(1984), conosciuto con lo pseudonimo @flaart48, è un artista pittore autodidatta originario di Pozzuoli (NA). Formatosi al di fuori dei circuiti accademici, muove i primi passi come artista di strada, scegliendo il contatto diretto con le persone come prima forma di esposizione. Questo percorso iniziale contribuisce a definire un linguaggio espressivo autentico, diretto e privo di mediazioni, caratterizzato da una forte componente materica.
La sua ricerca pittorica nasce inizialmente dall’osservazione e dalla riflessione sui cambiamenti climatici, per poi ampliarsi verso le fratture della società contemporanea e i conflitti che attraversano il presente, temi che affronta con profonda partecipazione emotiva. La sua arte si configura così come una forma di testimonianza civile e memoria attiva.
Nel 2020, agli inizi del suo percorso espositivo, presenta le proprie opere a Roma presso Palazzo Ferrajoli nell’ambito de L’Arte si Mostra, mostra diretta dalla casa editrice Pagine. Successivamente espone alla Casina Vanvitelliana di Bacoli e partecipa a numerose mostre collettive ed eventi artistici, consolidando progressivamente la propria presenza nel panorama contemporaneo.
Il suo stile si distingue per una pittura materica e a tecnica mista su tela, in cui elementi tridimensionali reali – come violini, archetti e filo spinato – emergono dalla superficie pittorica, superandone i confini e creando un dialogo fisico con lo spazio. Questa scelta linguistica rafforza la dimensione simbolica delle opere e il loro impatto visivo.
Tra i lavori più significativi si colloca Il violino e la resistenza (2026), che sintetizza la sua poetica e il suo sguardo sul rapporto tra arte, memoria e resistenza, accompagnato dalla frase: “Eppure, la storia dimostra che la musica proibita trova sempre una via per sopravvivere.”
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è l’unico modo che ho per denunciare ed esprimere le mie preoccupazioni verso un mondo che vedo sempre più inquietante. Dipingere non è solo un piacere, è una necessità. È il mio atto di resistenza. Quando non riesco più a stare in silenzio davanti a quello che vedo fuori, prendo un pennello. Vedo ingiustizie, indifferenza, bellezza che viene calpestata. Non riesco a far finta di niente. L’arte per me è questo: l’unico linguaggio che ho per denunciare. Dipingo per dire. Ogni mia tela è una presa di posizione, un grido che diventa colore. Se non avessi la pittura, non saprei come restare lucido in questo caos.
Come nasce il tuo percorso come artista di strada e cosa ti ha spinto a scegliere quel tipo di esposizione iniziale?
In realtà la mia storia è molto semplice e poco romantica. Ho sempre avuto la passione per il disegno da bambino, ma come succede a tanti, l’ho messa da parte. La vita ti porta da un’altra parte, vai a lavorare, entri in officina. Poi c’è stato un periodo buio, un periodo davvero buio per me. E in quel momento mi è capitato tra le mani un libro motivazionale. Diceva una cosa banale ma che mi ha colpito dritto: fai una cosa che ti piace, una cosa che ti faccia sentire realizzato. Finito il turno in officina, invece di andare a casa, sono andato a comprare una tela e dei colori. Non sapevo nemmeno da dove iniziare. Quella sera è nato il mio primo lavoro, “Il mondo nelle nostre mani”, nel 2018. Era tutto lì, già la mia inquietudine per questo mondo. La strada è arrivata subito dopo, quasi per caso. Un artista mi ha visto, mi ha invitato ad esporre in piazza in una collettiva. Ho messo il mio quadro a terra, in mezzo alla gente. Da quel giorno non mi sono più fermato. Perché ho capito che quello era il mio posto.
In che modo il contatto diretto con le persone ha influenzato il tuo linguaggio artistico?
La strada mi ha cambiato tutto. Completamente. Quando dipingi chiuso in una stanza, dipingi per te stesso. Quando esponi per strada, la gente non ti fa sconti. Lì non puoi nasconderti dietro concetti complicati. Se un signore anziano, un ragazzino, un operaio come me non capisce in tre secondi cosa vuoi dire, il tuo quadro non sta comunicando. Il contatto diretto mi ha tolto tutti i fronzoli. Mi ha reso il linguaggio più diretto, più crudo, a volte più duro. Ho iniziato a usare colori che urlano, simboli che tutti riconoscono, sguardi che ti inseguono. Perché per strada hai un attimo per fermare qualcuno. Prima magari pensavo a cosa mi piaceva dipingere. Ora penso a cosa ho bisogno di far arrivare. La gente mi ferma, mi parla, mi dice “questo quadro mi ha ricordato mio figlio, mi ha ricordato la guerra, mi ha ricordato la rabbia che ho dentro”. E quel dialogo entra nei quadri successivi. La strada mi ha insegnato che la mia arte non è mia. È un ponte tra la mia inquietudine e quella degli altri. Se non ci fosse quel contatto, sarei ancora uno che dipinge da solo in garage.
Quanto del tuo vissuto personale entra nelle opere che realizzi oggi?
Non c’è un quadro dove non ci sia l’operaio che torna a casa stanco dall’officina, non dipingo soggetti, dipingo stati d’animo. Quando dipingo mani che cercano di tenere il mondo, come nel mio primo quadro “Il mondo nelle nostre mani”, sto dipingendo le mie mani che cercavano di tenere insieme la mia vita. I miei dipinti sono l’espressione dei miei sentimenti, delle mie preoccupazioni. Ogni tela è un autoritratto, anche quando non ci sono io dentro. Forse è per questo che la gente per strada si ferma. Perché sente che non sto inventando niente. Sto solo mettendo fuori quello che tengo dentro.
Cosa rappresentano per te i cambiamenti climatici come primo tema della tua ricerca pittorica?
I cambiamenti climatici per me non sono mai stati un tema. Sono stati una ferita aperta. Quando nel 2018 ho dipinto “Il mondo nelle nostre mani”, appena uscito dall’officina, non stavo facendo un quadro ecologista. Stavo dipingendo l’ansia che avevo io, e che vedo ogni giorno fuori. Un mondo che ci scivola dalle mani perché lo stiamo trattando come se fosse infinito, quando è fragilissimo. Per me il clima è stato il primo modo per denunciare. Perché racchiude tutto: l’egoismo dell’uomo, l’indifferenza della politica, la paura per il futuro dei nostri figli. Quando dipingo un mare che si alza, un cielo che brucia, una terra che si spacca, non sto facendo cronaca. Sto dipingendo l’essere umano che si sta autodistruggendo. Vivo a Pozzuoli, in mezzo ai Campi Flegrei e poi la Terra dei Fuochi. Conosco cosa vuol dire vivere su una terra che respira, che trema, che ti ricorda ogni giorno che non sei tu il padrone. La natura non ha bisogno di noi, siamo noi ad avere bisogno di lei. E ce ne stiamo dimenticando. Ho iniziato da lì perché era la cosa più urgente che sentivo denunciare.
In che modo il passaggio verso le fratture della società contemporanea ha modificato il tuo sguardo artistico?
Ho iniziato a vedere che il mondo nelle nostre mani non ci cade solo per il clima, ci cade per indifferenza, per solitudine, per razzismo, per guerre che guardiamo in TV come se fossero un film. Per questa incapacità di guardarci negli occhi. Il mio sguardo è diventato meno paesaggistico e più umano. Più crudo. Sento il bisogno di non restare in silenzio dinanzi alle ingiustizie e l’unico modo che ho per farlo è dipingendo.
Come definiresti oggi il tuo rapporto con la pittura materica e la tecnica mista?
Il mio rapporto con la materica è un rapporto fisico, viscerale. Ho bisogno di toccarla, di graffiarla, di costruirla. Quando qualcuno si avvicina a un mio quadro, voglio che senta prima il peso della materia e poi il peso del messaggio. Se è liscio, scivola via. Se è materico, ti resta addosso.
Qual è il significato simbolico degli elementi tridimensionali come violini, archetti e filo spinato nelle tue opere?
Nulla di quello che metto in 3D sulle mie tele è decorazione. È tutto simbolo, è tutto denuncia. Il violino per me è l’essere umano. È fragile, è di legno, è vuoto dentro ma se lo tocchi nel modo giusto fa un suono che ti commuove. È la bellezza, è la cultura, è la parte più nobile che abbiamo. Quando metto un violino, sto parlando di noi. L’archetto è la tensione, è quello che dovrebbe far suonare il violino, teso all’inverosimile. È lo sforzo che facciamo per far funzionare le cose, per far suonare ancora questo mondo. A volte è fatica, a volte è lotta, resistenza. E poi c’è il filo spinato. Quello è la parte inquietante di cui parliamo dall’inizio. È il confine, è la prigione, è la ferita. È quello che impedisce al violino di suonare. È la guerra, è il razzismo, è l’indifferenza, sono tutte le fratture della società. Il filo spinato è ciò che l’uomo mette intorno alla bellezza per non farla scappare, o per non farla entrare. Quando li metto insieme, tridimensionali, che escono dalla tela, è perché voglio che chi guarda non possa più far finta di niente.
Come nasce concretamente un’opera, dal primo pensiero alla sua realizzazione fisica?
Succede che sento il bisogno di dire qualcosa. Non è un pensiero, è proprio un bisogno fisico, qui nello stomaco. Non faccio bozzetti. Non ne ho mai fatti. È tutto già nella mente, già costruito. So già dove deve andare il filo spinato, dove il colore. Poi vado in studio e preparo tutto quello che mi serve: corde, filo spinato, tappi, ingranaggi, quello che trovo. Metto tutto a terra, come un operaio che prepara gli attrezzi. E poi inizio a riempire la tela di colore. Che siano colori caldi o freddi non lo decido prima, mi viene d’istinto. Non parte dalla testa, parte dallo stomaco. Non dipingo. Butto fuori.
Cosa ha rappresentato per te esporre a Palazzo Ferrajoli a Roma nei primi anni del tuo percorso?
Palazzo Ferrajoli è stata un’esperienza bellissima. Proprio perché era l’inizio, ero all’inizio di tutto. Io venivo dalla strada, dalle collettive in piazza. Trovarmi a Roma, in un posto così prestigioso, a confrontarmi con altri artisti, è stato un colpo al cuore. Ma la cosa più forte è stata sentire dei critici spendere delle ottime parole per me. Per uno che fino a poco prima aveva solo comprato una tela d’istinto dopo il lavoro, sentirsi dire “quello che fai ha un senso” è stato tutto. Quell’esperienza mi ha dato una carica enorme. Mi ha fatto capire che forse stavo davvero dicendo qualcosa che arrivava anche a chi di arte ne capisce. Mi ha dato il coraggio di non fermarmi più.
Che tipo di esperienza è stata per te esporre alla Casina Vanvitelliana di Bacoli?
Esporre alla Casina Vanvitelliana, nel Parco Borbonico del Fusaro a Bacoli, è stato un orgoglio enorme. Stiamo parlando di un posto progettato da Vanvitelli, dove in passato sono stati esposti anche lavori di Salvador Dalì. Solo a pensarci, mi vengono i brividi. Ma poi è casa mia. Sono i Campi Flegrei dove sono cresciuto e dove oggi ci lavoro. Esporre lì non è come esporre in un posto qualsiasi. C’è stata una marea di visitatori, una cosa che non mi aspettavo. Tanta gente, tanta curiosità. E ho avuto l’opportunità vera di farmi conoscere, non come “quello che dipinge”, ma come artista del territorio.
Quanto è importante per te il rapporto tra arte e memoria civile?
Per me è tutto. Senza memoria civile l’arte è solo decorazione. Io non voglio fare solo quadri belli da mettere sopra al divano. Voglio fare quadri che restano in testa, che non ti fanno dimenticare. Oggi viviamo in un mondo che dimentica tutto in 24 ore. Una notizia cancella l’altra. Una guerra, una strage sul lavoro, un disastro ambientale, dopo due giorni non se ne parla più. L’arte invece deve essere quella che non ti permette di dimenticare. Deve essere memoria. Civile, proprio come dici tu. Quando metto un filo spinato su un violino, non sto facendo un esercizio di stile. Sto ricordando a tutti che ci sono ancora muri, confini, gente che non può suonare la sua musica perché è imprigionata. Quando uso ingranaggi, tappi, corde, materiali di scarto, sto ricordando da dove vengo io, dall’officina, dal lavoro vero, da quella parte d’Italia che si spacca la schiena e che spesso nessuno ricorda. Vivo nei Campi Flegrei, una terra che ha 2500 anni di storia sopra e sotto. Qui la memoria è ovunque, nelle pietre, nel mare, nel bradisismo. Non puoi fare finta che il passato non esista. Per me un quadro che non ha memoria civile è un quadro muto. Io voglio che i miei quadri parlino anche quando io non ci sarò più. Che uno tra cent’anni li guardi e capisca cosa stavamo passando oggi: l’inquietudine, le fratture, ma anche il bisogno di tenere il mondo nelle mani. Non voglio solo arredare case, voglio svegliare le coscienze.
Cosa vuoi comunicare attraverso opere come “Il violino e la resistenza”?
Con “Il violino e la resistenza” voglio dire una cosa semplicissima: la bellezza resiste anche quando la imprigionano. Il violino per me è l’anima. È la cultura, è la musica, è la parte più fragile e più umana di noi. È quello che ci rende persone e non numeri. Il filo spinato invece è tutto quello che ci vuole zitti. È la guerra, è il confine, è la censura, è la paura, è il periodo buio che ho passato anch’io. È quello che dice “tu non puoi suonare, tu non puoi parlare”. Quando metto insieme le due cose, quando avvolgo il violino con il filo spinato ma lo lascio uscire dalla tela, sto dicendo che non ce l’hanno fatta. Che anche ferito, anche graffiato, anche legato, il violino suona lo stesso. Resiste.
In che modo vivi il rapporto tra arte e impegno sociale?
L’arte, soprattutto quella pittorica, è stata la prima espressione umana. Prima delle parole, l’uomo ha disegnato sulle grotte per raccontare cosa stava vivendo. Per questo per il sociale è perfetta. Con un’immagine sola puoi denunciare o descrivere un momento storico. Non hai bisogno di mille parole. Un violino avvolto nel filo spinato dice più di un articolo di giornale su cosa vuol dire vivere imprigionato, su cosa vuol dire una guerra. Credo che arte e sociale insieme possano lasciare messaggi molto forti.
Quali difficoltà hai incontrato nel costruire il tuo percorso artistico fuori dai circuiti accademici?
Tantissime. Ma sono state la mia fortuna. Io non vengo dall’accademia. Non ho avuto maestri che mi hanno presentato a galleristi, non ho avuto un diploma da mettere in curriculum. Io venivo dall’officina. Ho imparato a fare l’operaio, non l’artista. Quindi quando ho deciso di comprare quella prima tela e quei primi colori, ero solo. La difficoltà più grande è stata farsi prendere sul serio. Quando vai a proporti e dici “non ho studiato arte”, ti guardano e pensano che sia un hobby, che sia improvvisazione. Devi dimostrare il doppio. Devi lavorare il doppio. Poi c’è la difficoltà pratica: nessuno ti insegna come si fa una mostra, come si parla con un critico, come si porta un quadro con il filo spinato e un violino vero dentro senza che cada tutto. Io ho imparato rompendo, sbagliando, buttando tele. Ho imparato in strada, facendo collettive sotto la pioggia a Pozzuoli, con la gente che passava e a volte neanche si fermava. E poi c’è la difficoltà economica, diciamolo. Quando non sei nel circuito, non hai gallerie dietro, non hai vendite facili. Ogni quadro è un investimento tuo, di tempo, di materia, di soldi. Ogni mostra a Roma o alla Casina Vanvitelliana me la sono sudata. Ma ti dico la verità: se avessi fatto l’accademia, oggi non farei la mia pittura. Questo credo mi abbia dato personalità. La mia difficoltà è diventata la mia tecnica.
Come immagini l’evoluzione del tuo linguaggio artistico nei prossimi anni?
Vedo il mio linguaggio uscire dalla tela. Meno quadro, più installazione. Voglio che la gente entri dentro la frattura, non la guardi solo da fuori.
Descriviti in tre parole.
Impulsivo, perché tutto quello che faccio parte dallo stomaco, non dalla testa. Se non lo sento qui, non lo faccio. Testardo, perché dal 2018 ad oggi, fuori dalle accademie, tra la strada, Roma e la Casina Vanvitelliana, l’unica cosa che mi ha tenuto in piedi è stata la testa dura di non mollare mai. Inquieto come il mondo che dipingo.