si chiedesse: «Perché questo dipinto mi ha fatto provare proprio questa emozione?» Non pretendo che lo spettatore comprenda ciò che avevo in mente mentre dipingevo. Anzi, trovo interessante quando qualcuno interpreta un’opera in modo completamente diverso dal mio. Significa che il dipinto è riuscito a diventare qualcosa di personale anche per un’altra persona. Se qualcuno, osservando una mia tela, si ferma qualche istante in più, ricorda qualcosa, sorride o si commuove, considero già questo un piccolo successo.
Quali nuovi percorsi, temi o progetti vorresti esplorare nel futuro della tua ricerca artistica?
Vorrei continuare a sperimentare senza perdere l’identità che ho costruito negli anni. Mi interessa approfondire sempre di più il rapporto tra la figura umana e gli spazi che la circondano, soprattutto il modo in cui un gesto, una distanza o un’assenza possano raccontare una relazione. Sto dedicando attenzione anche alla pittura a olio e alle possibilità espressive che questa tecnica offre, affiancandola alle tecniche che già utilizzo. Naturalmente mi piacerebbe portare le mie opere in nuovi contesti espositivi e far conoscere il mio lavoro a un pubblico sempre più ampio. Il mio obiettivo principale, però, rimane quello di continuare a dipingere con curiosità e libertà, senza ripetermi e senza perdere il piacere della scoperta.
Descriviti in tre colori.
Blu, rosso e giallo. Il blu rappresenta la mia parte più riflessiva, quella che ama il silenzio, il mare e la profondità dei pensieri. Il rosso è la passione, l’energia creativa e il desiderio di continuare a mettermi in gioco. Il giallo è la luce, l’ottimismo e quella curiosità che, nonostante il passare degli anni, mi spinge ancora a cercare qualcosa di nuovo. Sono tre colori diversi, talvolta in contrasto, ma insieme raccontano abbastanza bene il mio carattere e la mia pittura.