Silvia Pastorello

è un’autrice, podcaster, blogger e collaboratrice editoriale il cui percorso nasce da un profondo desiderio di raccontare persone, emozioni, luoghi e memorie, dando voce a storie che meritano di essere…

BIOGRAFIA

#Silvia Pastorello

è un’autrice, podcaster, blogger e collaboratrice editoriale il cui percorso nasce da un profondo desiderio di raccontare persone, emozioni, luoghi e memorie, dando voce a storie che meritano di essere ascoltate e custodite. Dopo aver conseguito un Master in Giornalismo, ha avviato collaborazioni con diverse testate, occupandosi di contenuti e approfondimenti legati alla cultura, ai territori, ai viaggi, alle tradizioni e alle storie individuali.

Parallelamente all’attività giornalistica, ha sviluppato un percorso autoriale che si distingue per la varietà dei generi e delle tematiche affrontate, rifiutando di racchiudere la propria scrittura entro un unico confine. È autrice di “Voci di Sicilia Magica – Storie, Emozioni e Racconti d’Autore”, un’opera che si configura come un viaggio narrativo tra luoghi, suggestioni ed emozioni legate alla Sicilia. Con “Oltre il Confine – romanzo romantico proibito” esplora invece una dimensione più intima e contemporanea, ampliata anche a un pubblico internazionale grazie alle edizioni in lingua inglese, con il titolo “Beyond the Line – Forbidden”, e in lingua spagnola, “Más allá de la frontera”. Il suo lavoro più recente, “TÀNNU – Usi, credenze e cunti della Sicilia di una volta”, nasce dall’esigenza di raccogliere e preservare tradizioni, credenze e racconti appartenenti alla memoria storica dell’isola.

Accanto alla scrittura, porta avanti con continuità l’attività di podcaster, affermandosi come voce e co-ideatrice di “Voci di Sicilia Magica”, progetto attraverso cui racconta cultura, tradizioni, personaggi e territori. A questo si affianca “StaySnap Stories”, un podcast dedicato al viaggio e alle storie, alle persone e alle curiosità che si celano dietro ogni destinazione.

Nel suo percorso trova spazio anche l’attività di blogging, attraverso cui sviluppa uno spazio editoriale personale in cui la scrittura diventa occasione di approfondimento e condivisione. Giornalismo, libri, podcast e contenuti digitali rappresentano per Silvia Pastorello linguaggi diversi ma complementari, uniti da un’unica esigenza narrativa: raccontare storie e riuscire a farle arrivare alle persone.

Cos’è per te l’arte?

Per me l’arte è riuscire a trasformare qualcosa che senti in qualcosa che possa sentire anche un’altra persona. Può essere una pagina, una fotografia, una voce, una canzone. Il mezzo cambia, ma credo che il punto sia sempre lo stesso: creare un’emozione e lasciare qualcosa. Mi piace pensare che l’arte inizi da chi crea, ma che poi non gli appartenga più completamente. Nel momento in cui un libro arriva nelle mani di un lettore o una storia viene ascoltata attraverso un podcast, comincia ad appartenere anche a chi la riceve e la interpreta attraverso la propria sensibilità.

Qual è stato il momento in cui hai capito che la scrittura sarebbe diventata una parte centrale del tuo percorso?

In realtà la scrittura faceva parte della mia vita già molto prima dei libri. Ho sempre amato scrivere e per molti anni i miei blog sono stati lo spazio in cui potevo farlo liberamente: raccontare luoghi, esperienze, storie, condividere pensieri e trasformare ciò che osservavo in parole. Credo che sia iniziato tutto proprio da lì, anche se allora non pensavo ancora alla scrittura come a un vero percorso. Con il tempo sono arrivati il giornalismo, le collaborazioni editoriali, i podcast e infine i libri. Quando ho pubblicato il primo e ho iniziato a ricevere i messaggi di persone che avevano letto qualcosa di mio e vi si erano riconosciute, ho capito che quella passione che mi accompagnava da sempre era diventata qualcosa di molto più importante. Oggi, guardandomi indietro, mi rendo conto che non c’è stato un giorno preciso in cui ho scelto la scrittura. In qualche modo, la scrittura era già lì e io ho semplicemente iniziato a darle sempre più spazio.

In che modo il tuo Master in Giornalismo ha influenzato il tuo stile narrativo e il tuo approccio al racconto?

Il giornalismo mi ha insegnato soprattutto a essere curiosa. A non fermarmi alla prima versione di una storia, a cercare, verificare, fare domande e provare a capire cosa ci sia dietro ciò che appare in superficie. Mi ha insegnato anche l’importanza delle fonti e la responsabilità che abbiamo quando raccontiamo qualcosa che riguarda altre persone. Questa impostazione entra inevitabilmente anche nei miei libri e nei podcast. Quando racconto un luogo, una tradizione o una storia realmente accaduta, sento il bisogno di conoscerla prima di raccontarla. La narrativa mi concede una libertà diversa; il giornalismo, invece, mi ha insegnato che anche il racconto richiede attenzione, ricerca e responsabilità.

Cosa rappresenta per te la Sicilia e perché è così centrale nei tuoi progetti editoriali?

La Sicilia per me non è semplicemente un luogo. È memoria, contraddizione, bellezza, carattere. È una terra che puoi lasciare geograficamente, ma che continua in qualche modo a viaggiare con te. E forse proprio la distanza mi ha fatto comprendere ancora meglio quanto fosse presente dentro ciò che racconto. Nei miei progetti non voglio raccontare soltanto la Sicilia che tutti conoscono: il mare, i monumenti o i luoghi più fotografati. Mi interessa soprattutto quella che vive nelle persone, nelle parole, nelle tradizioni, nei piccoli gesti e nelle storie che rischiano di scomparire. È da questa Sicilia che sono nati molti dei miei progetti.

Come nasce l’idea di trasformare storie, tradizioni e memorie in un’opera come “TÀNNU”?

TÀNNU nasce da una sensazione molto semplice: alcune cose stavano scomparendo. Parole che un tempo si sentivano molto più spesso, credenze, gesti, racconti e modi di dire. Quelle cose che magari da piccoli sembrano normali e che soltanto crescendo comprendiamo essere parte di un patrimonio molto più grande. Molte delle storie presenti nel libro arrivano proprio dalla memoria delle persone. Alcune mi sono state raccontate dal mio compagno, che a sua volta le aveva ascoltate dai suoi genitori e dai suoi nonni. Altre sono nate dalla ricerca e dal desiderio di recuperare usanze e credenze che appartenevano alla quotidianità siciliana. “Tànnu” richiama proprio quel “a quei tempi” che tante volte abbiamo sentito pronunciare. Quasi inevitabilmente viene da pensare alla frase: “Tànnu era n’autra cosa…” Non volevo scrivere semplicemente un elenco di tradizioni. Volevo farle rivivere attraverso il racconto, quasi come se qualcuno fosse seduto accanto a noi e avesse cominciato a ricordare. Il libro nasce anche da una consapevolezza: se smettiamo di raccontare certe cose, prima o poi nessuno saprà più che sono esistite.

Quali differenze hai riscontrato nel passaggio tra la scrittura giornalistica e quella narrativa?

Sono due forme di scrittura che mi chiedono cose molto diverse. Nel giornalismo devo partire dai fatti. Posso scegliere come raccontarli, approfondirli e contestualizzarli, ma non posso modificarli per renderli più interessanti. Nella narrativa, invece, posso aprire una porta e vedere dove mi porta. Posso creare personaggi, silenzi, tensioni ed emozioni. Posso fermarmi su uno sguardo o su una sensazione se sento che in quel momento sono importanti per la storia. Eppure, c’è qualcosa che, secondo me, le unisce: l’osservazione. Prima di raccontare bisogna saper guardare. Vale per un articolo e vale per un romanzo.

“Oltre il Confine” esplora una dimensione più intima: quanto c’è di personale in questo romanzo?

C’è qualcosa di personale in tutto ciò che scrivo, ma personale non significa necessariamente autobiografico. Oltre il Confine non racconta la mia vita. Ci sono però emozioni, domande e riflessioni nelle quali inevitabilmente entra anche una parte della sensibilità di chi scrive. Mi interessava esplorare soprattutto il confine tra ciò che desideriamo e ciò che siamo disposti ad ammettere di desiderare. I personaggi si confrontano con attrazione, limiti, paure, libertà e scelte. Forse la parte più personale del romanzo sono proprio le domande che pone. Possiamo inventare completamente una storia e i suoi personaggi, ma credo sia difficile raccontare davvero un’emozione senza averla almeno sfiorata, osservata o compresa.

Cosa significa per te portare le tue opere anche a un pubblico internazionale attraverso le traduzioni?

È una delle cose che mi emoziona maggiormente. Pensare che una storia nata nella mia lingua possa essere letta da qualcuno che vive in un altro Paese e parla un’altra lingua dà al libro una dimensione completamente nuova. Con Oltre il Confine, pubblicato anche in inglese e in spagnolo, ho percepito ancora di più questa possibilità. Tradurre un libro, però, non significa semplicemente sostituire delle parole. Bisogna riuscire a preservarne l’atmosfera, il ritmo, le intenzioni e soprattutto le emozioni. Mi piace pensare che, quando una storia riesce ad attraversare anche una frontiera linguistica, il titolo Oltre il Confine acquisti quasi un significato in più.

Come cambia il tuo modo di raccontare quando utilizzi la voce nei podcast rispetto alla scrittura?

Cambia moltissimo. Sulla pagina esiste il silenzio del lettore. Nel podcast entrano la mia voce, il respiro, una pausa, la musica, i suoni e persino il silenzio. Una frase che funziona perfettamente sulla pagina può non avere la stessa forza quando viene pronunciata. E può succedere anche il contrario. Quando preparo un podcast penso molto alla persona che sta ascoltando. Cerco quasi di immaginarla dall’altra parte delle cuffie. Non voglio semplicemente leggerle qualcosa. Voglio portarla dentro una storia.

Qual è il valore della narrazione orale oggi, in un mondo sempre più digitale?

Credo che proprio perché viviamo in un mondo sempre più digitale la voce abbia acquistato nuovamente un valore particolare. La voce è profondamente umana. Possiamo leggere la stessa frase in dieci modi diversi e darle dieci sfumature differenti. Una pausa, un’esitazione, un sorriso che quasi si percepisce mentre qualcuno parla possono creare una vicinanza difficile da ottenere in altri modi. La tecnologia cambia continuamente, ma continuiamo ad avere bisogno di qualcuno che ci racconti una storia. In fondo, raccontare e ascoltare storie è una delle cose più antiche che facciamo.

Nel tuo lavoro di podcaster, cosa cerchi di trasmettere a chi ascolta le tue storie?

Prima di tutto curiosità. Vorrei che alla fine di un episodio qualcuno avesse voglia di sapere qualcosa in più, visitare quel luogo, conoscere quella tradizione oppure semplicemente raccontare quella storia a un’altra persona. Ma cerco anche di trasmettere emozione. Non mi interessa utilizzare il podcast soltanto per elencare informazioni. Vorrei che chi ascolta riuscisse quasi a vedere ciò che sto raccontando. Quando questo accade, secondo me, il podcast smette di essere soltanto audio e diventa un piccolo viaggio attraverso l’immaginazione.

Come scegli le storie e le persone da raccontare nei tuoi progetti?

Molto spesso ho la sensazione che siano loro a trovare me. Può essere una frase ascoltata per caso, una persona incontrata, un luogo, una tradizione che non conoscevo oppure una storia sulla quale continuo a tornare anche dopo aver chiuso il computer. Quando qualcosa continua a incuriosirmi o a farmi domande, generalmente significa che lì dentro c’è una storia. Cerco soprattutto quelle che hanno qualcosa da lasciare e, quando posso, provo a guardare anche ciò che è già conosciuto da una prospettiva diversa.

Qual è il filo conduttore che unisce giornalismo, libri, podcast e blogging nel tuo percorso?

Una parola: raccontare. Cambiano gli strumenti, cambiano i linguaggi e qualche volta cambia anche il pubblico, ma alla base faccio sempre la stessa cosa: cerco storie. A volte le racconto attraverso un articolo, altre attraverso un personaggio, altre ancora davanti a un microfono o sulle pagine di un blog. Per molto tempo ho considerato queste attività quasi come mondi separati. Oggi mi rendo conto che sono semplicemente espressioni diverse della stessa parte di me.

C’è una storia che hai raccontato che ti ha particolarmente segnata, sia a livello umano che professionale?

Più che una singola storia, direi che è stato TÀNNU nel suo insieme a lasciarmi qualcosa di particolare. Scriverlo mi ha fatto riscoprire un mondo che rischiamo lentamente di perdere. Molte delle tradizioni, delle credenze e dei racconti entrati nel libro non sono nati soltanto da una ricerca: sono arrivati attraverso le persone, attraverso ricordi tramandati oralmente da una generazione all’altra. Alcuni, per esempio, mi sono stati raccontati dal mio compagno, che a sua volta li aveva ascoltati dai suoi genitori e dai suoi nonni. Questa cosa mi ha colpita profondamente, perché mi sono resa conto di come una storia possa attraversare il tempo semplicemente perché qualcuno decide di raccontarla a qualcun altro. Mentre scrivevo TÀNNU ho pensato molto alle generazioni che ci hanno preceduto, a quante cose conosciamo perché qualcuno ce le ha raccontate e, soprattutto, a quante potremmo perderne se smettessimo di farlo. Credo che sia stato proprio questo l’aspetto che mi ha segnata maggiormente: sentire che attraverso la scrittura potevo contribuire a custodire una piccola parte di quella memoria e passarla, a mia volta, a qualcun altro. È un’emozione diversa da quella che ho provato scrivendo Oltre il Confine, che mi ha portata invece verso una dimensione più intima, fatta di desideri, sentimenti, limiti e scelte. Sono due libri apparentemente lontanissimi, ma entrambi mi hanno fatto capire quanto mi interessi raccontare ciò che le persone custodiscono dentro di sé: a volte è una memoria, altre volte è un’emozione che non hanno mai detto ad alta voce.

Quali sono le sfide più grandi che hai incontrato nel tuo percorso e come le hai affrontate?

Una delle sfide più grandi è stata imparare a non aspettare che qualcuno mi desse il permesso di fare le cose. Pubblicare un libro, creare un podcast, aprire un progetto, scrivere qualcosa di completamente diverso da ciò che avevo scritto prima significa anche esporsi. E quando ci si espone arrivano inevitabilmente dubbi, errori e momenti nei quali qualcosa non funziona come avevamo immaginato. Ho imparato soprattutto una cosa: continuare.

Non significa ignorare gli errori. Al contrario: significa guardarli, capire cosa non ha funzionato, correggere e ripartire. Gran parte del mio percorso è nato proprio così.

Che ruolo ha oggi la memoria, secondo te, nella costruzione delle nuove narrazioni?

Credo abbia un ruolo enorme. È difficile capire davvero dove stiamo andando se perdiamo completamente il rapporto con ciò che c’era prima di noi. Ma per me memoria non significa nostalgia, e questa distinzione è importante. Custodire una tradizione non significa voler tornare indietro. Significa sapere da dove veniamo e decidere consapevolmente cosa vogliamo portare con noi nel futuro. È anche uno dei motivi per cui ho scritto TÀNNU: ricordare non per rimanere nel passato, ma per evitare che il passato scompaia.

Come immagini l’evoluzione del tuo percorso artistico nei prossimi anni?

Non vorrei scegliere una sola strada. Voglio continuare a scrivere libri, certamente, ma anche far crescere il mio percorso nel giornalismo, nel blogging e soprattutto nel podcasting. Tra i progetti che vorrei sviluppare c’è infatti un nuovo podcast più legato alla mia identità di scrittrice. Vorrei creare uno spazio diverso da quelli che porto avanti oggi, non dedicato soltanto ai viaggi o ai territori, ma agli audio racconti: storie originali scritte per essere ascoltate, personaggi, emozioni e racconti ai quali dare vita attraverso la voce. Mi affascina l’idea che una storia possa nascere sulla pagina e poi trasformarsi attraverso l’interpretazione, il suono, la musica e le atmosfere. Sarebbe un modo per far incontrare due parti molto importanti del mio percorso: la scrittura e la voce. E poi voglio continuare a sperimentare. Una storia può diventare un articolo, un libro, un podcast o magari qualcosa che oggi non ho ancora immaginato. Credo che il bello del mio percorso sia proprio questo: non sapere esattamente quale sarà il prossimo confine da attraversare.

Descriviti in tre parole.

Curiosa. Determinata. Sognatrice.

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