è un artista italiano nato nel 2001 a Monza, cresciuto tra i paesaggi lacustri del territorio lecchese, che fin dall’infanzia hanno alimentato la sua sensibilità visiva e il suo legame con la natura. Proprio da questo contesto nasce un interesse precoce per il disegno di fiori e piante, a cui si affianca nel tempo una crescente attenzione per la ritrattistica, sviluppata con uno sguardo attento all’espressione e all’identità del soggetto.
A partire dagli otto anni si avvicina in modo più strutturato alle tecniche pittoriche, mentre a undici prende parte ai primi workshop di pittura tradizionale giapponese e calligrafia Shodō, esperienze che contribuiscono ad ampliare il suo orizzonte culturale e formale. Nel 2020 consegue il diploma presso il liceo linguistico A. Manzoni di Lecco, consolidando parallelamente il proprio percorso artistico.
Negli anni successivi vive diverse esperienze di crescita, sia sul piano umano che creativo, che lo portano a sviluppare una riflessione sempre più profonda sul rapporto tra arte e spiritualità, elemento che diventa parte integrante della sua ricerca.
Attualmente prosegue la sua formazione presso l’Accademia di Belle Arti G. Carrara di Bergamo e presso l’atelier milanese di arte classica Milan Academy of Art, mantenendo un dialogo attivo con realtà e artisti internazionali, in un percorso in continua evoluzione tra studio, sperimentazione e ricerca personale.
Cos’è per te l’arte e quale ruolo ha nella tua vita quotidiana?
Penso che l’arte sia il modo più bello per mettere in pratica la meraviglia nella vita di tutti i giorni. Tutto si può fare con arte: dallo svegliarsi al mattino con un sorriso, al preparare un pasto, al sistemare un luogo per renderlo accogliente, fino al momento in cui ci rapportiamo in modo personale e unico con le altre persone. Fin da quando ero bambino, l’arte si è rivelata quasi un’esigenza: l’esigenza di esprimere l’ardore che lasciavano dentro di me le cose più semplici e belle. Quando vedevo un bel fiore dovevo raccoglierlo, osservarlo a lungo e poi lasciare una mia interpretazione di come quella piccola, grande bellezza avesse preso spazio dentro di me. L’arte, per me, è una forma di preghiera e un modo per esprimere ciò che le parole non sempre riescono a dire.
Quando hai capito che il disegno e la pittura sarebbero diventati una parte centrale del tuo percorso?
In realtà sono sempre stati una parte centrale della mia vita, o per lo meno una parte che ha assunto forme diverse nel tempo, ma che non mi ha mai lasciato. Per questo non c’è mai stato un momento preciso in cui l’ho capito: è sempre stata dentro di me.
In che modo i paesaggi lecchesi hanno influenzato il tuo immaginario artistico?
Il lago di Como è un luogo straordinariamente bello ed elegante ai miei occhi, e crescere circondato dalla bellezza ha indubbiamente inciso sul mio percorso personale e artistico. È qualcosa per cui devo ringraziare i miei genitori. Da piccolo davo quasi per scontata quella bellezza, ma dopo i primi viaggi e i periodi più lunghi vissuti lontano da casa, una volta ottenuto il diploma, l’ho compreso più chiaramente: anche nei posti più belli, dopo un po’ di tempo, ho sempre sentito una piacevole nostalgia dei luoghi in cui sono cresciuto. Le montagne danno un senso di solennità e di sicurezza, mentre le diverse condizioni di luce sul lago creano scenari talvolta incredibilmente diversi, quasi onirici. Credo che ogni luogo porti con sé uno spirito particolare e che in ognuno sia possibile vivere e respirare una dimensione diversa. Personalmente sono molto sensibile a ciò che un luogo riesce a trasmettermi e questo è senza dubbio una grande fonte di ispirazione. Un altro luogo in cui sento periodicamente il desiderio di tornare è la Valle del Curone, in Brianza, una terra legata ai ricordi più spensierati della mia infanzia, dotata di un’atmosfera particolare con la quale mi sintonizzo sempre volentieri.
Cosa ti affascina maggiormente nella rappresentazione di fiori e piante?
Sono sempre stato profondamente affascinato da come cose piccole e umili come i fiori, che spesso crescono spontaneamente e senza particolari attenzioni, possano esprimere una bellezza così regale e preziosa. I fiori che più amavo da piccolo sono forse tra i più umili in assoluto: gli “occhi di Maria”, scientificamente Veronica comune. Il loro nome mi sembrava perfetto, perché le piccole sfumature di cobalto, celeste e lilla mi ricordavano davvero un piccolo iride. Vederli tappezzare i prati e i muretti che conducevano al mio asilo me li faceva percepire quasi come piccoli frammenti di cielo azzurro. Oggi, anche attraverso la sensibilità delle tecniche pittoriche giapponesi, rappresentare l’andamento sinuoso ed elegante delle piante mi permette di sperimentare ed esprimere un forte senso di crescita, rigogliosità e armonia. Credo che piante e fiori ci lascino un insegnamento molto bello: “Fate come noi: siate nobili, ma allo stesso tempo profondamente umili”.
Come si è evoluto nel tempo il tuo approccio alla ritrattistica?
Da che mi ricordo, parallelamente all’amore per le piante, ho sempre nutrito un particolare amore per il ritratto. Ora so che, da un punto di vista accademico, non è il modo più corretto di procedere, ma da piccolo partivo sempre dal disegno degli occhi: erano la parte che più attirava la mia attenzione e nella quale mi concentravo maggiormente. Con il tempo ho capito che il ritratto è un mondo molto più complesso di quanto immaginassi. È un tentativo di entrare in relazione con una persona attraverso pochi elementi, cercando di cogliere qualcosa che va oltre la semplice somiglianza. La ritrattistica è un mondo affascinante e complesso, così come lo sono le anime: abissi di mistero.
Quanto hanno inciso su di te le esperienze con la pittura giapponese e la calligrafia Shodō?
Hanno avuto un impatto decisivo. La cultura e, in particolare, la pittura giapponese risuonano profondamente con la mia poetica artistica. Lo sguardo animista del popolo giapponese nei confronti della natura lo ha portato a nobilitare e a guardare con profondo stupore e rispetto ogni elemento del mondo naturale, a partire proprio da quelli più piccoli. Credo che il Giappone sia tra i luoghi che più hanno preservato questo senso di meraviglia e di custodia nei confronti della bellezza. La loro sensibilità ha portato alla nascita di una pittura che, attraverso l’essenziale, riesce a raccontare tutto ciò che serve e anche di più. Per arrivare a una sintesi così efficace sono necessarie grande maestria e un’osservazione davvero profonda. Anche nello Shodō il gesto fisico nasce dall’ascolto di sé durante il processo meditativo: è una pratica nella quale spirito e materia si incontrano necessariamente.
C’è un legame tra disciplina orientale e la tua ricerca artistica attuale?
Credo che ciò che desidero prendere dalla disciplina orientale sia soprattutto il concetto di arte come pratica vicina alla meditazione. Per me questo significa ascolto profondo di me stesso prima e durante il processo artistico, rispetto per ogni forma vivente e una forte componente contemplativa, dalla quale scaturisce gran parte della mia ispirazione.
In che modo il rapporto tra arte e spiritualità si riflette nelle tue opere?
Tutto ciò che creo nasce dal mio immergermi quotidianamente nella contemplazione e nella meditazione, che sono atti molto semplici ma anche profondamente spirituali. L’arte, in generale, la definirei “spiritualità che si incarna” e questo è ciò che spero possa arrivare a chi osserva le mie opere, in maniera ogni volta unica e personale. Anche concretamente, l’utilizzo della foglia metallica — oro, argento, rame — molto presente nella mia ricerca, appartiene a una tradizione artistica, sia occidentale sia orientale, profondamente legata alla dimensione spirituale. Nella cristianità, per esempio, l’oro è stato utilizzato per evocare una realtà che trascende quella quotidiana, in particolare l’eternità e l’incorruttibilità dello spirito. In Giappone, invece, metalli come l’argento sono stati utilizzati anche per evocare atmosfere particolari e quel senso mistico legato alla bellezza dell’impermanenza, espresso dal concetto di mono no aware. La lucentezza e i riflessi mutevoli della foglia metallica, che cambiano con l’esposizione alla luce, contribuiscono così a creare un’atmosfera molto particolare, quasi sospesa.
Quali artisti o movimenti senti più vicini al tuo percorso?
Il primo che mi viene in mente, ancor prima di tanti artisti, è San Francesco. Credo che sia stato, fino ad oggi, una delle mie più grandi fonti di ispirazione. Per spiegare meglio cosa intendo, vorrei citare alcuni passaggi del capitolo dedicato alla Meraviglia del saggio spirituale Il canto delle sorgenti di Éloi Leclerc: “Francesco d’Assisi è l’uomo della meraviglia, possiede una capacità eccezionale di entusiasmarsi. Le realtà esistenti non sono per lui semplicemente un pretesto per lodare Dio; le trova belle, molto belle e questa bellezza lo affascina. All’origine del suo amore fraterno per le creature abbiamo parlato di doni naturali di simpatia e di benevolenza; allo stesso modo, dobbiamo dire che alla base della sua meraviglia sta una sensibilità artistica e poetica. È molto significativo il fatto che la prima uscita fuori di casa dopo la malattia, al ritorno dalla prigionia di Perugia, fu per andare a contemplare la campagna circostante: voleva ritrovare l’incanto della luce, dei colori, dei panorami.” La stessa meraviglia che ha animato Francesco nella sua missione anima oggi anche me nella mia ricerca. Credo che l’eredità spirituale lasciata da lui e da Santa Chiara sia ancora fortemente percepibile, ispirante e soprattutto universale. Basta recarsi ad Assisi o passeggiare nei boschi della Verna per accorgersene. Parlando invece di correnti artistiche, sento da sempre particolarmente vicini a me il Divisionismo, l’Impressionismo, il Naturalismo, il Simbolismo e, naturalmente, la sensibilità Nihonga.
Come vivi il confronto tra formazione accademica e ricerca personale?
Per me non sono due strade necessariamente contrapposte. La formazione accademica mi ha dato strumenti fondamentali: il disegno, lo studio della figura, la conoscenza dei materiali e la disciplina del lavoro. Allo stesso tempo, però, sento il bisogno di andare oltre ciò che ho imparato e di trovare una voce che sia veramente mia. Credo che la tecnica debba essere uno strumento e non diventare mai il fine. Più si conosce, più si può scegliere consapevolmente cosa conservare, cosa trasformare e persino cosa abbandonare. La mia ricerca nasce proprio da questo dialogo continuo tra ciò che ho studiato e ciò che sento.
Qual è stata finora la sfida più grande nel tuo percorso artistico?
Probabilmente imparare a fidarmi della mia sensibilità senza sentire continuamente il bisogno di cercare una conferma esterna. Quando si studia molto, si rischia di confrontarsi continuamente con ciò che hanno già fatto gli altri. La sfida è riuscire a utilizzare tutto ciò che si è imparato senza perdere quella parte istintiva e meravigliata che ci ha spinto a iniziare. Per me dipingere significa ancora cercare di ritrovare quello sguardo del bambino che si fermava davanti a un piccolo fiore e sentiva di doverlo dipingere.
Cosa cerchi di trasmettere a chi osserva le tue opere?
Prima di tutto vorrei trasmettere meraviglia. Mi piacerebbe che davanti a un mio lavoro una persona potesse fermarsi per qualche momento e sentire qualcosa, anche senza riuscire necessariamente a definirlo. Cerco una bellezza che possa diventare contemplazione. Vorrei che un fiore, un volto, una pianta o una superficie luminosa potessero ricordarci quanto è prezioso ciò che abbiamo intorno e quanto poco spesso siamo capaci di guardarlo davvero. Se un’opera, attraverso la bellezza può rialzare anche solo per un attimo lo sguardo dell’uomo verso il cielo e lasciare un piccolissimo seme di speranza, per me ha già raggiunto il suo scopo.
Qual è il processo creativo che segui, dall’idea iniziale alla realizzazione?
Spesso tutto nasce da un’impressione: un luogo, una luce, un accostamento preciso di colori e soprattutto una sensazione che rimane dentro di me. Prima di iniziare a dipingere ho bisogno di osservare e di lasciar sedimentare l’idea. Non sempre so immediatamente dove mi porterà. Poi comincia una fase molto più concreta di studio: disegni, composizione, proporzioni, ricerca dei materiali e dei colori. In questa fase cerco di trovare una struttura solida che possa poi lasciare spazio alla parte più intuitiva. Durante la realizzazione, invece, il processo cambia. È un dialogo continuo tra ciò che avevo immaginato e ciò che l’opera mi restituisce. A volte bisogna seguire il progetto, altre volte bisogna avere il coraggio di ascoltare ciò che sta accadendo sulla superficie. Questo soprattutto quando si lavora con acqua e pigmenti: l’acqua è tra i materiali più difficili da controllare e trova sempre la sua strada, molto spesso si rivela essere quella giusta.
Quanto è importante per te il contatto con realtà e artisti internazionali?
È molto importante, soprattutto perché credo che l’arte abbia sempre bisogno di dialogo. Il confronto con altre culture permette di mettere in discussione le proprie abitudini e soprattutto di arricchirci. Non penso che l’internazionalità significhi perdere le proprie radici. Al contrario, credo che conoscere ciò che è diverso possa aiutare a comprendere meglio anche ciò da cui proveniamo. Aprirsi agli altri sprona e genera in noi un certo senso di generosità. Una generosità che per forza di cose si riflette anche nell’arte e sono certo che così come la natura, anche l’arte debba essere generosa.
Guardando al futuro, quale direzione vorresti dare alla tua ricerca artistica?
Vorrei continuare a costruire una dimensione artistica nella quale possano convivere armoniosamente la tradizione figurativa occidentale, la sensibilità giapponese e la mia dimensione spirituale. Vorrei arrivare a una pittura capace di essere tecnicamente consapevole ma non fredda, raffinata ma non compiaciuta, spirituale senza diventare didascalica.
C’è un progetto o un sogno che desideri realizzare nel breve periodo?
Mi piacerebbe realizzare opere sempre più grandi e immersive, nelle quali lo spettatore possa sentirsi realmente dentro un’atmosfera e non semplicemente davanti a un’immagine. Parlo in particolare della pittura murale, un mondo che desidero al più presto approfondire di più. Vorrei presto inoltre continuare a studiare e approfondire la pittura giapponese, trascorrendo un certo periodo in Giappone. Un desiderio che vedo realizzarsi più in là invece è la pubblicazione di un percorso poetico, meditato ed illustrato. In questo mi sento fortemente ispirato al lavoro di Charlie Mackesy e dal libro “Art is: A Journey Into The Light” di Makoto Fujimura.
Descriviti in tre parole.
Sensibilità, riflessione, contemplazione.