nato il 13 febbraio 1975 a Monopoli, è un attore italiano attivo tra cinema, televisione, teatro e pubblicità. Basato principalmente a Bari, con appoggi professionali anche tra Roma e Milano, costruisce il suo percorso artistico attraverso una formazione teatrale che comprende studi di dizione e recitazione presso l’Accademia “Chi è di scena!?” di Bari e un corso di recitazione cinematografica diretto da Giancarlo Giannini allo Studio Cinema di Roma.
Nel corso della sua carriera prende parte a diverse produzioni cinematografiche, interpretando ruoli in film come “Appunti di un venditore di donne” di Fabio Resinaro, “Gli uomini e altri inconvenienti” di Giorgio Serafini e “Anche senza di te” di Francesco Bonelli. Parallelamente si afferma nel panorama televisivo con partecipazioni a serie e fiction, tra cui “Nemesi” per Netflix, “Maria Corleone 2”, “Storia di una famiglia per bene 2”, “Fratelli Caputo” e “Furore 2 – Il vento della speranza”, oltre al progetto “M – Il caso Moro” diretto da Michele Santoro e alla produzione internazionale “Kreuzfahrt ins Glück – La crociera della felicità”.
In ambito teatrale si distingue come protagonista nello spettacolo “La creatura e il diario segreto del Dott. V. Frankenstein”, consolidando il proprio legame con la scena e la dimensione performativa dal vivo. Accanto a cinema e televisione, sviluppa una significativa presenza nel settore pubblicitario, prendendo parte a numerose campagne per brand nazionali e internazionali, tra cui Coca-Cola, Michael Kors, LIDL Italia, Generali, Golia, Lavazza e altri, ricoprendo ruoli da protagonista, coprotagonista e secondario in produzioni diffuse su TV, web e cinema.
Il suo percorso si arricchisce inoltre con esperienze in videoclip musicali, shooting fotografici e programmi televisivi, come “Alta Infedeltà”, dove interpreta un ruolo da protagonista. Dotato di versatilità linguistica e capacità di adattamento a diversi registri espressivi, padroneggia vari dialetti italiani e affianca alle competenze attoriali abilità come il canto e il nuoto. La sua carriera si distingue per continuità, flessibilità e capacità di muoversi tra diversi ambiti dello spettacolo, mantenendo un approccio professionale dinamico e in costante evoluzione.
Cos’è per te l’arte?
L’arte per me è ascolto ed empatia. È la capacità di prendere la realtà, spogliarla della routine quotidiana e restituirla sotto forma di emozione o riflessione. Lavorando anche nell’informatica, vedo l’arte come il contraltare perfetto della logica pura: se il codice serve a risolvere un problema con risposte esatte, l’arte serve a porre domande e a esplorare l’animo umano, con tutte le sue sfumature e imperfezioni.
Quando hai capito che la recitazione sarebbe diventata una parte concreta del tuo percorso professionale?
Non c’è stato un singolo “big bang”, ma una consapevolezza cresciuta col tempo o meglio che coltivo per amore e passione (facendo anche un altro lavoro, in primis, che adoro molto). Sicuramente hanno contribuito a caricarmi “emotivamente” la continuità delle chiamate per spot e fiction: lì ho capito che la mia versatilità e la mia disciplina funzionavano davvero nel mondo professionale.
In che modo la tua formazione tra teatro e cinema ha influenzato il tuo approccio ai diversi ruoli?
Il teatro mi ha dato la struttura, la disciplina del corpo e della voce, oltre alla capacità di sostenere l’arco emotivo di una scena dall’inizio alla fine senza interruzioni. Il cinema, d’altra parte, mi ha insegnato il valore del micro-dettaglio, il contenimento e la veridicità dello sguardo. Il teatro è il microscopio che ti fa comprendere l’architettura del personaggio; il cinema è la lente che cattura l’emozione autentica nel momento esatto in cui nasce.
Cosa ti ha lasciato l’esperienza di studiare con Giancarlo Giannini?
Un’impronta indelebile. Giannini ti insegna che la recitazione non è finzione, ma verità vissuta con leggerezza e profonda precisione tecnica. Mi ha lasciato la cura per il dettaglio vocale, l’importanza del ritmo interno e soprattutto l’umiltà nell’approccio al mestiere. Vedere un gigante del genere spiegarti come stare davanti alla macchina da presa ti fa capire che l’attore è un artigiano: deve conoscere perfettamente le sue coordinate tecniche per poi lasciarsi andare al personaggio.
Come vivi il passaggio tra set cinematografico, televisione e pubblicità?
Lo vivo con grande naturalezza e spirito di adattamento. Cambio semplicemente “frequenza”: Sul set di un film o di una serie TV il lavoro è di scavo, si cerca la profondità e la continuità narrativa; Nella pubblicità i tempi sono strettissimi e la sintesi è tutto. Devi comunicare un’intenzione, un’emozione o un tipo umano in pochissimi secondi. Passare da un linguaggio all’altro tiene la mente elastica e pronta ad assorbire qualsiasi indicazione della regia.
Qual è il ruolo che senti più vicino alla tua sensibilità tra quelli interpretati finora?
Sicuramente il ruolo di Nicolino Selis detto “il Sardo” nella docu-fiction RAI “M” – Il caso Moro diretta da Michele Santoro. È stato un personaggio complesso, lontano dalla mia quotidianità, ma proprio per questo stimolante. Lavorare su figure storiche o di rottura mi spinge a scavare in zone d’ombra della psiche umana, permettendomi di esprimere una carica drammatica molto forte.
Che differenza trovi tra interpretare un personaggio in una fiction e in uno spot pubblicitario?
La differenza sta nel respiro temporale e nel focus. Nella fiction hai tempo per far evolvere il personaggio, costruire sotto-testi e creare relazioni complesse. Nello spot pubblicitario la chiave è la freschezza e l’immediata leggibilità: devi trasmettere empatia o autorevolezza istantaneamente. Nella pubblicità non c’è spazio per le sbavature: ogni sguardo e ogni gesto devono essere precisi al millesimo.
Quanto è importante per te la versatilità, anche attraverso l’uso dei diversi dialetti?
È fondamentale. Le mie origini pugliesi mi danno un imprinting forte, ma la formazione sulla dizione mi permette di pulire il parlato o di attingere alle sfumature regionali quando il ruolo lo richiede. Il dialetto è una tavolozza di colori straordinaria: dà corpo, terra e tridimensionalità ai personaggi.
Cosa significa lavorare su produzioni internazionali rispetto a quelle italiane?
Significa toccare con mano un ingranaggio con ritmi e metriche differenti. L’esperienza nell’ambito di produzioni tedesche come Kreuzfahrt ins Glück (La Crociera della felicità) per ZDF/RAI mi ha insegnato il valore della puntualità millimetrica e della flessibilità linguistica. Su set internazionali c’è un’organizzazione rigorosa in cui ogni reparto deve funzionare come un orologio svizzero.
Qual è stata la sfida più grande che hai incontrato sul set?
Entrare in empatia con il personaggio nel giro di pochi minuti. Spesso, quando fai piccoli ruoli o partecipazioni in grandi serie come Nemesi o Maria Corleone, arrivi sul set e devi performare al massimo livello fin dal primo ciak, accanto ad attori che lavorano insieme da mesi. La sfida è abbattere la tensione, far finta che quella stanza sia tua da sempre e restituire verità immediata al primo comando di “Azione!”.
In che modo il teatro ha contribuito alla costruzione della tua identità artistica?
Il teatro è stato una palestra importantissima. Mi ha dato la radice, il senso dello spazio e il rispetto profondo per il lavoro di squadra. Quando interpreti un protagonista a teatro impari a gestire l’energia del pubblico in tempo reale. Questo ti dona una sicurezza interiore che ti porti dietro per sempre.
Cosa cerchi in un personaggio prima di accettare un ruolo?
Cerco una crepa, una contraddizione. Mi affascinano i personaggi che nascondono qualcosa dietro la superficie: l’uscere d’hotel apparentemente formale che nota tutto, il Commissario rigido che nasconde un dubbio, l’amico fedele che vive un dilemma.
Come riesci a mantenere autenticità anche in contesti commerciali come la pubblicità?
Abbandonando la tentazione di “recitare”. Anche quando giri uno spot per marchi importanti come Coca-Cola, Golia o ZzzQuil Natura, la chiave è non vendere nulla, ma vivere un momento reale. Se approcci lo spot trattando la situazione come un piccolo spetto di vita vera, il pubblico lo percepisce e il messaggio passa in modo naturale e credibile.
Qual è il progetto che consideri un punto di svolta nel tuo percorso?
Ognuno ha contribuito diversamente con varie sfumature e emozioni differenti. Sicuramente lavorare con Pierfrancesco Favino, Cesare Bocci, Gaetano Aronica, Simona Cavallari, Nicolas Vaporidis, Michele Palcido e Michele Santoro mi ha dato la conferma di poter sostenere ruoli drammatici complessi; le grandi campagne pubblicitarie mi hanno dato una visibilità costante e la consapevolezza di “bucare lo schermo”.
Quanto contano per te le competenze extra, come il canto o lo sport, nel tuo lavoro?
Contano tantissimo. Un attore è una cassetta degli attrezzi vivente: più strumenti hai dentro, più sei spendibile sul set. La preparazione fisica ti dà presenza scenica e coordinazione nei movimenti, mentre il senso del ritmo, tipico anche della musica, aiuta tantissimo nei tempi comici e nell’ascolto delle battute.
Guardando al futuro, quale tipo di ruolo o progetto senti più vicino alla tua evoluzione artistica?
Mi piacerebbe mettermi alla prova con un ruolo continuativo in una serie thriller o poliziesca, magari nei panni di un personaggio ambiguo, un investigatore con ombre personali o un antagonista complesso.
Descriviti in tre parole.
Eclettico, Duttile, autentico.