è un artista italiano che affonda le proprie radici in una lunga tradizione familiare legata alla lavorazione dei metalli. Rappresentante della terza generazione di Barone Italia, azienda di riferimento nel settore, ha trasformato questa eredità artigiana in un percorso artistico personale, portando il sapere tecnico oltre i confini della produzione per approdare al linguaggio dell’arte e del design contemporaneo.
Al centro della sua ricerca vi è un’idea precisa: il metallo non è una materia rigida e inerte, ma un elemento vivo, capace di trasformarsi e dialogare con la natura. Attraverso l’uso del fuoco e una lavorazione manuale attenta e istintiva, Barone modella rami, foglie e strutture organiche che ricordano veri e propri bonsai, dando vita a opere uniche in cui la forza della materia incontra la fragilità delle forme naturali. Il suo gesto creativo diventa così un processo di metamorfosi, in cui la materia si piega a una visione poetica e dinamica.
Nel corso degli anni, la sua ricerca si è arricchita grazie al confronto con artisti e designer internazionali, dando vita a collaborazioni che hanno ampliato il suo linguaggio espressivo. Tra queste spicca il sodalizio con l’artista italo-americano Marco Gallotta, con cui ha sviluppato progetti che uniscono la tridimensionalità del metallo alle tecniche del paper cutting, presentati anche in contesti espositivi milanesi e destinati a spazi internazionali come New York. Allo stesso modo, la collaborazione con il designer Gianpiero Romanò per Toilettepaper durante il Fuorisalone ha rappresentato un ulteriore punto di incontro tra arte, design e sperimentazione visiva.
Il percorso artistico di Francesco Barone trova una delle sue espressioni più significative nell’installazione “Cerchi di Pace”, promossa dalla Fondazione Franco Albini con il patrocinio del Comune di Milano. L’opera, esposta inizialmente alla Fabbrica del Vapore e successivamente trasferita al Politecnico di Milano, testimonia l’impegno dell’artista nel coniugare ricerca estetica e valore civile, trasformando la scultura in un veicolo di riflessione collettiva.
La sua attività espositiva si estende a livello nazionale e internazionale, con presenze in contesti di rilievo come Firenze, Venezia, Parigi e Houston, dove le sue opere sono entrate a far parte di collezioni e spazi dedicati al design e all’arte contemporanea. Tra le mostre più rappresentative si distingue “Il Seme – Radici Antiche, Visioni Future”, una personale che riflette sul rapporto tra memoria e trasformazione, oltre alla partecipazione alla Milano Design Week e alla manifestazione Yacht & Garden di Genova, dove le sue creazioni dialogano con il paesaggio naturale.
Il percorso di Francesco Barone si configura come una continua esplorazione delle potenzialità espressive del metallo, dimostrando come anche la materia più dura possa diventare strumento di delicatezza e bellezza. Nella sua visione, il gesto artistico è un atto di cura, capace di generare nuove forme e nuovi significati, in un equilibrio costante tra tradizione e innovazione.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è il modo attraverso cui posso dare una forma a ciò che sento, alle idee, alle mie emozioni, ma anche alla materia con cui lavoro, il metallo. Il mio percorso nasce proprio dall’incontro tra esperienza, manualità e desiderio di sperimentare.
Quando hai sentito per la prima volta che il metallo poteva diventare un vero linguaggio artistico e non soltanto una materia da lavorare?
Il metallo fa parte della mia storia da sempre. Sono la terza generazione di Barone Italia e sono cresciuto in una realtà in cui la lavorazione della materia era prima di tutto un mestiere, fatto di tecnica, esperienza e manualità. A un certo punto, però, ho iniziato a chiedermi non soltanto cosa si potesse costruire con il metallo, ma cosa potesse raccontare. È lì che è iniziata la mia ricerca artistica: cercare nel metallo una possibilità espressiva, non soltanto funzionale.
In che modo l’eredità familiare ha influenzato la tua visione creativa e il tuo percorso nell’arte?
In modo molto profondo. Ho ricevuto un patrimonio ricco di conoscenza della materia, di lavoro manuale e di grande rispetto per il lavoro. Ma ereditare una tradizione non significa necessariamente ripeterla. Per me significa conoscerla, rispettarla e poi cercare di portarla in una direzione nuova. Barone Italia mi ha insegnato soprattutto a conoscere il metallo e a trasformarlo. L’arte mi ha dato la possibilità di portare quella conoscenza in un territorio diverso.
Cosa rappresenta per te il fuoco nel processo di trasformazione del metallo?
Il fuoco è lo strumento attraverso cui la materia cambia. Nel mio lavoro ha un ruolo concreto, ma anche simbolico: rappresenta la trasformazione. Attraverso la fiamma il metallo si ammorbidisce e posso guidarlo con le mani, portandolo verso forme che normalmente non associamo a questa materia. È sempre un’emozione vedere il metallo prendere vita tra le mani.
Come nasce l’idea di trasformare elementi naturali come rami e foglie in strutture metalliche?
Nasce dall’osservazione della natura. Mi interessa il modo in cui una forma naturale riesce a essere contemporaneamente fragile e resistente, a tratti imprevedibile. Cerco di trasferire queste caratteristiche nel metallo senza limitarmi a riprodurre la natura. Non voglio semplicemente fare un ramo in metallo: voglio che il metallo possa restituire quella sensazione di “vita” e di crescita. È un confronto tra due mondi apparentemente opposti: una materia industriale, forte e resistente, e una forma naturale, fragile e mutevole.
Qual è il significato più profondo dei tuoi “bonsai vivi” in metallo?
Li chiamo “bonsai vivi” proprio perché, anche se sono realizzati in metallo, non sono opere necessariamente concluse. Possono continuare a crescere nel tempo: si possono aggiungere nuovi rametti, nuove foglie, nuovi elementi. È una crescita reale, che avviene attraverso il lavoro manuale e che rende ogni bonsai in continua evoluzione. Mi piace questa idea perché mette insieme la solidità e la staticità del metallo con la crescita e la trasformazione proprie di un essere vivente. In questo senso sono “vivi”: non perché il metallo possa diventare una pianta, ma perché l’opera conserva la possibilità di continuare a evolversi.
In che modo le collaborazioni con artisti internazionali hanno arricchito la tua ricerca?
Ogni collaborazione introduce uno sguardo diverso e mette in discussione il proprio modo di lavorare. Il confronto con altri artisti mi permette di uscire dalla mia dimensione e di scoprire possibilità che, lavorando da solo, forse non avrei considerato. Per me la contaminazione è importante proprio per questo: non significa perdere il mio linguaggio, ma metterlo in relazione con quello di qualcun altro e vedere cosa può nascere da quell’incontro.
Cosa ti ha lasciato l’incontro artistico con Marco Gallotta?
Marco è innanzitutto un mio amico, oggi, oltre ad essere un artista straordinario. Ha portato nel nostro lavoro un linguaggio molto personale, legato alla ricerca sul paper cutting. Il confronto con la sua sensibilità mi ha permesso di mettere in dialogo la tridimensionalità del metallo con una materia e una tecnica completamente differenti. La cosa interessante è che non abbiamo mai pensato di uniformare i nostri linguaggi. Al contrario, abbiamo cercato di mantenere le differenze e di farle parlare tra loro. È un percorso che continua ancora oggi e che ci sta portando verso nuovi progetti internazionali a quattro mani.
Come cambia il tuo approccio quando lavori su un progetto a quattro mani rispetto a uno personale?
In un progetto personale posso seguire fino in fondo la mia intuizione. Quando lavoro con un altro artista, invece, devo essere disposto ad ascoltare, mettere in discussione alcune certezze e lasciare spazio all’imprevisto. È proprio questo che rende interessante un progetto a quattro mani: non sai esattamente quale sarà il risultato finale quando inizi. Credo che una collaborazione funzioni davvero quando nessuno dei due cerca di imporre il proprio linguaggio, ma entrambi sono disponibili a trasformarlo attraverso il confronto.
Qual è il valore della contaminazione tra arte e design nel tuo percorso?
Per me sono due mondi che possono dialogare naturalmente. Il design ha un rapporto molto forte con la proporzione e lo spazio; l’arte permette di essere più liberi. Nel mio percorso questi settori i incontrano spesso. Mi interessa capire come una materia e una tecnica nate da una tradizione artigiana possano trovare nuove possibilità nell’arte, nel design e negli spazi contemporanei.
Cosa rappresenta per te un’opera come “Cerchi di Pace” in termini di impegno civile?
“Cerchi di Pace” mi ha permesso di mettere il mio lavoro al servizio di un messaggio che va oltre l’opera stessa. È un progetto ideato e promosso da Paola Albini, dalla Fondazione Franco Albini e dallo Studio Albini Associati, con l’intervento artistico di Marco Gallotta. Noi abbiamo realizzato questa opera dí cinque metri che porta in vita un progetto di Franco Albini, Helg e Steiner per le olimpiadi del ‘56. È nato da una riflessione sulla pace e sulla possibilità di portare nello spazio pubblico un’opera capace di generare dialogo. Credo che sia importante che l’arte e il design non rimangano confinate in uno spazio espositivo. Possono, perché no, entrare nei luoghi della vita quotidiana, nelle istituzioni, nelle università, e diventare uno strumento per aprire una riflessione collettiva.
“Calling for Peace” ti ha portato fino all’UNESCO di Parigi. Cosa ha significato per te, artisticamente ed emotivamente, vedere una tua opera in un contesto internazionale così importante?
È stato un grande onore, ma soprattutto una grande responsabilità. Quando mi hanno comunicato che la mia proposta era stata scelta per rappresentare, attraverso un’opera d’arte, un messaggio universale come quello della pace, la gioia si è trasformata immediatamente in una domanda: come potevo raccontare la pace attraverso ciò che conosco meglio? Ho scelto di farlo attraverso la materia, l’esperienza e soprattutto il lavoro delle mie mani. Ed è nata così una figura inginocchiata, quasi ridotta a una linea, scolpita nel marmo Verde Alpi, con un ramo d’ulivo in ottone cesellato a mano. Mi piace pensare che quel marmo custodisca il tempo e la memoria, tutto ciò che riceviamo dalla storia prima ancora di poterlo scegliere. E che l’ottone rappresenti invece quello che scegliamo, la responsabilità di agire nel presente. Essere all’UNESCO di Parigi con “Calling for Peace”, evento fortemente voluto da alla fondazione AFG, ha dato a questa riflessione una dimensione ancora più ampia. Mi ha emozionato pensare che un gesto nato nel mio laboratorio, attraverso una materia che conosco da sempre, potesse arrivare in un luogo dove si parla di valori universali.
In che modo il pubblico reagisce davanti alle tue opere e quanto conta questo dialogo?
Il rapporto con il pubblico è una parte importante del lavoro. Un’opera nasce nel mio laboratorio, ma acquista una nuova dimensione quando viene osservata, interpretata e vissuta da altre persone. Non mi interessa necessariamente che tutti la leggano nello stesso modo. Al contrario, se una persona si ferma davanti a un’opera e si pone una domanda, per me è già iniziato un dialogo.
Cosa cerchi di trasmettere a chi osserva le tue creazioni?
Non cerco di imporre un significato unico. Vorrei riuscire a suscitare una sensazione, una domanda, soprattutto un’emozione. Vorrei che chi guarda potesse riconoscere qualcosa di naturale in una materia che naturale non è e fermarsi davanti all’opera abbastanza a lungo da chiedersi come sia stato possibile trasformarla in quel modo…
Guardando al futuro, quali nuove forme o direzioni senti di voler esplorare nella tua ricerca artistica?
Sento di voler continuare a esplorare il rapporto tra materia, natura e spazio, senza perdere il legame con la manualità che è alla base del mio lavoro. Mi interessa continuare a confrontarmi con altri linguaggi e con altri mondi, dall’arte al design, perché credo che la contaminazione sia uno degli strumenti più interessanti per far evolvere una ricerca. Non vorrei però allontanarmi da ciò che considero la mia origine: il fuoco, le mani. Vorrei continuare a scoprire cosa e quanto il mio metallo abbia ancora da raccontare…