Annarita Candido

è una fotografa pugliese nata a Bari nel 1992, il cui percorso umano e creativo è profondamente intrecciato con la passione per l’archeologia, l’antropologia e le civiltà antiche. Iscritta al…

BIOGRAFIA

#Annarita Candido

è una fotografa pugliese nata a Bari nel 1992, il cui percorso umano e creativo è profondamente intrecciato con la passione per l’archeologia, l’antropologia e le civiltà antiche. Iscritta al corso di laurea in Archeologia, sviluppa fin dall’infanzia uno sguardo attento e curioso verso il mondo, le persone e le storie, cogliendo in ogni dettaglio le tracce del tempo e della memoria.

L’incontro con la fotografia avviene molto presto grazie allo zio materno, che le trasmette non solo la passione per l’immagine, ma anche il fascino della camera oscura, lasciandole il ricordo vivo di un processo quasi magico in cui le immagini prendono forma. Fin da bambina manifesta una curiosità inesauribile, accompagnata da una naturale introversione che trova nella fotografia il suo linguaggio più autentico: dietro l’obiettivo riesce infatti a trasformare l’osservazione silenziosa in racconto visivo.

Con i primi guadagni realizza il desiderio di acquistare la sua prima reflex, una Nikon D3500, che ancora oggi rappresenta per lei una fedele compagna di viaggio. Nel tempo sperimenta diversi strumenti, dalle Polaroid alle mirrorless fino al semplice smartphone, mantenendo sempre al centro non l’attrezzatura ma lo sguardo, elemento essenziale della sua ricerca.

Il suo linguaggio fotografico si orienta principalmente verso la street photography e il ritratto naturale, ambiti in cui ricerca autenticità, gesti spontanei e frammenti di vita reale, prediligendo la naturalezza alle costruzioni artificiali. Parallelamente, le sue passioni per manga, anime e letteratura alimentano un interesse per il mondo del cosplay, che le consente di unire fotografia e immaginario fantastico, raccontando non solo i costumi ma anche l’identità e l’interpretazione dei personaggi.

Nel corso del tempo amplia il proprio percorso confrontandosi anche con la fotografia di eventi, spettacoli e musica dal vivo, sviluppando un linguaggio capace di catturare movimento, luci ed emozioni irripetibili. Nel 2024 espone alcune sue opere nella mostra fotografica “Facce da cinema” presso il Teatro Osservatorio – Associazione di Promozione Sociale, mentre nel 2025 collabora con lo scrittore Raffaello Mastrolonardo realizzando le immagini per la copertina e la quarta di copertina del libro “Anima amante”.

Ha inoltre preso parte come editor al progetto “Aesthetic Apulia”, contribuendo alla valorizzazione estetica del territorio pugliese attraverso contenuti visivi e shooting di ritratto. Oggi continua a sviluppare il proprio percorso anche sui social, collaborando con realtà locali nella promozione di Bari e della sua provincia.

La sua fotografia resta un percorso in continua evoluzione, guidato dal desiderio di osservare e raccontare ciò che spesso sfugge allo sguardo comune. Il suo obiettivo futuro è aprire uno studio fotografico, mantenendo però intatta quella curiosità originaria che, fin da bambina, l’ha spinta a interrogarsi sul mondo e a cercare, attraverso l’immagine, un modo personale per comprenderlo e narrarlo.

Cos’è per te la fotografia?

Per me la fotografia è molto più di una semplice forma d’arte. È come se, nel momento in cui scatto, il mondo intorno a me si annullasse. Non esistesse più nulla, nemmeno il rumore che ho dentro. È come se ogni dolore, ogni pensiero, ogni insicurezza sparisse e io diventassi un tutt’uno con quello che sto guardando attraverso l’obiettivo. È difficile da spiegare, ma quando ho una macchina fotografica tra le mani mi sento esattamente dove dovrei essere. Credo che la fotografia sia il mio modo di stare nel mondo e, allo stesso tempo, di raccontarlo.

Quando hai capito che la fotografia non era solo una passione, ma un vero linguaggio per raccontare il mondo?

In realtà credo di averlo sempre saputo, anche se per molto tempo non ho avuto il coraggio di chiamarla “strada”. La fotografia è arrivata nella mia vita da bambina, grazie a mio zio, e ricordo ancora la curiosità con cui guardavo la camera oscura e quel processo quasi magico attraverso cui un’immagine prendeva vita. Poi, crescendo, ho capito che non fotografavo semplicemente ciò che vedevo. Cercavo qualcosa che sentivo. Ancora oggi, quando cammino, mi capita di vedere una scena e di avere quella sensazione improvvisa: “È questa. Vai, corri.” Non so spiegare cosa succeda esattamente, ma c’è qualcosa dentro di me che scatta prima ancora che io riesca a razionalizzarlo. So che questa è la mia strada. La difficoltà, forse, è riuscire a trasformare questa consapevolezza in qualcosa che possa diventare anche concretamente il mio lavoro.

In che modo il tuo percorso in archeologia e il tuo interesse per l’antropologia influenzano il tuo sguardo fotografico?

Credo che influenzino moltissimo il mio modo di guardare. L’archeologia e l’antropologia mi hanno insegnato, ognuna a modo proprio, a cercare le tracce. Mi interessano le persone, i luoghi, gli oggetti, ma soprattutto quello che raccontano e quello che nascondono. Forse è per questo che quando guardo un volto non mi fermo mai semplicemente all’estetica. Mi chiedo quale storia ci sia dietro quello sguardo, quali esperienze abbia vissuto quella persona, quali dolori abbia attraversato, quali siano stati i suoi demoni e quali le sue vie di fuga. Mi chiedo quali siano le sue passioni, cosa le renda felici. E faccio la stessa cosa con i luoghi. Posso guardare una finestra illuminata e chiedermi: chissà cosa stanno facendo lì dentro? Stanno cenando? Sono sul divano a guardare la televisione? Stanno condividendo un bicchiere di vino e una sigaretta? Oppure sono seduti in silenzio, magari con un cane o un gatto accanto, in una di quelle sere in cui il silenzio pesa più delle parole? Probabilmente è proprio questo il mio modo di fotografare: cercare la storia anche dove apparentemente non c’è nulla da raccontare.

Cosa cerchi esattamente in un volto o in una scena quando scatti, quel momento che ti fa dire “è questa la foto”?

Cerco l’essenza. Non necessariamente un’espressione perfetta o una fotografia tecnicamente impeccabile. Cerco quel momento in cui una persona dimentica di essere davanti a una macchina fotografica. Può essere un sorriso, uno sguardo perso, un gesto minuscolo. Anche un sorriso in un giorno nero. La fotografia che mi interessa è quella che riesce a catturare qualcosa che magari dura un secondo e che, proprio per questo, rischierebbe di andare perduto. Quando sento quel momento, non ragiono troppo. Seguo la pancia. Mi scatta qualcosa dentro e penso: “Questo momento va intrappolato.” E allora scatto.

Quanto la tua introversione è diventata una forza nel tuo modo di osservare e fotografare le persone?

Tantissimo. Sono sempre stata introversa e mi capita ancora oggi di chiedermi cosa pensino gli altri di me. La gente a volte mi mette a disagio, anche se paradossalmente io amo moltissimo le persone. È una contraddizione che mi appartiene: amo la gente, ma spesso odio stare in mezzo alla gente. Forse perché le persone possono ferire, possono essere rumorose, imprevedibili, complicate. Quando ho una macchina fotografica in mano, però, qualcosa cambia. È quasi come se l’obiettivo fosse uno scudo. Mi permette di osservare, avvicinarmi e conoscere gli altri senza sentirmi completamente esposta. La mia introversione mi ha insegnato ad aspettare, ad ascoltare anche senza parlare, a osservare i dettagli. E credo che questo, nella fotografia, sia diventato una forza.

Tra street photography, ritratto e cosplay, quale senti più vicino alla tua identità artistica e perché?

Non credo di riuscire a sceglierne uno completamente. Sento molto vicini a me la street photography e il ritratto naturale, perché entrambi mi permettono di cercare l’autenticità. Nel cosplay, però, c’è qualcosa che mi affascina profondamente: il coraggio di togliersi una maschera per indossarne un’altra. Sembra un paradosso, ma spesso attraverso un personaggio riusciamo a mostrare parti di noi che nella vita quotidiana nascondiamo. Lo faccio anch’io, in qualche modo. È come rimuovere una corazza. Per questo, quando fotografo un cosplayer, non mi interessa soltanto il costume. Voglio raccontare la persona che c’è dietro, la sua interpretazione, la sua energia e il rapporto che ha con quel personaggio.

Come cambia il tuo approccio quando fotografi eventi o musica dal vivo rispetto ai momenti più intimi e spontanei?

Cambia il ritmo, ma non cambia quello che cerco. Negli eventi e nella musica dal vivo c’è molta più energia: movimento, luci, persone, momenti che durano pochissimo e che non si ripeteranno mai nello stesso modo. Nei concerti, in particolare, mi piace molto osservare quello che succede nel buio. Una luce particolare, l’espressione di una persona, un gesto del cantante, oppure il pubblico. Mi affascina il fatto che, nel buio totale, le persone sembrino semplicemente essere se stesse. Senza filtri. Nella fotografia più intima, invece, ho più tempo per osservare e aspettare. Ma in entrambi i casi cerco sempre quel momento irripetibile che racconta qualcosa.

Che tipo di relazione si crea tra te e i soggetti che fotografi, soprattutto nei ritratti naturali?

Cerco di creare una relazione basata sulla fiducia. Non voglio che la persona davanti alla mia macchina fotografica senta di dover “recitare” qualcosa. Anzi, cerco proprio di farle dimenticare che c’è una macchina fotografica.Non amo molto i set costruiti, le pose troppo studiate e le situazioni in cui tutto deve essere perfetto. Mi sembra che spesso siano già finte, e nella vita reale fingiamo abbastanza. Preferisco osservare, aspettare e lasciare che la persona sia semplicemente se stessa. La fotografia che cerco è quella in cui nemmeno il soggetto si rende conto di essere dentro una fotografia.

Quanto conta per te la post-produzione e quanto invece vuoi che lo scatto resti il più autentico possibile?

Per me la post-produzione deve accompagnare la fotografia, non sostituirla. Cerco di mantenere lo scatto il più naturale possibile perché non voglio costruire una realtà diversa da quella che ho fotografato. Allo stesso tempo, però, amo molto lavorare sui colori. Mi piacciono i colori caldi, intensi, capaci di avere un impatto emotivo. Quando modifico una fotografia mi chiedo sempre: che effetto farà a chi la guarderà? Vorrei che una mia fotografia non fosse soltanto qualcosa da vedere, ma qualcosa da sentire. Vorrei che trasmettesse calore, che facesse sentire accolto chi la guarda e che riuscisse, anche solo per qualche secondo, a fargli vivere la sensazione che ho provato io quando ho scattato.

Qual è stata l’esperienza che più ha segnato il tuo percorso fino ad oggi, tra mostre e collaborazioni?

Direi che la mostra e l’esperienza editoriale sono state importanti per motivi completamente diversi. Esporre alla mostra Facce da cinema nel 2024 è stato emozionante perché vedere le proprie fotografie appese in uno spazio insieme a quelle di altri fotografi, ricevere complimenti e creare nuovi contatti ti dà una sensazione di riconoscimento molto bella. Nel 2025, invece, è arrivata la collaborazione con Raffaello Mastrolonardo per le fotografie della copertina e della quarta di copertina del suo nuovo libro, Anima amante, edito da Tre60. È stata un’esperienza più riservata, ma forse proprio per questo ancora più personale. Il mio nome è all’interno del libro, ma è diverso dal vedere una propria fotografia esposta davanti alle persone: nell’editoria il lavoro fotografico diventa parte di qualcosa che rimarrà. E poi c’è stata una cosa che ho apprezzato moltissimo: la componente umana. Raffaello è un grande appassionato di fotografia e di lavori del passato, come quello dei nostri nonni, e sentire che aveva scelto la fotografia anche per il valore artistico che le attribuiva mi ha fatto davvero piacere. È un piccolo traguardo, forse, ma è il mio piccolo traguardo. E non smetterò di esserne grata. Ho avuto anche la possibilità di collaborare, come editor, con Giuseppe Lillo e altri per Aesthetic Apulia, un progetto dedicato alla valorizzazione e alla divulgazione del territorio pugliese, realizzando anche alcuni ritratti. Sono esperienze diverse, ma tutte mi hanno dato la possibilità di continuare a fare ciò che amo: osservare, raccontare e imparare.

Il tuo sogno è aprire uno studio fotografico: come lo immagini e che tipo di fotografia vorresti sviluppare al suo interno?

Non lo so ancora, e forse mi piace che sia così. Potrei costruirmi mille immagini in testa, immaginare esattamente come sarà e poi scoprire che la vita aveva in serbo qualcosa di completamente diverso. Non voglio farmi dei film che poi non andranno mai in onda. So però che vorrei che fosse uno spazio mio, in cui poter respirare davvero questo mestiere. Un luogo dove poter fotografare, sperimentare, incontrare persone e raccontare storie.Mi piacerebbe che fosse uno studio in cui la fotografia non sembri qualcosa di costruito, ma un luogo in cui le persone possano sentirsi a proprio agio. Per il resto, preferisco lasciarmi sorprendere dalla vita.

Descriviti in tre parole.

Questa è probabilmente la domanda più difficile. Curiosa. Sensibile. Introversa. Curiosa, perché ho sempre bisogno di capire, osservare, cercare. È probabilmente il filo che unisce la bambina che faceva mille domande, quella che ama l’archeologia e la fotografa che oggi va in giro a cercare storie. Sensibile perché vivo le cose, le persone e le emozioni forse anche troppo intensamente. Mi colpiscono i dettagli, gli sguardi, le piccole cose che magari agli altri sfuggono. E credo che questa sensibilità finisca inevitabilmente anche nelle mie fotografie. Introversa, perché è una parte di me che non posso e non voglio nascondere. Osservo molto più di quanto parlo e spesso vivo le emozioni in modo intenso. Sono un po’ un miscuglio, una turbolenza di emozioni belle, complicate e a volte anche dolorose. Mi definisco spesso un cuore vintage: mi sento appartenere un po’ a un’altra epoca, ma allo stesso tempo non rinuncerei mai all’emancipazione e alle libertà che noi donne abbiamo conquistato. Sono molto sensibile a certe tematiche e forse è proprio questa sensibilità che mi porta a osservare così tanto gli altri. E, alla fine, credo che ci sia una cosa che mi descriva più di tutte: amo le persone, anche quando ho paura delle persone. Forse è proprio per questo che ho scelto una macchina fotografica come filtro tra me e il mondo. Attraverso quell’obiettivo riesco ad avvicinarmi agli altri, a guardarli davvero e a raccontare qualcosa di loro. E, mentre lo faccio, forse finisco inevitabilmente per raccontare anche qualcosa di me.

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